WhatsApp gratuito? Bugia. Ora costa di più

Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 22/01/2016
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La celebre app di chat ha rinunciato per sempre all’obolo annuale. Ma siamo sicuri che è veramente diventata gratuita? La risposta è duplice: sì, «ma anche no».

Roma – Basta con questi 89 centesimi l’anno: non che ci sia qualcuno non in grado di permettersi un simile… esborso, ma è troppo grande il rischio che la gente abbia difficoltà con il sistema di pagamento. Perciò, d’ora in poi, godi popolo: gratis, a tutti.

WhatsApp, infatti, poteva essere pagata con carta di credito, con PayPal e con qualche altra diavoleria di cui, però, ad oggi, non ancora tutti dispongono, specie nei paesi in via di sviluppo (quindi, con licenza di malignità, inclusa l’Italia).

«Nel corso della nostra crescita ci siamo resi conto che questo modello non ha funzionato bene. Molti utenti non hanno la carta di credito e sono preoccupati di perdere il contatto con i loro familiari dopo il primo anno gratuito», ha spiegato l’azienda nel blog, ricalcando quanto detto dal CEO Jan Koum nel corso della Digital Life Design conference di Monaco.

Bene, questa è la versione ufficiale. Ora guardiamo i fatti alla luce delle teorie di marketing digitale e con gli occhi ben aperti. Qualche sommesso segnale di “allerta” in Rete è già presente, ma andiamo più a fondo.

Riguardandosi il libro Gratis di Chris Anderson (2010), abbiamo già una prima risposta nei suoi “dieci principi”. Quelli che si applicano sono:

1. Tutto ciò che è digitale prima o poi diventa gratis

4. Il gratis può diventare profittevole facendo in modo che i consumatori paghino altro

6. Visto che il digitale sarà gratuito, se il prezzo di qualcosa è basso (era il caso di WhatsApp, ndB), strategicamente è meglio portarlo a costo zero per anticipare le tendenze di mercato

9. La gratuità implementa altri fattori, come ad esempio il valore del tempo

Ecco perché WhatsApp è diventata “gratis” (e lo mettiamo, a questo punto, tra virgolette con piena ragione).

Il punto uno può anche essere assiomatico, e va bene. Ma è mai possibile che l’App non presenti dei costi, a partire dalla struttura di server che la fa funzionare? Certo che no: li ha, è ovvio. Quindi, semplicemente il consumatore non paga più l’App, ma paga con ciò che fa con l’App: lapalissiano. E non c’è affatto bisogno di farlo sotto forma di versamento in denaro.

E poi: 89 centesimi l’anno moltiplicato (ammesso che tutti paghino) circa un miliardo di utenti fa 890 milioni di euro. Un fatturato che farebbe sorridere, dunque non lo si poteva ritenere affatto un vero pagamento: una semplice farsa.

Il punto sei di cui sopra è semplicemente il “preavviso” di quanto è appena accaduto a WhatsApp. Il punto nove, invece, fa capire che se l’App fa risparmiare tempo – per esempio per ricevere le notifiche dalla propria banca, previ accordi, come ha detto Koum – allora l’App “dà valore” e quel valore è possibile chiedere di pagarlo (non necessariamente all’utente di WhatsApp: per esempio alla banca, che poi magari si rifarà sul cliente, ma questa è altra storia).

Infine, per quanto i media si sgolino a sottolineare che WhatsApp e Facebook siano rimaste due aziende separate, non crediamo alla Befana: WhatsApp è di proprietà di Mark Zuckerberg, ormai lo sanno tutti. E se è sua, pur lasciandola “vivere” come azienda autonoma, ne fa quel che vuole e WhatsApp, come azienda, fa esattamente quel che dice Zuckerberg, perché il buon Mark a suo tempo ha sganciato 19 miliardi di dollari per averla. Un motivo ci sarà.

Semplicemente, WhatsApp è una macchina fornitrice di dati: colloqui, posizioni geografiche, fotografie, video, dialoghi e soprattutto un mare (un miliardo) di intere rubriche telefoniche, delle quali WhatsApp entra interamente in possesso e che contengono dati di altri, che in teoria sarebbe nostro dovere proteggere da una dispersione di massa del genere.

Ecco qual è la strategia scelta, ecco quali sono – detti terra-terra – i principi di marketing su cui tale strategia è basata, ecco qual è il (nuovo) modello di business sul quale si fonda il mantenimento in vita di quell’App.

Dunque, c’è poco da gioire: se finora Zuckerberg si è “limitato” ad appropriarsi delle rubriche e scavare a fondo sull’uso di tutti i numeri telefonici in esse memorizzati, ma ha evitato pubblicità o altri impieghi, adesso – facendosi forza sulla parolina magica “gratis” (che gratis non è affatto) – si sentirà autorizzato a scavare molto, molto più a fondo. A fare incrocio ancor più agguerrito con i dati di Facebook. A registrare tutto ciò che è registrabile come posizioni geografiche, uso di altre App, contenuto del registro delle chiamate telefoniche, accesso ad agende, note, appuntamenti e chissà cos’altro (ricordiamoci che Android, cioè quasi l’85 per cento del mercato mobile, fa fare alle App qualsiasi cosa e l’utente finale non può vietarglielo).

Cosa fare? Assolutamente nulla: tanto nessuno, a seguito di questa lettura, toglierà WhatsApp, perché nessuno vuole privarsi di uno strumento che “tutti usano”.

Chiedere agli utilizzatori di smartphone una cosa del genere è assolutamente impensabile: la loro idiota stupidità è talmente radicata e diffusa – in modo particolare negli italiani – da non esserci la benché minima speranza di una “presa di coscienza”.

Mark Zuckerberg e Jan Koum lo sanno benissimo e hanno già brindato, tranquilli.

Marco Valerio Principato

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Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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  1. gianfranco scrive:

    ..io non ho capito come accedere alle “impostazioni della tastiera” come indicato nella fotografia postata da Dario Denni.
    Personalmente non ricordo mi sia capitato quell’avviso ….
    può essere più preciso?
    Grazie
    Gianfranco
    P.S.
    sono un profano :-)

  2. Donato scrive:

    Perché scrivere “in modo particolare negli italiani”, anche i cinesi o gli americani lo usano. C’è un riferimento bibliografico a questa citazione o è pura fantasia (o paranoia come scriveva qualcuno). Io ho installato WhatsApp per comunicare con i cinesi, ma loro me lo hanno richiesto.

  3. Marco Spinaci scrive:

    Queste paranoie sui dati sono ormai ridicole. State su Internet? Siete registrati su Facebook? Usate Google? Avete accettato i termini e condizioni. Non venite a fare le vittime quando siete voi i carnefici.

    • Gentile lettore, Lei è libero di ritenere queste indicazioni “paranoie”, per carità, così come noi siamo liberi di non ritenerle affatto tali. Non è chiaro, tuttavia, quando afferma “Non venite a fare le vittime quando siete voi i carnefici” a chi si riferisce: su queste pagine di certo “carnefici” non ce ne sono, e questo sin dall’ormai lontana (settembre 2008) apertura del sito, da sempre votato al rispetto della privacy e alla diffusione della consapevolezza.

      Il fatto di “aver accettato termini e condizioni” dei vari servizi non autorizza un comportamento superficiale. Quel che noi cerchiamo di sottolineare non è certo un “metodo infallibile per sottrarsi”: sappiamo bene che non esiste. Vogliamo solo che vi sia la consapevolezza, così che ognuno possa agire in piena libertà ma SAPENDO con cosa ha a che fare, caso per caso e di volta in volta. Paranoia, se mai, è il timore di non saper o voler affrontare la complessità di certi meccanismi, per esorcizzare il quale ci si schiera dalla parte di una supposta inesorabilità che, ovviamente, non esiste, lasciando che il “sistema” funzioni così come hanno deciso ALTRI, piuttosto che agire in maniera critica e decidere in autonomia (troppo faticoso).

      Cordiali saluti.




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