AP agita chiavi e lucchetti: «basta copiare, pagate le mie news»
Roma – La novità sta da qualche giorno stimolando la risata dei più grossi nomi delle news: Reuters, CNN, UPI sono quelle più in evidenza, che sorridono all’intenzione di Associated Press di bloccare l’accesso ai propri contenuti online per chi non li paga.
L’irrigidimento dell’Agenzia sembrerebbe scatenato da un impiego almeno all’apparenza non legittimo delle sue notizie da parte di All Headline News (AHN), che secondo quanto si legge avrebbe «rubato» le sue notizie ed un giudice avrebbe autorizzato AP a trascinare AHN in tribunale.
Un quadro che Business Week dipinge con estrema neutralità e saggia diplomazia, lasciando trasparire la chiara intenzione di non inimicarsi nessuno. Il che non gli impedisce, tuttavia, di evidenziare gli aspetti di una prospettiva, come quella che ha nel mirino Associated Press, facile da definirsi anacronistica.
AP ha una storia piuttosto lunga dalla quale emerge un’ignoranza pressoché assoluta circa i meccanismi economici che governano il movimento delle notizie nel mondo online. E le ultime elucubrazioni di Tom Curley, il suo presidente, secondo Techdirt ne sono piena conferma, proprio perché accanto alla generica prospettiva di farsi pagare, prende in considerazione il concetto di micropagamento.
Intanto, il progetto di Curley non potrebbe essere attuato appieno per parecchio tempo: dovrebbe revocare l’accordo che ha con diverse realtà non certo piccole, come Google, Yahoo ed alcuni altri, accordo che prevede la ritrasmissione al pubblico delle notizie di AP senza alcun gravame. E tali accordi hanno una scadenza, nel caso di Google l’accordo è valido fino a dicembre 2009.
Un’improvvisa «voltata di faccia» significherebbe per alcuni un salto nel vuoto, ma per altri – vedi CNN – significherebbe esclusivamente far dire loro: «Ok, ora basta. È ora che apriamo il nostro wire service». E i grossi nomi lo farebbero, eccome.
Curley dimentica, fa notare TechCrunch, che il giudice chiede ad AP di provare che AHN abbia rubato le sue hot news. Ma come definire, in un’epoca in cui le comunicazioni sono pressoché istantanee, una hot news? E quale sia la sua durata? Nel 1918, ironizza il popolare blog, le hot news viaggiavano via posta e telegrafo. Potevano volerci ore, a volte giorni, per averle. Oggi un vero scoop dura pochi minuti, trascorsi i quali parte il velocissimo, istantaneo tam-tam della blogosfera, seguita dai media tradizionali. Dunque, AP dovrebbe dimostrare anche di essere l’unica fonte di quella notizia: un’evenienza ormai rarissima, dal momento che tutti possono pubblicare su Internet.
Tornando con i piedi in terra, se è vero che i micropagamenti hanno funzionato per Facebook (mondo tipicamente 2.0), è assai difficile che possano funzionare per Associated Press (mondo tipicamente 1.0). Un mondo talmente unopuntozero che TechCrunch si sbilancia, nel suo titolo: “The AP is living in the last century”, L’AP sta vivendo nel secolo scorso.
Un secolo trasposto a forza in quello attuale, che l’ha vista scagliarsi contro la blogosfera, sollevando l’attenzione (e l’ilarità) di molti, incluso chi scrive, e seminare per la rete listini prezzo, dei quali sarebbe bello sapere cosa ne ha fatto, finora. E se da TechCrunch l’Agenzia ha solo ottenuto un sano «d’ora in poi per noi AP non esiste», farà bene a ricordare anche che c’è chi è pronto a creare Reuters 2.0. Non sarà meglio tentare di capire come funzionano le news nel mondo online ed evitare di scherzare col fuoco?
Marco Valerio Principato




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[...] come dicevamo altrove, intanto Google & C sono autorizzati, almeno fino a dicembre, quindi a loro fate un gran baffo [...]