Gemelli Winklevoss, ultimo sforzo: la Corte Suprema

The New Blog Times
La Redazione
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Pubblicato il: 18/05/2011
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L’ultimo sforzo che i fratelli Winklevoss contro Facebook possono fare è partito: il ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Cosa non da poco che, intanto, deve avere consenso all’audizione. Poi si vedrà

Roma – Cameron e Tyler Winklevoss, i due fratelli, insieme a Divya Navendra, hanno un’ultima carta da giocare prima della sconfitta definitiva nella battaglia contro Mark Zuckerberg: il ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Si tratta proprio di quei due fratelli di cui molto si parla anche nel film “The Social Network”: i loro avvocati hanno annunciato che intendono presentare appello alla U.S. Supreme Court, chiedendo l’audizione sul caso contro Facebook e il co-fondatore Mark Zuckerberg.

L’appello trae origine da un accordo negoziale tra i Winklevoss e Narendra, firmato con il più grande social network del mondo del 2008, dopo aver dichiarato che Zuckerberg aveva loro “rubato” l’idea per un sito di social networking che loro ricorrenti avevano chiamato ConnectU. Era già stato riconosciuto loro un indennizzo “liberatorio” di 65 milioni di dollari, a seguito del quale ogni ulteriore lite in materia avrebbe dovuto essere scongiurata.

Dopo la firma dell’accordo, però, i ricorrenti hanno affermato che i 65 milioni erano una cifra arbitrariamente stabilita da Facebook e, di conseguenza, irrealistica. Oggi Facebook è un’azienda che vale oltre 50 miliardi di dollari e nega del tutto le accuse, sottolineando che i ricorrenti hanno già ricevuto un “più che lauto” assegno.

Il mese scorso il nono circuito delle Corti USA, per voce del giudice Alex Kozinski ha messo a fermo il caso affermando che l’accordo del 2008 era ancora valido. “I fratelli Winklevoss non sono le prime controparti risarcite da un concorrente che poi cercano di alzare la posta attraverso ulteriori liti, nel tentativo di ottenere ciò che cercano dal mercato”, ha sentenziato il giudice.

Ma il difensore dei fratelli sostiene che essi non sono d’accordo. In una nota di pochi giorni fa è così stata formalizzata l’intenzione di ricorrere in appello alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America. Jerome B. Falk Jr., avvocato difensore, spiega che “c’è un conflitto tra quanto ha stabilito il nono circuito e altre decisioni analoghe di altre Corti federali”. In definitiva, il legale argomenta che i fratelli sarebbero stati in certo qual modo invitati a sottoscrivere “spintaneamente” un accordo.

“Gli accordi debbono essere basati su rapporti onesti e le corti hanno sempre rigettato di formalizzare accordi ricavati in maniera fraudolenta”, sostiene l’avvocato Falk. “La decisione della Corte ha di fatto chiuso la porta alla constatazione inconfutabile che Facebook ha ottenuto la firma dell’accordo attraverso operazioni fraudolente. La nostra istanza alla Corte Suprema dunque punterà proprio al chiedergli se la Corte non debba riaprire quella porta”.

Se l’arditissima azione dell’avvocato avrà o meno successo, questo è tutto da vedere, visto anche il meccanismo profondamente diverso che anima i percorsi giurisprudenziali degli Stati Uniti rispetto a quelli italiani. Prima di tutto occorrerà vedere se la Corte Suprema intenderà o meno concedere già la sola audizione: qualora decida per il no, la parola “FINE” potrebbe essere applicata davvero alla vicenda. Con qualche “ferito” in più e, stavolta, definitiva.

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