Anche Twitter è nella bolla

Twitter HQ.
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Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 16/06/2015
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Dal 1 luglio 2015 Dick Costolo non sarà più alla guida di Twitter. Per ora, ad interim ci va il presidente Jack Dorsey. Ma cosa occorre fare per non rischiare l’effetto bolla?

Roma – Se per Facebook, già da tempo, senza un po’ di buon senso c’è il rischio di entrare in una bolla destinata prima o poi a scoppiare, per Twitter non va meglio: la scorsa settimana Dick Costolo si è dimesso dalla carica di amministratore delegato. Sarà sostituito ad interim dal cofondatore e presidente Jack Dorsey a partire dal 1 luglio prossimo.

La decisione ha avuto effetto positivo sulla borsa: all’ufficializzazione della notizia le sue azioni sono salite del 3,6 per cento, ad indicare che l’azienda vale di più senza Costolo che con. Ma il problema, naturalmente, non è ancora risolto, almeno non per ora.

«Dove ha sbagliato Costolo?», si chiede Fortune. Era amato dallo staff, dal consiglio di amministrazione, ha ammaliato media e Wall Street, esordisce il celebre sito. Un’azienda che vale 32 miliardi di dollari. Però qualcosa non ha funzionato: perché gli investitori hanno girato lo spot sul presidente?

I cambiamenti ad alto livello in Twitter non sono nuovi. Dorsey è stato cofondatore di Twitter nel 2006, quindi ha lasciato per due anni. Poi è tornato per un breve periodo nel 2011, quindi ha lasciato di nuovo per concentrarsi su Square, il sistema di pagamento mobile. Molto probabilmente il suo ruolo ad interim durerà solo fino ad aver reperito una nuova figura che gli investitori riterranno pienamente idonea per la carica.

Alcuni osservatori ritengono che per risollevare le sorti di una realtà in cui, in ogni caso, nel 2014 si sono totalizzati 514 milioni di dollari di perdite, sia necessario qualche cambio di rotta, di cui l’eliminazione del limite di 140 caratteri nei messaggi diretti potrebbe essere un esempio.

Se la memoria tradisse, Twitter aveva già un accordo con Google, che nel 2011 è terminato. A febbraio di quest’anno ce ne è stato uno nuovo. Questi sono segnali non trascurabili, dai quali si evince chiaramente la necessità di una maggiore penetrazione di mercato. Che – attenzione – non significa solo maggiore profittabilità nell’ambito dell’advertising, ma anche una maggiore quota di impiego frequente e attivo.

Non è poi così condivisibile l’idea che parte dell’utenza ritenga Twitter “difficile”: ormai esiste da anni, spesso è preinstallato sugli smartphone, in TV è praticamente ospite fisso delle didascalie e i talk show ne fanno frequentissimo impiego per portare su un medium “uno-a-molti”, quale è la televisione, quell’interattività che attrae nuovi spettatori.

Il problema, evidentemente, è altrove. La gente ormai sa bene che i meccanismi prioritari con cui Twitter “dà spazio” ai tweet non è su base cronologica, ma ha un suo ranking, esattamente come Google e come Facebook. Ed è stanca di queste manipolazioni, che costringono a twittare non più dando importanza all’informazione, bensì (solo) agli hashtag, alle parole chiave, ai follower.

Dunque, il lavoro del nuovo amministratore delegato sarà bene che si concentri su questo equilibrio, più che sull’individuazione di nuove funzioni o la sottoscrizione di nuovi accordi. Se l’utenza “scappa”, non ci sono accordi che tengano: scapperanno anche i finanziatori e, con essi, gli inserzionisti.

E la bolla, a quel punto, scoppia.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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