Può WhatsApp decidere di inserire pubblicità?

Il modello di business di WhatsApp: ragionamenti.
Il modello di business di WhatsApp: ragionamenti.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 22/01/2015
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E se WhatsApp iniziasse a condire le chat con messaggi pubblicitari? Qualcuno se lo è chiesto e qualcun altro ha tentato di confermarlo. Ma è attendibile?

Nei giorni scorsi è circolata qualche voce, poi smentita, secondo cui David Marcus, vice presidente dei prodotti messaging di Facebook, avrebbe ventilato la possibilità di inserire all’interno di WhatsApp, la celebre App di Instant Messaging di Facebook, dei messaggi pubblicitari, senza che per questo scompaia il “canone” annuale di poco meno di un euro.

Nel tranello sono cadute fonti di larga consultazione (come ad esempio Tuttoandroid.net, ormai parte del portale Leonardo.it) e diversi altri siti, costretti poi alla rettifica. La circostanza evidenzia con grande chiarezza che quelle redazioni, prese dalla frégola (regionalismo romanesco: sta per fretta incontrollabile) di pubblicare l’articolo, non hanno ragionato né sulla fonte, né sul modello di business in sé, con cui opera WhatsApp.

Attualmente esso è un modello di business fondato sul profitto. Tale profitto si ricava da due fonti: lo sfruttamento di dati personali degli utenti e l’onere annuale, richiesto agli stessi utenti dopo un anno gratuito, concesso a titolo promozionale.

Per WhatsApp1 il “canone” annuale è soltanto simbolico: come spiegava lo scorso ottobre il Dealbook del New York Times, l’esercizio 2014 di WhatsApp ha prodotto perdite – si, esatto, perdite – per un totale di 138 milioni di dollari.

Questo, tuttavia, non autorizza a ritenere che per colmare tali perdite qualcuno abbia pensato di rendere ibrido il modello di business: non funzionerebbe mai. Di fronte all’effettiva ritrosia generale nel decidere di abbandonare WhatsApp per altre App migliori e più trasparenti nei propri modelli di business, un’eventuale ibridazione del modello produrrebbe risultati imprevedibili: ci sarebbe chi griderebbe allo scandalo, chi semplicemente supererebbe la propria pigrizia/ritrosia e cambierebbe App, chi accetterebbe passivamente. E, in un’economia keynesiana come quella in cui opera WhatsApp, l’imprevedibilità dei profitti è l’ultimo degli obiettivi da conseguire.

Del resto oggi le alternative – più o meno trasparenti – non mancano davvero e generalmente offrono più funzioni, anche molte di più, di quanto non offra WhatsApp, a partire dalla conversazione vocale (e video, in alcuni casi) di tipo telefonico, svolta sfruttando la Rete, quindi senza sottrarre “minuti”, ma solo traffico dati, in quantità piuttosto contenuta. Il solo punto di forza di WhatsApp è la numerosità delle sue adozioni, accoppiato alla presenza di quella che ormai è divenuta una vera e propria antonomasia dell’Instant Messaging.

Ciò che né il New York Times né alcun altro raccontano è che quei 138 milioni di dollari di perdite non tengono conto dei profitti – quelli veri – ricavati dal commercio di informazioni derivate dalle conversazioni svolte tramite WhatsApp e dalle rubriche telefoniche integralmente copiate da ogni singolo smartphone in cui l’App è presente ai server dell’azienda, che è di proprietà di Facebook e con il cui già gigantesco patrimonio informativo vanno a integrarsi.

È quest’ultima la vera fonte di profitto fornita da WhatsApp, nient’altro. Dunque, inserire pubblicità in WhatsApp sarebbe assolutamente privo di qualsiasi senso e qualunque fonte abbia lasciato trasparire simili intenzioni avrebbe dovuto far scattare l’allarme, avviando non una, ma molteplici e diversificate operazioni di verifica.

Il “canone” annuale, il micro-obolo a carattere simbolico chiesto a chi impiega l’App per più di un anno (hack a parte), non è altro che uno specchietto per le allodole: dà ad intendere che proprio perché si paga non si vedrà mai pubblicità. Della quale, come è ovvio, non vi è alcun bisogno, proprio perché non è da quella fonte che derivano i veri profitti.

Perciò no, WhatsApp non può inserire pubblicità. Senza una ben precisa pianificazione, sarebbe un autentico suicidio.

Marco Valerio Principato

  1. Cioè per Facebook: bisogna ricordare che l’azienda è di proprietà di Mark Zuckerberg da febbraio del 2014.  [Torna al testo]
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Marco Valerio Principato (2079 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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