A cosa serve fare un sito che non serve?
A quanti dei lettori sarà capitato, magari anche più di qualche volta, di imbattersi in quei siti inqualificabili e inclassificabili, che vorrebbero spacciarsi per aggregatori, o passare per blog quando a bloggare non c’è proprio nessuno, escluso qualche plugin ladro, che in assoluto silenzio e in totale automatismo ruba flussi RSS in giro per la Rete (se non addirittura interi post).
La domanda che mi pongo, qui, ad alta voce sulle pagine di questo sito, è: a che diavolo serve tenere in esercizio un sito di quel genere? E se la risposta fosse solo: «per incassare i click sulle pubblicità di coloro che vi si imbattono», mi premerebbe subito fare un’altra domanda: perché nessun organismo regolatore interviene per vietarne l’esistenza, visto che la loro presenza non fa che sottrarre guadagni legittimi a chi legittimamente pubblica contenuti in Rete e sprecare inutilmente risorse preziose, sia sotto il profilo energetico che puramente informatico?
Ebbene si, lo confesso. Mi ci sono appena imbattuto io, non ricordo neanche come, ma ci sono arrivato. Non è questo il primo, non sarà l’ultimo e probabilmente il mio sproloquio non ne produrrà né la chiusura né sveglierà la coscienza, facendo capire che tali siti non sono assolutamente difformi dal puro e semplice spam. Ma voglio parlarne perché l’unico modo per far desistere simili estensori di simili siti è quello di circondarli del più assoluto isolamento, imparando a riconoscerli immediatamente, a colpo d’occhio.
Sto parlando di dailynetblog.com (no, il link non ce lo metto: figuriamoci se lo merita). Che non serve a nulla lo sa anche Google, per fortuna (vedi figura, click per ingrandirla). E non vengono proposti siti simili: “La ricerca di – related:dailynetblog.com/ – non ha prodotto risultati in nessun documento”, recita laconico BigG. Chi ha la Toolbar di Google potrà constatare che non ha neppure PageRank 0: è, come si dice in inglese, unranked, cioè privo di ranking.
Se per caso la curiosità bussasse alla porta e si volesse apprendere di chi è quel nome a dominio, ebbene ovviamente si troverà la porta chiusa sbarrata. Basta interrogare domaintools.com (o altri simili) per sapere che a registrarlo è Whoisguard: un metodo di cui non tutti sono a conoscenza, che consiste nel fornire le proprie generalità non direttamente al Registrar ma solo a Whoisguard stesso. All’atto dell’analisi, il nome a dominio risulterà di Whoisguard e non del titolare. Per saperlo, occorre scrivere a Whoisguard e questa si guarda bene dal rispondere se chi scrive è un qualunque privato.
Inutile andare a cercare una pagina About. C’è, ma non dice assolutamente nulla: “spiega la definizione di blogging”, come se per saperlo fosse il miglior sito dove recarsi.
Ma contiene qualcosa di interessante? Forse lo vorrebbe: ma, almeno oggi, il primo titolo che compare (vedi figura) è “Nokia 6800 – Gestione della connessione tra il telefono cellulare e il”. E il…? Nulla, perché è troncato. Quel post non è altro che la riproduzione di questa pagina del sito di Nokia. La fonte è riportata, ma generica e, per di più, senza link.
Se si continua a leggere, non si vedrà altro: tutti post in qualche modo sottratti ai relativi siti, molto probabilmente senza chiedere alcun permesso a chi invece lo richiede. E sottratti in malo modo, come dicono nel Sud Italia, perché spesso sono troncati, sporcati da caratteri di controllo o con la formattazione originale persa o alterata. Tra l’altro, con la pretesa (mal riuscita) di trattare più lingue.
Il tutto, ovviamente, è accompagnato da banner pubblicitari, dei quali quelli in colonna destra sono di interesse fondamentalmente locale (USA): puntano a mb01.com, che è il servizio di MaxBounty.com, un sito di “cost effective solutions for performance-based affiliate marketing”, la solita frase intraducibile in italiano corretto senza fare acrobazie, che in soldoni è l’Adsense della situazione (Google mi scuserà per il pessimo paragone).
Sopra, in testata, campeggia un bel banner 728×90 del circuito AdSense (quello vero, stavolta) che naturalmente non sa cosa proporre: infatti, espone un bel “Perché il cielo è blu? La risposta è su Google” cioè il banner del servizio pubblico di Google, quello che non paga assolutamente nulla e che viene presentato quando AdSense non riesce a capire su quale argomento deve centrare la scelta degli annunci.
Per fortuna che, in basso, quel sito dichiara di essere ottimizzato SEO con Platinum SEO: figurarsi se neanche lo fosse stato.
Non so perché ma… mi ricorda molto offerte360.com, di cui avevo parlato lo scorso febbraio nel mio sproloquiatoio: la musica è sostanzialmente quella, cambia solo il… concertista (con le scuse ai veri concertisti) e – devo dire – pur nell’assoluta inutilità, almeno offerte360.com è… fatto meglio, sembra quasi vero e un abbozzo di mezzo servizio tenterebbe anche di offrirlo, benché sia evidente la vera natura del sito.
Ma ora bando alle chiacchiere, siamo seri: possibile che nessuno, proprio nessuno, intervenga su simili sconcezze di cui, peraltro, la Rete è piena? Perché, mi domando, personaggi come gli Onorevoli Pecorella e Costa (e tutti coloro che li hanno preceduti in simili dinamiche di legifarazione), invece di perdere tempo con progetti di legge privi di senso (per i netizen), non promuovono un protocollo d’intesa internazionale (che poi significa d’intesa con la nazione mamma di Internet, cioè gli Stati Uniti) per bandire dalla Rete simili parassiti?
La loro popolarità, ne sono fermamente convinto, salirebbe alle stelle.
Marco Valerio Principato





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