Google-Apple, la sfida: si faccia pure, dirà Apple

Un affiancamento a dir poco «stridente»
Un affiancamento a dir poco «stridente»
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 05/03/2015
Commenti 2 commenti | Permalink

La prospettiva di un’App iOS che faccia funzionare device Android Wear su iPhone e simili desta interrogativi e sembra una sfida. Ma sfida non è.

Secondo indiscrezioni lanciate dal sito francese 01net, Google avrebbe intenzione di produrre e distribuire un’applicazione in grado di far dialogare i device Android Wear con il sistema operativo iOS di Apple. Ciò significa, in pratica e nell’immediato, poter connettere tra loro un iPhone e uno SmartWatch Android, tanto per cominciare.

La stampa e i media specializzati hanno raccolto la (possibile) novità con toni variopinti: chi la accoglie con entusiasmo pensando al risultato finale, chi sottolinea la derivante prospettiva di un aumento delle vendite per i numerosi SmartWatch non-Apple, chi si fa domande circa la compatibilità e fino a che punto possa spingersi. Ma la domanda più ricorrente, specie nei media più orientati al marketing e agli aspetti economici, è se Apple lascerà che questa App possa funzionare.

Certo che si. Perché non dovrebbe? Apple non ha alcun timore che la presenza di una simile App – il cui funzionamento potrebbe bloccarlo (o renderlo incerto e difficile) quando vuole – interferisca con i propri obiettivi di vendita dell’ormai prossimo Apple Watch.

La casa di Cupertino ha dalla propria una serie di asset pressoché “inscalfibili” e lo sa benissimo. Parliamo di brand, naturalmente, e di tutti i valori ad esso collegati. La sua brand image, cioè la percezione del marchio in termini psico-grafici, è scolpita nel marmo. La sua brand loyalty, cioè la “lealtà” dei propri clienti al marchio, è senza eguali. La sua brand awareness, cioè la notorietà del marchio e dei suoi valori nel mercato di riferimento, è profonda e ampia. La sua brand reputation, cioè la “reputazione” di cui gode il suo marchio nel mercato di riferimento, è salda e difficilmente scalzabile. Al suo marchio sono universalmente e indelebilmente associati concetti come integrazione, ergonomia, qualità, prestigio, status symbol.

Nel preciso momento in cui, nella testa di un consumatore, si “affiancano” i due marchi, persino se come logo di Google si sceglie quello di Chrome e come logo di Apple il suo vecchio logo (vedi immagine in testa) c’è un segnale forte, prodotto dalla “rottura” di una o più associazioni di marchio, come appena elencate. Il primo dubbio che assale un fedelissimo di iPhone è: saranno i due device realmente e pienamente integrati? In secondo luogo: posso sotterrare la mia brand loyalty e il conseguente prestigio che ne ricavo affiancando a un nobile iPhone un provinciale e becero device Android?

Dunque, Apple non ha nulla, assolutamente nulla da temere. Anche in considerazione del fatto che chi acquista un iPhone 6 Plus con 128 GB di memoria Flash è persona che ha speso più di mille euro per uno smartphone senza pensarci. Quella stessa persona non utilizzerà mai uno SmartWatch non Apple.

Chi, invece, ha acquistato un iPhone 6 con 16 GB di memoria Flash è il tipico cliente dell’operatore cellulare più economico (Tre Italia, per capirci), che gli ha permesso di acquistarlo in… trenta/trentasei comode rate mensili da 25 euro o giù di lì (più “maxirata” iniziale e/o finale, come le automobili), senza pensare che con 16 GB di Flash si potrebbe non essere neppure in grado di aggiornare iOS.

Quel cliente forse proverà a utilizzare quell’App e a impiegare uno SmartWatch Android Wear. Ma, come è ovvio che sia, di quel cliente ad Apple interessa ben poco e, numericamente, non si tratta né della maggioranza dei “clienti Google” né, quindi, di chissà quale prospettiva di profitto per BigG. Senza contare che l’elite degli utilizzatori Apple “veri” e “pieni”, se prima mal giudicava un simile acquirente di iPhone, farebbe ancor peggio in un caso di commistione del genere.

Perciò si, l’App si farà, andrà su iTunes, magari funzionerà, e anche bene. Apple non metterà bocca. A schernire e disilludere gli utilizzatori ci penserà lo stato del mercato, non serve fare altro.

Marco Valerio Principato


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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  1. ANDREA scrive:

    Buongiorno ,
    mi faccia capire , secondo lei chi ha un iphone 6 da 16gb è il classico poveraccio che se lo deve acquistare a rate e l’Apple watch può solo ammirarlo in vetrina?
    Addirittura non potrà nemmeno aggiornarlo!!!
    Per fortuna che lei si dichiara informatico dal lontano 1980…
    forse è rimasto a quei tempi !
    Se la pensa come ha scritto sono contento di avere il 6 16 gb ma non preso a rate ne tantomeno con Tre Italia.
    E non ho preso a rate l’IMac nel’Ipad Air ( sempre da 16 Gb e non 4g, perchè sono un poveraccio) e nemmeno il 5s di mia moglie.
    Prima di fare determinate affermazioni pensi magari all’uso che una persona deve fare con soli 16 gb di memoria Flash…e soprattutto con i suoi soldi!
    Grazie.

    • Andrea, non ho scritto questo. Il fatto che lei si senta colpito evidenzia con grande chiarezza una visione equivoca che, con ogni probabilità, non la riguarda. Il suo caso, tuttavia, non fa media, come non lo fa il mio. Sotto il profilo tecnico non ci sono dubbi e resto del medesimo parare: un aggiornamento di iOS 8 può essere (compresso) lungo anche più di 7-8 gigabyte, il che significa che se i 16 GB di memoria interni non sono del tutto vuoti potrebbero non bastare (e ci sono persone alle quali è accaduto) per decomprimere e applicare gli aggiornamenti. Dunque, un iPhone 6 con 16 GB è condannato – su questo non c’è dubbio e nessuno può sottrarsi – a rischi di questo genere. Quella dei costi è una questione diversa: non c’è molta differenza tra spendere 900 euro o spenderne 1100 o 1200. Chi può permetterselo non ci pensa due volte e sceglie come minimo 64 GB per le ragioni suesposte. Gli operatori poi promuovono i modelli meno capaci per primi, per semplici ed evidenti ragioni di marketing. Chi li acquista con consapevolezza – come credo sia il suo caso – sa cosa acquista. Chi li acquista senza rendersi conto – e sono tanti – si affida alla competenza di chi vende, la quale è troppo spesso schiacciata dalla convenienza (sempre di chi vende).
      Tutto qui.
      La saluto e grazie per l’intervento.
      MVP




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