Facebook: il mercato nero continuerà? Dipende da noi
Come “chicca” di fine anno 2010, la rivista Wired ha voluto indagare un po’ più a fondo del solito su una questione per certi versi preoccupante, per altri scontata: la vendita di fan su Facebook, qualcosa che – per chi segue questo sito e, in genere, i siti specializzati – non è per niente nuova né stupefacente.
Tutto è partito da un annuncio, comparso su un forum di social marketing, in cui si dichiarava la disponibilità di “sostenitori garantiti, reali e tutti italiani per la propria pagina Facebook o – perché no – per quella di un cliente”, spiegava la rivista.
Per ironizzare, Wired apostrofava l’evento a proposito del costo: “Un tanto al chilo: per la precisione 0,018 centesimi di euro al fan”. Un costo, a ben riflettere, neppure carestoso, tenuto conto che questa “organizzazione” aveva già pacchettizzato, predisponendo “mille fan a 18 euro, 5mila a 90 euro, 10mila a 180 euro. Pagamento via Paypal a lavoro fatto per il meno costoso, 50% prima e 50% dopo per le altre due offerte”, chiariva la rivista.
Benissimo: Wired ha voluto vedere con i propri occhi se fosse tutto vero: l’ha fatto. Ha aderito sotto mentite spoglie all’offerta, che alla fine si è rivelata anche funzionante (ossia i fan sono effettivamente arrivati, in numero addirittura superiore alle aspettative) e ha voluto anche saggiare i meccanismi previsti in caso di mancato pagamento, che non hanno tardato a concretizzarsi sotto forma di messaggi il cui scopo avrebbe voluto essere “svergognante” per il cattivo pagatore: una serie di messaggi di stato in cui viene scritto “stiamo ancora attendendo il pagamento dei 1000 fan, grazie”.
Ora, forse è bene ragionare su pochi, ma essenziali elementi che possono essere tratti da questo singolare episodio, che poi tanto singolare non è, visto che a qualcosa di molto simile si è già assistito: a maggio 2010, per chi lo ricorda, un hacker si era specializzato nella vendita di “pacchetti” di utenze Facebook già confezionate e già dotate di “amici”. Un’iniziativa a cui, a settembre 2010, aveva fatto seguito uSocial, che dopo aver venduto “amici su Twitter e Digg” aveva iniziato anche a “vendere amici su Facebook”.
Riflettendo:
- cosa rappresentano, quale peso hanno e quale inquinamento concettuale producono iniziative del genere, che possono essere considerate un vero e proprio acquisto di consenso sociale?
- al di là del mero esercizio di un torbido, falso e ipocrita business da ambo i lati, quale la soddisfazione reale di chi di tali consensi acquistati si fregia?
- per chi dovesse rilevare che un determinato sito, creatore e alimentatore di una determinata pagina su Facebook, si è avvalso di un consenso sociale assolutamente falso perché, appunto, comprato, quale l’effetto-boomerang che ne deriva, sia sul peso di Facebook e dei suoi pseudofan, sia sul sito stesso?
Con questo non si vuole sottolineare che questo sito mai ha fatto, né mai farebbe impiego di simili possibilità: il numero di fan abbastanza contenuto dimostra già da sé che essi sono tutti autentici, non occorrono conferme.
Si vuole, invece, sottolineare come degli “imprenditori” (con le scuse a quelli “veri”) di nessuno scrupolo abbiano avuto l’intuito di sfruttare una pubblica stupidità, una generale ignoranza e una diffusa riverenza per quelle che in realtà sono men che apparenze.
Dimostra, caso mai ce ne fosse bisogno, che in questo paese (come in altri, del resto) quel che conta di più sono le apparenze. Poter esibire un Widget di Facebook dove c’è scritto che la tal pagina, appartenente al tale sito, ha diverse migliaia di fan, falsi o meno che siano, è quel che occorre per essere acclamati e applauditi dalla maggioranza degli idionauti (che sarebbero gli internauti idioti).
I quali, purtroppo, sono la maggior parte, costituiscono la stessa entità che va a riempire le fila di quella folla densa e accalcata, assolutamente vacua, priva di senso critico e di spirito di osservazione, la stessa alla quale gli uomini politici, anzi, i politicanti di questo secolo strappano consensi con facilità, servendosi solo di abile dialettica, di tecniche di programmazione neurolinguistica e, in generale, di argomentazioni facili ad attecchire, pur di rilevare consensi.
L’augurio più sincero che questa Redazione, in deroga al periodo di pausa, vuole fare a tutti a partire da queste righe e nell’aspettativa di un 2011 migliore del 2010, è non solo che quell’arco dello scenario della Rete più concreto, analizzato da illustri giuristi, possa trovare un futuro più roseo, ma anche che lo spirito critico, l’intelligenza, la preparazione, la curiosità e la cultura di tutti quegli internauti che ne sono dotati riescano a compiere un ulteriore sforzo: quello di tirar su dal fango tutti gli idionauti.
Perché sono ancora tanti, troppi. E finché ce ne saranno, prospereranno governi di manipolo, di traffico, di facciata, di promesse da marinaio. Ai quali ben si affiancano imprenditori di nessuno scrupolo, a tutti i livelli e in tutti i settori. Ai quali si affiancano consumi irresponsabili, sia materiali, sia mediatici. Ai quali si affiancano le fila di un paese che, se non si dà una mossa, affonderà.
Dunque, sursum corda: non lasciamo che gli idionauti subiscano, svegliamoli dal torpore, rendiamoli consapevoli, aiutiamoli. Additiamo senza remore chi propala informazioni inesatte o incomplete, chi fa falsa informazione, chi tenta di imbrigliare le menti, chi cerca di renderle più sciocche di quel che già sono con meccanismi mentali non dissimili dagli effetti delle sostanze stupefacenti, chi svicola tra un ostacolo e l’altro pur di arrivare a meta, costi quel che costi.
Altrimenti, loro malgrado, gli idionauti e i loro simili non-network-related continueranno a essere parassiti e, con loro, a tirar giù nei flutti della bestialità più bieca il paese nel quale vegetano.
Con questi propositi, dalla Redazione di questo sito vadano ai lettori e a tutti indistintamente i migliori auguri di un 2011 luminoso e, soprattutto, illuminato.
(Podcast)
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