Google e Cina, tensioni sul futuro

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Marco Valerio Principato
Di Marco Valerio Principato
Pubblicato il: 20/01/2010
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Roma – Il braccio di ferro tra Stati Uniti e Cina sta assumendo molteplici sfaccettature che vanno oltre il semplice battibecco inerente la questione censura. Alla minaccia di disobbedire agli ordini censori del governo per il rispetto della propria filosofia e a quella di abbandonare il paese quale possibile conseguenza, da Mountain View è arrivato una sorta di embargo: Google ha infatti deciso di porre il veto a tempo indeterminato sul rilascio al mercato cinese di due smartphone basati su Android.

In realtà, a ben guardare lo scenario, non si tratta di un semplice embargo ma di una misura precauzionale. Tutto è legato ai risultati dei molteplici colloqui in atto tra il governo cinese e il colosso delle ricerche, prima del termine dei quali le incertezze, a parere di Mountain View, sono troppe per non intervenire.

Sede di Google Cina

Sede di Google Cina

Qualora, infatti, Google dovesse giungere alla decisione di ritirare il proprio business dalla Cina, ben poco senso avrebbe far funzionare degli smartphone basati su Android che, al di là del mero business della loro vendita, costituisce un ulteriore apporto di clientela al proprio motore, foraggiato dalla crescente tendenza a impiegare sempre più i terminali mobili per collegarsi alla Rete piuttosto che i personal computer.

Un altro risvolto di quello che potrebbe apparire come embargo è un’azione indotta di lobbying. Fermare l’introduzione di due novità di rilievo come due smartphone prodotti da Motorola e Samsung e operati da Android significa anche, per China Mobile – l’operatore cellulare che li rifornirebbe di connettività - veder sfumare un possibile, consistente profitto. La speranza potrebbe dunque essere che dall’operatore giungano pressioni per scongiurare la dipartita di Google dalla Cina.

Tuttavia, è assai difficile che il governo cinese possa accettare, sia pure sotto “mentite spoglie”, un aut-aut come quello che le realtà in gioco stanno portando alla consistenza: di fronte a una disobbedienza alle politiche censorie che la Cina impone, il governo non può non reagire, non può non far sentire la propria voce senza perdere la faccia. E non ci sono, almeno all’apparenza, ragioni per cui Google possa fare eccezione.

Della circostanza, tra l’altro, potrebbero approfittare le realtà più squisitamente locali come Baidu, che potrebbe esercitare le proprie pressioni – siano esse del tutto autonome o indotte – per supportare la “cacciata” di Google dal paese: l’occasione sarebbe d’oro per mascherarla come semplice tentativo di ridurre la concorrenza.

Quanto ai tentativi di cracking delle utenze di posta elettronica, a questo punto è chiaro che essi sono solo un mezzo alquanto pretestuoso per giustificare l’assunzione di una posizione difforme dalle linee indicate dal governo: non è certo la prima volta, né sarà l’ultima, che tali circostanze hanno riguardato utenti Gmail di qualsiasi natura, estrazione sociale od orientamento politico. Raramente, però, in altri scenari, tali evenienze hanno ottenuto il medesimo hype, a evidente dimostrazione che lo sbandierarne l’esistenza sia con elevata probabilità un fatto strumentale al raggiungimento di altri obbiettivi.

Cosa possa accadere nel breve e medio termine è difficile dirlo. Neanche la minaccia della perdita del posto di lavoro per gli attuali 800 dipendenti di Google Cina rappresenterebbe più di tanto un problema, anzi: non è da escludersi che la concorrenza, in caso di dissidi a triste epilogo, faccia carte false per accaparrarseli, visto il know-how accumulato e la conoscenza di dettagli che, diversamente, non avrebbero mai avuto l’opportunità di conoscere.

Non resta che attendere: la sola cosa certa è che lasciare la Cina, almeno sotto il profilo dei mercati internazionali, per Google potrebbe avere forse più controindicazioni che vantaggi, mentre dal punto di vista generale potrebbe costituire un precedente per alcuni aspetti increscioso, al limite dell’incidente diplomatico, dal quale gli internauti non trarrebbero alcun beneficio.

Marco Valerio Principato

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