WhatsApp, la contesa tra Google e Facebook

Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 21/02/2014
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Anche Google ha provato ad acquisire WhatsApp. Ma non c’è riuscito: ha offerto troppo poco.

Il 20 febbraio 2014 mi sono espresso su Nel Futuro a proposito dell’acquisizione di WhatsApp da parte di Facebook: il risultato è stato – da parte mia e come ho chiaramente scritto – la rimozione delle utenze e la cancellazione della relativa App da tutti i miei terminali mobili. Ma vi eravate accorti che, oltre a Facebook, anche Google aveva «fatto la sua offerta» per acquisire WhatsApp? No? E invece si, l’ha fatto, eccome.

Ha offerto meno, questo si. Da Mountain View erano disposti a sborsare 10 miliardi di dollari (a differenza dei 19 di Facebook). Inoltre, sempre a differenza di Facebook, Google non ha offerto anche una poltrona nel board aziendale.

In termini numerici non occorre confrontare il patrimonio di Google con quello di Facebook: è intuitivo che i soldi di Mountain View siano tanti, tanti di più.

Quel che è interessante chiedersi è, invece, come mai Facebook, realtà finanziariamente “più piccola” rispetto a Google, sia stata disposta a spendere più del doppio (considerando la sedia nel consiglio d’amministrazione) per effettuare questa operazione.

La risposta, che ci crediate o no, sta nel “valore”, quella parolina magica del marketing. Per Facebook, WhatsApp ha un “valore” enorme perché è potenzialmente in grado di alzare il proprio fatturato pubblicitario attraverso una profonda integrazione della già gigantesca mole di dati personali che il social network ha raccolto negli anni.

Come? Le rubriche, ragazzi, le rubriche. WhatsApp ha copia di tutte le nostre rubriche. Ha sempre detto di non copiare “tutta” la rubrica, bensì solo le coppie “nominativo/numero mobile”. Ma oggi, con il declino delle utenze telefoniche di rete fissa (“tanto ho i minuti”), è quello che serve.

Una volta completata l’acquisizione, per Facebook non ci vorrà nulla ad eseguire un match tra i 450 milioni di rubriche acquisite e il proprio abbondatissimo (quasi uno e mezzo) miliardo di utenti.

Ciò, oltre a colmare il vuoto lasciato da tutti coloro che, alla fatidica richiesta del numero di cellulare che Facebook sistematicamente propina, rifiutano di fornirlo, permetterà di completare il quadro su mezzo miliardo di persone, o quasi.

Significherà, dunque, un nuovo macro-segmento di potenziale clientela a cui somministrare pubblicità, sempre più mirata e sempre più basata sui gusti, le tendenze, gli orientamenti, le effettive attitudini e propensioni d’acquisto. Cioè uno schizzo verso l’alto del fatturato pubblicitario potenzialmente in grado di ripagare il prezzo d’acquisizione in un battibaleno e, subito dopo, produrre margini pubblicitari in più pari a circa un quarto degli attuali.

Non tocco questioni inerenti la privacy, non è questa la sezione adatta del sito e, peraltro, in quella direzione mi sono già espresso su Nel Futuro. Quel che invece mi preme sottolineare in questa sede è proprio l’aspetto rozzamente commerciale: WhatsApp ha sempre scritto, sulla sua App, “perché non vendiamo pubblicità”, allo scopo di convincere l’utenza che, pagando (anche molto poco, meno di un euro l’anno), si può ottenere uno stato di grazia in tema di privacy. E in buona parte, come ci hanno dimostrato i fatti, è vero.

Almeno fin quando qualche magnate non apre il borsellino, come è appena accaduto: a quel punto, l’intero castello di sicurezza precipita, a comandare presto sarà qualcun altro.

E, come sempre, è chi comanda che decide le politiche. Perciò, se proprio intendete tenervi WhatsApp, almeno fate bene attenzione a come tali politiche verranno aggiornate. Perché è ovvio che non possono restare così come sono ora.

Marco Valerio Principato

(Versione redazionale in PDF)


Marco Valerio Principato (2076 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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