2016, l’anno dello smart-duopolio

Il grave problema del pubblico (il fatto che Google News l'abbia «in prima pagina» dimostra che è la notizia più letta).
Il grave problema del pubblico (il fatto che Google News l'abbia «in prima pagina» dimostra che è la notizia più letta).
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 04/01/2016
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Uno sguardo al mondo mobile e alle prospettive percepibili oggi, per capire cosa ci attende in quest’anno nuovo, appena iniziato con lo smartphone in mano e… WhatsApp che non funzionava, allarmando mezzo mondo.

Innanzi tutto buon anno a tutti i lettori di questo sito: nell’aderire a questa convenzione sociale di considerare chiuso un periodo e aperto un altro, spero davvero che coincida con un’autentica pagina voltata e che il nuovo anno porti non solo ciò che ognuno più desidera, ma anche che per i meno “illuminati” si apra qualche prospettiva di crescita, sia essa culturale, economica, sociale e ogni altro elemento che porti benessere morale e materiale.

Sul mio blog personale, venendo a fatti tecnologici e ai relativi mercati, ho appena spiegato per quale motivo un irriducibile del BlackBerry come me sta per mettere da parte lo Z10, ossia lo smartphone più “evoluto” con cui da qualche anno accompagna l’irrinunciabile rappresentante della precedente generazione (il Bold 9900).

Allargando lo zoom, quella decisione è lo specchio di una prospettiva di mercato che si sta standardizzando e focalizzando sulle due forze principali (Android di Google e iOS di Apple), mentre sta emarginando le forze minori. Per un semplice motivo: quei due sistemi sono sufficientemente adatti a tutti i segmenti di mercato e coprono le esigenze sia dei segmenti stessi che delle organizzazioni dalle quali provengono. E, da sempre, la standardizzazione agevola le imprese nel realizzare profitti e i mercati nel convergere verso un numero inferiore ma più massivo di prodotti e servizi.

Basta guardarsi intorno: esce una nuova App? «Scaricala su Google Play o su Apple Store». Ma sono sempre meno, talmente meno da essere semioticamente scomparsi, i casi in cui, ai due ambienti appena citati, si affiancano anche Windows Store (per Windows Mobile 8.1/Windows 10, salvo qualche rara eccezione) e BlackBerry World (per BlackBerry OS 10). Come mai sta accadendo? Perché né Microsoft né BlackBerry riescono a farsi spazio e ritagliarsi una propria fetta di mercati capace di dar senso alla loro esistenza in quei settori?

Si tratta, a mio avviso, di un problema sostanzialmente culturale, a tutti i livelli, sia “lato mercati”, sia “lato imprese”. Guardiamo leggermente più a fondo.

Le imprese, le organizzazioni, come insegna il marketing, mirano al profitto per esistere (e mai il contrario: quelle imprese che mirano ad esistere per ottenere profitto in genere muoiono in poco tempo). Vale per tutti, dalla microimpresa a conduzione familiare/singola fino Google e Apple, ovviamente.

Ora – e parliamo di Microsoft – un’impresa che si concede al meccanismo della gratuità (apparente e a tempo determinato) per conseguire profitto immediato (acquisizione di clienti e, soprattutto, di dati personali che li riguardano) sembra mirare più alla seconda delle due ipotesi del paragrafo precedente che alla prima. Il segnale che dà è «eccomi, io ci sono e vi regalo Windows 10 (così vi lego a me e, intanto, vi spenno di dati personali)». Non a caso, vista la mala parata, Microsoft sta ora spingendo parecchio sul tablet Surface, che rappresenta una terza via, finora non percorsa da altri e, forse, unica speranza di vera differenziazione.

Poi – e parliamo di BlackBerry – un’impresa che viene da un passato recente burrascoso, costellato di errori di marketing e di strategie non azzeccate, ha in casa un tesoro (BlackBerry OS 7, 10 e i relativi ecosistemi, più il loro sistema di chat BBM, ovvero BlackBerry Messenger) e cosa fa? Invece di valorizzare al massimo quel patrimonio con adeguate campagne di comunicazione e marketing, abbandona tutto e vira su un sistema ibrido, che non è né carne, né pesce (il Priv, basato su Android, su cui “incunea” un sistema che gli “restituisce” un po’ di sicurezza). Anche qui, direi che non ci siano dubbi: la mira immediata è quella del profitto e, come sperata conseguenza, quella di poter continuare ad esistere.

Tra le due imprese c’è una sostanziale differenza: Microsoft ha un capitale enorme rispetto a BlackBerry, sia in termini di incassi, sia di profitti. Guardatevi le due schede su Wikipedia, qui per Microsoft, qui per BlackBerry (in inglese perché sono più aggiornate).

Diciamo che Microsoft potrebbe anche permettersi il lusso di sbagliare: il settore degli smartphone potrebbe restare marginale, senza per questo intralciare il suo core business più di tanto.

Diversa è la questione per BlackBerry: essa “vive” di smartphone e di ciò che ad essi gravita intorno. Errori non se ne possono fare, non c’è spazio.

I dati di fatto quali sono? Parli alla gente di BBM in alternativa a WhatsApp, e ti senti rispondere: «BBM? E cos’è? Non l’ho mai sentito». Spieghi alla gente che WhatsApp si impossessa dell’intera rubrica e ti senti dire «ma io non ho nulla da nascondere», a conferma di non aver capito nulla di quel che accade in quei mondi. Chi ti vede con lo Z10 (o Z30) ti dice: «ah, non sapevo neppure che esistesse, somiglia molto all’iPhone». Cioè, i risultati – appunto – di una politica di marketing del tutto assente.

Lato mercato (dove, ricordo, per mercato si intende un insieme omogeneo di destinatari di una certa gamma di prodotti/servizi) le cose sono più semplici.

Il mercato consumer, quello numericamente più rilevante, non vuole “pensare”1: è molto più facile scegliere tra due offerte piuttosto che tra tre o, peggio, quattro. Ecco perché la presenza di soli due giganti “funziona” meglio.

Il mercato business, l’unico che potrebbe apprezzare meglio la differenza, è disorientato perché, ovviamente, anche Android e iOS cercano di circuirlo e di offrirsi per venire incontro ai suoi bisogni. Sono però molto poche le realtà dotate di autentiche competenze perché, come abbiamo sempre ricordato su queste pagine, la complessità non è affatto diminuita, tutt’altro: è aumentata enormemente.

Ecco perché, sia per l’uno che per l’altro, è un problema di cultura: per il consumer lo è in quanto “pensare” è possibile per chi ha capacità critica e voglia di capire; per il business lo è perché una qualsiasi attività imprenditoriale non va avanti con i se e con i ma, vuole certezze, e in questo campo le certezze richiedono competenze, per acquisire le quali occorrono tempo e risorse umane e finanziarie.

Il risultato? Resteranno sostanzialmente in due: Android e iOS. Ecco lo smart-duopolio di cui al titolo. Android coprirà tutto il segmento di massa e tutti quei segmenti business di massa, mentre iOS resterà una (ampia) nicchia, al cui interno si rifugeranno elite, più o meno altospendenti e più o meno culturalmente evolute, che in alcuni casi ne sapranno sfruttare le caratteristiche più interessanti sotto il profilo della tutela della riservatezza e della privacy.

Microsoft? Se non invertirà le proprie tendenze, difficilmente potrà fare degli smartphone uno dei propri core business. Quanto a BlackBerry, oltre a parlare i numeri, parlano anche le strategie e le politiche di comunicazione, di cui l’AD John Chen è icona dell’ermetismo e dell’assenza di comunicazione all’esterno dei valori e della cultura d’impresa.

Ricordiamoci che siamo ormai in tempi di “Transparent Marketing”, tutto ciò che si riconduce alle precedenti incarnazioni della relazione tra mercato e impresa va rivisto.

Ti compro se mi sei «utile», mi aiuti davvero ⇒ Se sei, perciò, trasparente, cristallino come l’acqua, e ti presenti nudo, vero, senza finzioni o trucchetti

dice su Facebook Rachele Zinzocchi, Social Media Manager ed esperta di marketing e comunicazione da lungo tempo.

Operatori come Vodafone, che – appunto – in tempi di Transparent Marketing ancora inviano SMS ai propri clienti del tipo «Grazie per l’anno passato insieme. Auguri per un felice 2016 da tutti noi di Vodafone!» esibiscono una falsa, falsissima “umanità” che oggi, anziché produrre empatia, fa sorridere (in alcuni casi) e indignare (in altri) se solo si pensa che, chiamando il servizio clienti, ancora occorre sorbirsi un muro di gomma pressoché impossibile da superare, ossia l’antitesi del Transparent Marketing.

Specie se si pensa che ancora adesso, mentre è in redazione questo testo (il giorno prima della pubblicazione) la notizia del mancato funzionamento di WhatsApp a capodanno è ancora in prima pagina su Google News (vedi immagine in testa), a dimostrazione della pochezza culturale in cui versano i mercati degli acquirenti di smartphone e relativi prodotti e servizi, c’è ben poco da stare allegri: ci vorranno almeno un paio di decenni prima che i mercati crescano culturalmente a sufficienza.

Marco Valerio Principato


1 In proposito, è interessante la lettura del libro di Steve Krug, Don’t make me think: A Common Sense Approach To The Web Usability, New Riders Press, 2000.


Marco Valerio Principato (2067 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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