GRIP, l’unione fa la forza?

«Uniti si vince»...
«Uniti si vince»...
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 03/09/2015
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L’iniziativa, presentata qualche giorno fa, dà spazio a una sfera di contenziosi sinora ingestibile dalla singola realtà. Sta cambiando il vento della giurisprudenza internazionale?

Roma – Oggi, quando si pensa a Google, si pensa a un’entità sovranazionale, enorme, quasi fosse un “super-stato autonomo” il cui posizionamento in un’ipotetica gerarchia di poteri fosse “oltre” qualsiasi concetto di nazione, di stato, di sovranità.

Viene quindi naturale domandarsi: qualora si debba fronteggiare legalmente BigG, per qualsiasi ragione ma, solitamente, per questioni di un certo rilievo economico, come fare? Non è come fare causa al vicino di casa o al piccolo negoziante: ci si sente immediatamente Davide e Golia.

La risposta è arrivata: si chiama GRIP, sigla di Google Redress Identity & Platform, «un’iniziativa indipendente che si propone come piattaforma per fornire “informazioni, rappresentanza e servizi legali”. Il tutto contro Google e i suoi comportamenti anticoncorrenziali», spiega Dario Bonacina sul suo blog.

L’iniziativa, lanciata da alcuni giorni, ha dietro Hausfeld e Avisa Partners, due società di consulenza. La seconda, in particolare, ha già difeso il motore di ricerca 1PlusV, che nel 2011 ha querelato Google per 295 milioni di euro di danni, accusandolo di aver sfavorito trenta dei propri motori di ricerca verticali. 1PlusV è tra le realtà che, nel 2010, innescarono le indagini antitrust nei confronti di BigG.

In effetti, Google oggi è una realtà sovranazionale a tutti gli effetti, presente in tutto il mondo e dotata di un… portafogli a fisarmonica in grado di pagare stuoli di avvocati, pronti a difendere il colosso del Web contro qualsiasi privato e qualsiasi piccola-media impresa, con probabilità di successo elevatissime. Per i “piccoli”, dunque, non sembra esserci scampo: qualsiasi scontro ha altissima probabilità di finire a sfavore dell’attore e a favore di Google.

Eppure non è inattaccabile: anche qualche “piccolo” avvocato locale è riuscito a spuntarla. Ma è il tipico caso, per quanto isolato, in cui le dimensioni contano ed è pressoché impossibile, se si escludono gli stati, gli insiemi di nazioni come l’Unione Europea o altri colossi mondiali paragonabili per diffusione, pensare di vincere. Ed ecco che il technium, come lo definisce Kevin Kelly, si adegua e genera i propri anticorpi. A tecnologia si risponde con altra tecnologia: quella collaborativa.

Si è dunque costituito un polo, un agglomerato, presso cui convergono una serie di forze: le competenze professionali che le due aziende dietro a GRIP rivendicano, unite ad alcuni casi di successo (il cui valore, nota bene, è sostanzialmente deterrente, ma ha il suo peso), e le possibilità di aggregazione ricavabili dalla Rete. Il prodotto può essere micidiale: qualora si rivelasse funzionale – e nulla lascia pensare possa non esserlo – facilmente convergerebbero altre forze, che unite alle precedenti comincerebbero a costituire per Google una preoccupazione un po’ meno che marginale.

Certo, gli obiettivi che si pone GRIP sono “alti”: è possibile, da parte dell’iniziativa, prendere in considerazione un’ipotesi di contenzioso solo a partire da cifre con almeno quattro zeri. Sono dunque escluse tutte quelle circostanze “minori” le quali, senza nulla togliere alla loro importanza per i singoli, dovrebbero scatenare un processo di contenzioso molto più grande della loro stessa consistenza.

Tuttavia, questa novità è da prendere in considerazione come “segnale”. Il segnale di un mondo non necessariamente disposto a piegarsi al volere di un ciclope che, per il solo fatto di essere grosso, si arroga il diritto di dettare legge, di competere testa a testa con gli stati, con i sistemi giuridici e con le regole locali, di contestare pratiche e consuetudini normative, di stabilire cosa è importante e cosa non lo è, eccetera.

Anche GRIP, sia pure con un’impronta sostanzialmente europea, si è costituita a tutti gli effetti come entità sovranazionale. Ha dunque intrapreso un percorso concettualmente simile a quello di Google, privilegiando i propri obiettivi al di sopra dei confini delle singole nazioni.

Il meccanismo del compenso è già definito e chiaro: «le due aziende (Hausfeld e Avisa Partners, ndB) offrono ai potenziali querelanti la possibilità di non pagare le spese di lite qualora siano disposti a cedere una percentuale di eventuali risarcimenti ottenuti», spiega ZDNet. Nessun dubbio, quindi, circa “chi paga” e “come”.

Se avrà o meno futuro e successo è assai difficile dirlo oggi. Resta il fatto che rappresenta un fenomeno socio-economico-politico che si è manifestato, è emerso all’attenzione della popolazione (almeno) europea e segnala una volontà ben precisa: quella di non essere sempre disposti a soccombere.

Potrebbe essere l’inizio di una nuova fase per la giurisprudenza internazionale, che finalmente dovrà confrontarsi con le volontà popolari, con le esigenze di più stati, con i bisogni degli “internauti-europa”, con una sfera d’azione che presto potrebbe espandersi sino a divenire un “fenomeno” mondiale.

E sì, naturalmente è ancora vero: l’unione fa la forza. Sempre.

Marco Valerio Principato

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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