AP e soci: con la “scusa” del clima, cercano clienti?
In questi giorni si parla parecchio delle iniziative delle Agenzie di Stampa legate alle discussioni sullo stato climatico: una delle ultime novità è che anche Associated Press vuole saltare sul treno e vuole partecipare collaborativamente alla pagina su Facebook dedicata al tema.
L’annuncio di partecipazione, tra i tanti in Rete, è presente anche sul blog del World Editors Forum, che spiega “nel dare copertura alla Conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite a Copenaghen, Associated Press si unirà alle forze di altre 10 fonti mondiali attraverso Facebook. AP ha annunciato la prevista operazione oggi in un comunicato stampa. La pagina, chiamata The Climate Pool, esibirà un blog con contributi da tutti i membri partecipanti”.
Così, AP riconosce che la platea 2.0, numerosa e folta come non mai – visti anche i 350 milioni di utenti che Facebook ha appena conteggiato – è un luogo da preferirsi per l’alta visibilità e l’elevata frequentazione.
Non contenta, AP ha anche istituito un flusso su Twitter, sempre incentrato sul tema. Altri potenziali milioni di persone che potrebbero seguire quanto emerge dai flash che l’Agenzia elargirà durante lo svolgersi degli avvenimenti legati al tema.
Peccato però che fino a ieri il Web era l’orco assassino che rapinava notizie senza alcun tributo, era il sarchiapone che pubblicava excerpt senza permessi, era il ladro che sottraeva contenuti senza pagare. Adesso, evidentemente convinti da qualche grafico, si fa appello al Web, peggio ancora al Web 2.0, per avere visibilità.
Come definire scelte di questo genere? In un solo modo: ipocrita. Specie quando effettuate da un’Agenzia che sostiene essere praticamente derubata dal Web e che ora vuole avvalersene per ricavare maggiore visibilità, “to extend coverage climate summit”, come titola BayNewser, appunto, una “… interesting way of leveraging new media to extend one’s coverage”. D’altro canto, che ad AP vada a genio di modernizzarsi e di assumere toni confidenziali (quando gli fa comodo), era cosa che avevo già notato da tempo.
Ora, forse, anche Zuckerberg si vedrà raggiunto da qualche lettera cease and desist, perché – come osa? – pubblica contenuti integrali di Associated Press. E altrettanto potrebbero fare le altre agenzie, volendo.
Qualcuno si ricorderà la figurina qui sulla destra: l’aveva pubblicata Mike Arrington, il number one di TechCrunch, in un pezzo che faceva eco alla vicenda di Drudge Retort e che il blogger non ha proprio digerito.
Arrington chiudeva: “Dunque, ecco la nostra nuova politica su AP: loro non esistono. Non li vediamo, non li citiamo, non li linkiamo. Sono bannati finché non cesseranno questa nuova strategia, e io incoraggio gli altri a fare lo stesso finché non sospenderanno questi ridicoli tentativi di fermare la diffusione dell’informazione in Rete”.
Oltre ad Associated Press, la blogosfera (quella vera, non quella blasonata) potrebbe decidere di mettere al bando anche Mr. Rupert Murdoch, il cui disprezzo per motori e aggregatori è ben noto e visto che (solo adesso?) Il Sole 24 Ore si accorge del trucco necessario per leggere a sbafo il Wall Street Journal, interpella News Corp e l’azienda di Murdoch “declina ogni commento sulla vicenda”.
Tutto questo, sia chiaro, senza nulla togliere al nobile intento di dare rilievo a un argomento importante come il tema del clima terrestre. A me pare, però, che – almeno per alcuni – sia stata un’occasione eccellente per strumentalizzarlo. Se AP, Murdoch e compagnia sono così potenti, così autosufficienti, così sicuri (o pieni?) di sé, ribadisco la domanda: perché non fanno da soli, senza chiedere aiuto ai New Media? O mi sbaglio?
Marco Valerio Principato





Come TechCrunch aveva etichettato Associated Press lo scroso anno









