Network Cap, una pessima idea presente e futura
Londra – Di quando in quando Comcast, il celebre Internet provider statunitense ormai ospite ricorrente delle cronache, salta all’attenzione dei media per i suoi contrasti con la Federal Communication Commission, per contestazioni forti dei clienti o per politiche di network management spesso contestate.
L’ultima avventura è il cap di 250 GB/mese, di cui questo Blornale ha dato informazione la scorsa settimana. Secondo alcuni osservatori, tuttavia, l’idea di applicare un cap è una pessima idea, tanto nell’immediato quanto nel futuro della Rete. L’Italia, che dal canto suo generalmente non applica tecniche di limitazione al traffico broadband flat, farà bene comunque ad esaminare i fatti per prevenire future “sterzate”, che potrebbero rivelarsi gravemente nocive per il progresso tecnologico.
Spiega GigaOm, riferendosi a tutte le circostanze in cui in passato si è occupato del fenomeno:
- Time Warner ha fatto marcia indietro a gennaio, ed a giugno ha annunciato che avrebbe aumentato il cap da 5 a 40 GB mese iniziando la nuova tariffazione ora.
- Mentre molti ISP hanno solo minacciato l’impiego del cap, solo Frontier l’ha fatto, introducendo 5 GB mensili di limite ai propri clienti.
- L’annuncio di Comcast sull’introduzione di un cap da 250 GB/mese l’azienda lo ha difeso asserendo che riguarderà solo l’1 per cento dei clienti, in quanto la maggior parte scarica da 2 a 3 GB al mese.
- La maggior parte dei cap sono imposti in nome del network management, ma non si può negare che creano benefici economici per gli ISP.
- Ci sono differenze sostanziali tra chi adotta reti basate sull’ultimo miglio e chi fornisce via cavo o fibra, ciò nonostante applicare un cap (anche per cavo/fibra, ndR), risulta comunque un’idea non buona.
- Un limite di 250 GB non avrebbe alcun impatto sulla maggior parte dei clienti, ma qualsiasi azione che spinga le persone a pensarci due volte prima di scaricare o usufruire di servizi broadband potrebbe avere un impatto negativo sull’innovazione.
- Nel caso del broadcast online dei Giochi Olimpici, i cap potrebbero far sentire di più il loro effetto, ed è difficile gestire un cap senza disporre di apposito software che monitorizzi i “consumi”.
- Tutto ciò può infastidire aziende come Google, Amazon.com e Netflix, man mano che offrono nuovi servizi più avidi di banda.
- Per il futuro, servizi che spaziano dalla telemedicina alla teleconferenza potrebbero risentire dell’effetto dei cap. Per non parlare di chi, con il Web, ci lavora.
- Prescindendo da quale ISP statunitense attui dei cap, il web continuerà a crescere, sia in termini di numero di utenze che di quantità di dati in transito.
Non saranno dunque i cap, conclude GigaOm, a risolvere il problema. E neanche gli ampi tentativi di applicare tecniche di “network management” come il throttling. Se le reti broadband non possono accontentare la domanda, gli States si troveranno in gravi defaillances in campo tecnologico.
Facile concludere che altrettanto accadrebbe all’Italia: per fortuna, ad oggi vi sono esempi di grande chiarezza, come quello di NGI, che pubblicizza la propria ADSL economica dichiarando esplicitamente che il traffico P2P è limitato, consentendo così al cliente un acquisto consapevole. Una chiarezza che non riguarda proprio tutti gli ISP italiani e che, invece, è d’obbligo non solo per correttezza commerciale, ma per favorire la consapevolezza dei consumi. E per non commettere, come spesso accade, gli stessi errori che ha già commesso l’America.
Sara Polizzi Anderson




Networking picture










[...] (50? 100 GB?) ci deve essere per preservarla. Nella rete fissa la cosa ha meno senso (sono molte le valide opinioni in tal senso), ma il network cap rischia di diventare una necessità per preservare le connessioni di [...]