Internet? Mi sta stancando

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Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 09/12/2015
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Per meglio dire: il modo in cui i big di Internet stanno forgiando la Rete sta producendo qualcosa che non riconosco più. E non mi sta più bene.

Il tasto «non mi piace» Facebook non l’ha ancora creato, ma facciamo finta che lo abbia fatto, e che si possa applicare non (solo) a Facebook, ma all’Internet in generale. L’ho appena cliccato: non mi piace.

Non mi piace il fatto che utilizzando il TOR Browser1, a qualsiasi ricerca si faccia su Google, il celebre motore di ricerca riproponga sistematicamente la richiesta di un’immagine con dei caratteri da digitare in un box, per “scongiurare l’uso da parte di bot o altri meccanismi automatizzati”.

Perché non è vero: la verità è che Google rifiuta di fornire il proprio servizio a chi non si lascia individuare, localizzare, schedare, profilare e “spennare”, e anche se si digitano venti volte i caratteri giusti, continua a riproporla. Il messaggio è chiarissimo.

Sta bene a sentire, Google: per le ricerche “ordinarie” continuerò pure a usarti, ma per quelle per le quali non voglio che tu possa profilarmi, semplicemente non ti utilizzerò più, di motori e metamotori ce ne sono tanti.

Non mi piace il verso che sta prendendo il mondo dell’informazione online: le fonti, anche le migliori, “vessate” dalle incombenze economiche, si stanno trasformando in sistemi concepiti per sparare tali raffiche di spot pubblicitari che, se riesci a sopravvivere, quando arrivi alla notizia non ti ricordi neanche più perché la stai leggendo.

Non mi piace l’andazzo generale degli Internet Provider, che pur di alzare il fatturato, d’accordo con i politicanti stanno premendo di lobby per creare l’Internet a due, tre, anche quattro velocità. Quando ci saranno riusciti (significherà guadagnare soldoni da YouTube, NetFlix, Facebook e compagnia per dare loro “precendenza” rispetto al resto del traffico), sarà impossibile utilizzare una VPN e/o il VoIP2. O forse si potrà, ma pagando a parte e profumatamente: a quel punto, avere una connessione fissa a casa – ADSL o fibra che sia – per me personalmente perde di senso.

Non mi piace il fatto che Facebook stia prendendo il posto di Internet (del Web, più esattamente) come mezzo esclusivo di socializzazione e informazione. Ormai è un ecosistema a parte, del tutto autonomo, dove è completamente rivoluzionato il concetto stesso di identità, in una maniera palesemente antidemocratica e, anzi, direi piuttosto totalitaria.

Non mi piace il fatto che sia una sola entità – Google – a decidere chi esiste in Rete e chi no: lo sto vedendo giorno per giorno al corso specialistico di Marketing Digitale, tenuto dalla prof.ssa Sabina Addamiano all’Università Roma Tre. Oggi se non paghi Google (e chi si occupa per te di farti “essere” sul medesimo) nessuno ti legge, e se nessuno ti legge non esisti. Questa non è democrazia, questo è stalinismo della peggiore specie. Vero è che persino Stalin, dopo anni, nel 1943 decise di far posto a un Patriarca (Roccucci 2011)3, ma trasposto nella realtà della Rete come “ripristino”, questo accadrà – se accadrà – all’incirca quando sarò morto, quindi non mi interessa.

Non mi piace il fatto che oggi, per esistere socialmente, non puoi più curarti direttamente del rapporto con i tuoi “clienti”/interlocutori/amici: devi avere la mediazione (e la collaborazione, quindi l’onere) di Facebook. Vorrei un mondo in cui Facebook fosse opzionale, non imprescindibile.

Non mi piace che ormai oggi si dia per scontata la “trascendenza” di pochi strumenti: Google, Facebook e in subordine anche Twitter, LinkedIn e pochi altri. Una trascendenza oltretutto anomala, perché concepita come “ulteriore”, come “al di là” di questo mondo di comuni mortali, in presupposizione di un falso dualismo, perché la parte “al di qua” in effetti è divenuta intangibile, non c’è più, è stata completamente assorbita.

Non mi piace l’idea di trasformare Internet in un mazzo di cavi virtuali, ciascuno dei quali ha le sue caratteristiche e consente – o meno – di accedere a certi servizi: Internet è nata libera (“all bits are created equal”) e questo volerla imbrigliare in uno schema rigidissimo di sfruttamento settoriale profondo la renderà, in sé, del tutto intangibile in quanto tale.

Non mi piace il fatto che, ormai sia sul Web reale che quello “interno” a Facebook, esistano una tale moltitudine di siti (o pagine Facebook, nel caso del social network) perfettamente inutili, messi lì solo per spillare quattrini (rastrellare “mi piace” nel caso di Facebook) agli ingenui ma di nessuna utilità sotto il profilo dell’accesso alle informazioni.

Non mi piace l’autoreferenzialità totale che contraddistingue i big, i quali sono i soli a decidere, incondizionatamente e senza possibilità di interazioni/iterazioni democratiche, le sorti di una qualsiasi fonte di informazioni. E nemmeno le relative influenze sul linguaggio, che viene forgiato e condizionato per asservirsi ai meccanismi totalitariamente dettati dai big (Search Engine Optimization, dice nulla?).

Non mi piace che Facebook, osservando una certa fisiologica riduzione delle presenze attive delle masse, si prodighi in inviti a ricondividere i ricordi del passato (cioè i post pubblicati anni prima, che magari hanno ottenuto molti “mi piace”), oppure che Facebook, osservando il fatto che la gente inizia a crearsi le liste (di cui sono recentemente tornato a parlare) per riguadagnare il potere di decidere in proprio chi leggere e chi no, insista a suggerire i nomi di persone da inserire nelle liste stesse: sono metodi per cercare di far tornare il traffico ai livelli che il social network giudica “normali” e redditizi, ma non hanno nulla a che fare con dei veri “consigli”, neppure con suggerimenti – per quanto automatizzati – forgiati nell’interesse dell’utente, tutt’altro. Vale lo stesso discorso anche per Twitter, LinkedIn e quant’altro.

Erano tempi relativamente meno sospetti (esattamente tre anni fa, giorno più giorno meno) quando, usandola come destinatario immaginario della mia comunicazione, “avvertivo” Internet del rischio di perdere me come fedele frequentatore.

Temo che quell’evenienza si stia avvicinando sempre più. Perché non si riesce più a sostenere un mutuo ed equo scambio di informazioni: la bidirezionalità che, tecnicamente, contraddistingue Internet, sta scomparendo sotto la pressione delle trasformazioni imposte dai big. Il “flusso”, ormai, è a senso unico: i big decidono a quali informazioni si accede, gli Internauti si limitano a fruire passivamente e a fornire delle risposte “compresse”: si, no, mi piace, non mi piace, sono (geograficamente) qui, ho fatto questo, non ho fatto quello, ho parlato con questo, sono stato a pranzo con quello, ho comprato questo, non ho comprato quello.

Di un Web così e, in subordine, di un’Internet così, francamente, non so cosa farmene.

Di un’Internet dove prima ancora di ottenere informazione, debbo pensare a quali informazioni “regalo” a chi mi osserva (i soliti big), dove l’ottenimento di informazioni capaci di portare realmente conoscenza è diventato un processo lungo, stancante, privo di alternative, in un Web costipato da miliardi di presenze inutili e poche centinaia di presenze “nobili”.

Non mi piace.

Marco Valerio Principato

(Download articolo in formato PDF)

1 Soluzione “pronta”, in grado di far navigare anche un Internauta “sprovveduto” non direttamente in Rete, ma attraverso il cosiddetto Router a Cipolla (cioè TOR, che sta per The Onion Router), una soluzione in grado di offrire un discreto (anche se non totale) grado di anonimato. Per maggiori informazioni, visitare il sito di TOR e la pagina dedicata al TOR Browser.

2 VPN, sigla di Virtual Private Network o Rete Privata Virtuale, è un sistema per “attraversare” Internet con un flusso di dati del tutto privato e cifrato, al cui interno è possibile far viaggiare qualsiasi altro tipo di dato (vedi Wikipedia), mentre il VoIP, sigla di Voice over IP, è un sistema di instradamento e trasporto via rete telematica – quasi sempre Internet – delle normali conversazioni telefoniche (vedi Wikipedia).

3 Adriano Roccucci, Stalin e il patriarca. La Chiesa ortodossa e il potere sovietico, Einaudi, Torino 2011.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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