WhatsApp 2013: perdita di 138 milioni di dollari

Mark Zuckerberg all'acquisizione
Mark Zuckerberg all'acquisizione
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 29/10/2014
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La celebre App di Instant Messaging lo scorso anno è costata molto più di quanto abbia prodotto in profitti. Ma Mark Zuckerberg non se ne preoccupa affatto.

WhatsApp, la celebre applicazione di instant messaging, nell’anno 2013 ha prodotto una perdita di 138 milioni di dollari. I ricavi, in linea di massima ottenuti chiedendo un dollaro (79 €c in Italia) l’anno ai propri utenti, nel 2013 sono stati in totale poco più di 10 milioni di dollari. È quanto emerge da una nota presentata alla Securities and Exchange Commission statunitense.

In totale, secondo un’analisi della sezione Dealbook del New York Times, i 138 milioni derivano da un calcolo abbastanza semplice: le spese per la ricerca e lo sviluppo, in cui hanno lavorato 55 persone, sono state pari a 77 milioni; i costi generali e amministrativi sono stati pari a 18,6 milioni; a questo si aggiungano salari e stipendi, e il totale è stato di 149 milioni, “attenuati” dal solo ricavo dei canoni annuali, da cui la perdita netta di 138 milioni.

Tutto questo, secondo il celebre quotidiano, ha fatto si – per un complesso gioco di equilibri economici – che l’effettivo ammontare totale sborsato da Facebook non sia di 19 miliardi ma, oggi, sia lievitato a 21,8 miliardi. Il che, tuttavia, non sembra preoccupare affatto Mark Zuckerberg: come egli ha sempre detto, l’operazione di acquisizione di WhatsApp era volta alla ricerca di utenti, più che di profitto.

E questo lo sappiamo bene. WhatsApp è un’applicazione di instant messaging la cui diffusione, nonostante le evidenti contrarietà a carattere normativo, non sembra incontrare flessioni, anzi, si può dire che oggi non ci sia smartphone dove esso non sia presente e questo significa, per la “macchina inferenziale” di Facebook, disporre di mezzo miliardo di rubriche telefoniche integrali e di altrettante conversazioni, tutte svolte tra persone di identità certificata dalle rispettive utenze telefoniche. Questo, dunque, è il vero “valore” (in senso di marketing) a cui Mark Zuckerberg ha mirato. Ed è per questo che le oscillazioni azionarie non lo preoccupano più di tanto.

Va inoltre considerato che l’idea di chiedere una cifra annuale pressoché simbolica per il servizio è un’operazione decisamente poco redditizia. Innanzi tutto il servizio è gratuito per un anno; in secondo luogo, se dopo la scadenza ci si cancella dal servizio e dopo qualche settimana ci si ri-registra, in linea di massima si ottiene un nuovo anno gratuito (specie se la registrazione avviene con lo stesso numero ma su uno smartphone diverso); infine, la Rete è piena di guide che spiegano come aggirare il limite annuale. Non vi è alcuna certezza che tali guide siano “efficaci” ma, come tutte le applicazioni, WhatsApp non è indenne dall’essere esposta a “forzature”.

Resta solo da comprendere come mai, nonostante la presenza di diverse e validissime alternative, oltretutto meno invasive sotto il profilo della privacy, la gente continui imperterrita a calpestare i diritti propri e soprattutto degli altri, pur di non mollare.

Marco Valerio Principato

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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