La privacy non è morta: è cambiata

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La Redazione
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Pubblicato il: 06/09/2010
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Social network e servizi di geolocalizzazione hanno fatto evolvere il concetto di privacy, che in realtà non ha mai perso valore: è solo diventata più vulnerabile. Ma non tutti gli utenti se ne rendono conto

Qual è lo stato di salute della privacy nell’era della Rete? La solidità di questo concetto viene quotidianamente messa a dura prova dalle nuove soluzioni di geolocalizzazione e dai social network, al punto che molti oggi ritengono superfluo pretenderla e ne parlano come se si trattasse di qualcosa di obsoleto, o addirittura di defunto. Ma è veramente così?

Dalle piattaforme di social network ai servizi di geolocalizzazione, tutte le soluzioni che in Rete richiedono una minima relazione comportano l’obbligo di condividere informazioni: dati personali, relazioni famigliari, gusti, passatempi, aggiornamenti su cosa si sta pensando o facendo e sul luogo in cui ci si reca o ci si trova. Informazioni utili a capire cosa si ha in comune, o se ci si trova nella stessa città, grazie ad una condivisione che l’estensione in Internet della propria vita sociale ha reso sempre più naturale.

Il problema è che – anche quando non si ha nulla da nascondere – può sempre esistere un’area di informazioni che dovrebbe essere mantenuta riservata, o realmente condivisa con pochissime altre persone. E quando le informazioni appartenenti a quest’area vengono esposte a sguardi indiscreti la privacy rischia già di essere un concetto privo di significato.

Non basta essere attenti nell’impostare, per se stessi, una gestione corretta dei propri dati: lo si è visto con Facebook Places che, dal momento del lancio, nelle impostazioni di default permetteva ad ogni utente di taggare la posizione di uno o più amici, senza che questi dovessero autorizzare questa informazione. Le impostazioni predefinite possono essere cambiate e rese più sicure, ma – come evidenziato oltreoceano da alcune organizzazioni a difesa della privacy – non tutti gli utenti le modificano.

Places è solo l’ultima piattaforma che offre un servizio di posizionamento e geolocalizzazione e si è infilata nella scia di altre soluzioni (Foursquare, Gowalla, Yelp, MyTown) che da tempo si sono ritagliate un proprio spazio tra le preferenze degli utenti, e va detto che anch’essa subordina ogni condivisione di informazioni ad un consenso espresso con il comando check in. Di conseguenza suona puerilmente ovvia l’obiezione sollevata dall’associazione Rights Clearinghouse, che ha evidenziato come queste informazioni possano essere sfruttate da persone senza scrupoli per compiere reati (Tizio è in vacanza a 500 km da casa? Derubiamolo): il rischio, se esiste, è evitabile astenendosi dal condividere con altri le notizie più critiche e foriere di vulnerabilità.

In ogni caso una corretta gestione della riservatezza delle informazioni dovrebbe essere il più possibile flessibile, in modo tale da consentire all’utente di poter gestire ciò che condivide e decidere, di volta in volta (ossia per ogni condivisione), chi includere o escludere dal novero delle proprie relazioni, a livello di singolo amico, mantenendo per default un livello massimo di attenzione, sempre modificabile a cura dell’utente.

La privacy, quindi, non è morta, ma solo più vulnerabile perché i servizi oggi disponibili in Rete sono predisposti all’accessibilità delle informazioni personali. E dove si apre un accesso, si abbassa uno strumento di difesa. Agli utenti spetta il compito di difendere la propria privacy e gestire le proprie informazioni con consapevolezza, senza cedere alla superficialità imposta dalle nuove applicazioni presenti in Rete, cum grano salis.

A chi progetta le nuove piattaforme, però, dovrebbe spettare l’obbligo di rispettarla, a partire dalle impostazioni predefinite per default, proprio per dare modo agli utenti di acquisire la necessaria consapevolezza. Ad essi spetterebbe anche l’obbligo di ripensare l’approccio alla condivisione delle informazioni rilasciate dagli utenti fin dagli algoritmi utilizzati in quelle applicazioni, perché molto spesso – come ha più volte sottolineato Danah Boyd, ricercatrice di Microsoft Research per i social media – le aspettative degli utenti sul rispetto della propria privacy non coincidono con l’applicazione delle aziende che sviluppano i socialservizi su Internet.

E il nocciolo della questione è proprio questo: quanti si fermano a porsi qualche semplice domanda in ordine a questi servizi? Domande del tipo “ma mi è davvero utile dire a tutti gli amici registrati (e condividere con chissà chi altro) cosa sto facendo e che mi trovo in questa città, in questa piazza? Cosa comporta realmente condividere queste informazioni?”. Certo, dal punto di vista di questi servizi è utile far sapere all’utente che in quella zona ci sono determinate attività (bar, ristoranti, alberghi, cinema, distributori di carburante). Informazioni utili a chi viaggia, ma in primo luogo utili a chi offre questo servizio, perché si basa sul mercato della raccolta pubblicitaria.

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