Chiuso un Megaupload, se ne fanno altri due: è tempo perso (riapre?)
La schermata di Megaupload
(UPDATE) Si, Megaupload è stato chiuso. Ma la domanda sorge spontanea: che l’hanno chiuso a fare se ce ne sono altri cento che fanno la stessa cosa, e anche peggio? Da cosa si vuol deviare, piuttosto, l’attenzione pubblica?
Comincerei col pensare due cose, a proposito della chiusura di Megaupload: la prima è che il suo titolare potrebbe aver arrecato altri fastidi a qualcuno, ma nulla di legato al suo sito; la seconda è che si vuole distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da qualcosa d’altro.
Il Corriere della Sera sottotitola con «Arrestati il fondatore Kim Dotcom e altri manager» (il corsivo è mio) e nel testo dice “[...] ha arrestato il suo fondatore Kim Dotcom (conosciuto anche come Kim Schmitz)”. A me sembra che su nome e cognome sia il contrario, come si evince da Wikipedia, ma non importa, andiamo allo scenario.
Megaupload.com, per chi non lo sapesse, è (anzi, era) un portale di accesso a un gigantesco sistema di storage online, la cui caratteristica era quella di permettere il caricamento gratuito illimitato di qualsiasi file – inclusi film, musica e qualunque altro materiale eventualmente coperto da copyright – e di permetterne lo scaricamento a chiunque in due modi: in maniera gratuita con l’interposizione di vari trucchetti come attese, pubblicità e velocità di download ridotta, oppure, pagando, s’intende, senza alcun freno e a piena velocità. Oltre a questo, possibilità di assistere in streaming ai file multimediali, con gli stessi trucchetti per chi non paga. La sua schermata principale è riprodotta in testa per… memoria.
Ora non c’è più. Non è più online perché, appunto, è stato chiuso dalla giustizia a stelle e strisce: ha lucrato, ha piratato, insomma da fastidio, e va bene. Ma mi domando: case discografiche, la giustizia USA stessa, autorità e altri attori, sono completamente ciechi e sordi e non si accorgono che in Rete di realtà analoghe ce ne sono molte altre, anche ben più esplicitamente indirizzate proprio a ciò che quest’azione vorrebbe far intendere di aver represso? Non ci credo, neanche se me lo mettono per iscritto.
In fondo, su Megaupload – ma anche su tutti gli altri simili, notare: cloud storage compreso – potevo agire illegalmente e caricarci film, ma potevo benissimo caricarci una collezione di mie foto, con lo scopo di farle circolare e farmi conoscere come fotografo: il sito non può sapere a priori cosa ci caricherò.
Allora debbo pensare che Megaupload ha dato più fastidio di un Guardafilm a caso? Un sito come www.guardafilm.com, oppure www.guardafilms.org sono per caso più rispettosi del copyright, tenuto conto che lì ci sono solo film da guardare gratuitamente? Non prendiamoci in giro, per favore. Anche perché quella dei vari Guardafilm è una scenetta comica: ogni tanto oscurano la versione “.us” (cioè www.guardafilms.us) e il sito rinasce come “.net” (ossia www.guardafilms.net). Poi chiudono anche quello, e il sito risuscita come “.com”. Poi si trasforma da “guardafilms” (con la s plurale finale) in “guardafilm”, sempre per districarsi tra censure e chiusure, ma in un modo o nell’altro c’è sempre. Quelli danno meno fastidio? Oppure non si riesce ad arrestare i titolari? Ma per favore.
Tenderei piuttosto a ritenere – vista la storia del titolare – che egli, magari in associazione con i suoi “manager”, si sia lasciato andare a qualche altra iniziativa, magari con un piccolo eccesso di spregiudicatezza che, stavolta, gli è costato caro. Ovvio, a questo punto, che la Rete si rivolti contro le autorità: sono subito partiti i famosi / famigerati Anonymous che hanno bersagliato il sito di FBI e quelli di molte major, e a questo c’è da aggiungere i ben poco favorevoli sentimenti che l’intero pianeta sta provando per le recenti proposte statunitensi di legge SOPA e PIPA, palese prodotto di pesanti azioni lobbyistiche, il cui scopo è la solita protezione del diritto d’autore. Un masso contro cui le autorità continuano a scagliarsi e contro il quale si romperanno sempre la testa, a mio avviso, finché non comprenderanno che il diritto d’autore – sacrosanto, per carità – va rivisto integralmente per farlo diventare un diritto d’autore del terzo millennio.
E ora? Esattamente come accaduto per tutte le risibili censure adottate in Italia (ma non solo), delle quali non parla più nessuno semplicemente perché del tutto inefficaci, esaurito lo “stupore” (se così vogliamo definirlo), tutti si dimenticheranno di Megaupload. Ne esistono altri mille, ci sono altri mille modi per ottenere la stessa cosa, alcuni curiosamente palesi ed espliciti – magari saranno i prossimi a essere presi di mira – altri molto meno espliciti, altri ancora che esistono, che le autorità non sanno che esistono e che sarà assai difficile poter sradicare.
Il vecchio proverbio, pronunciato con inflessione romanesca, dice: “chiusa ‘na porta, s’apre ‘n portone”. A mio personale avviso, si applica perfettamente anche a questo scenario. Meglio, dunque, cercare di capire cosa davvero stanno facendo ora le autorità, che non vogliono essere osservate troppo mentre lo fanno. Come per esempio l’evitare – o il ridurre – gli ostacoli alle due proposte di legge di cui sopra.
Marco Valerio Principato
Sembra, si dice, parrebbe che un nuovo nome a dominio, megavideo.bz, sarà la nuova “sede” di Megaupload. Del resto, gli Anonymous sono molto, molto adirati per quanto sta accadendo in relazione alle succitate proposte di legge. Al momento esso dà un “Forbidden” se lo si naviga dall’Italia, almeno a me.
Ciò non toglie che: 1) non mi stupirei affatto se davvero risorgesse in questo modo e, 2) cosa si aspettavano? Che per un gesto del genere tali realtà scomparissero? Poveri illusi. Bene, staremo a vedere. (MVP)





































[...] da quando MegaUpload è stato chiuso, la ricerca ha evidenziato una certa crescita nella quantità di materiale piratato sui vari [...]
no, perchè far pagare film con costi enorme è una cosa giusta?
18.99(19)€ per un film non è un furto?
Prima di arrestare inutilmente benefattori pensino ad abbassare sti c###o di prezzi e di rinchiudere i veri ladri:
Investitori senza scrupoli,politicicorrotti ecc…
Beh una legge non potrà mai imporre un tetto massimo per il prezzo di vendita di un qualsiasi bene di lusso (quale il CD è), al più può farlo col pane, bene di prima necessità. Non potrà mai imporre alla SIAE di snellirsi, piuttosto dovrebbero essere i dirigenti della stessa, ma come azienda pubblica alla fine la nomina è scelta a livello politico (inteso in senso non necessariamente stretto), con tutto quel che ne consegue. Fino a quando ci sarà l’egemonia della SIAE come unica via plausibile alla tutela dei propri diritti la situazione non cambierà, per quanto riguarda la percentuale di vendita. Perché guadagnare di meno quando invece si possono aumentare i tassi d’interesse? Sarebbe da stupidi scendere quando tutti scelgono la propria società, no?
Per quanto riguarda la produzione di un CD, vanno considerati vari fattori, dalle sale di registrazione ai tecnici del suono, pubblicità etc. Un costo di 20€ a CD potrebbe essere giustificato perché nonostante si vendessero poche copie (1500?) si rientrerebbe nei costi di produzione iniziali, considerati i margini della SIAE, dell’autore stesso (il quale, se è un gruppo composto da 4 componenti, è veramente marginale) e del rivenditore. Una volta assorbiti i costi di produzione giustamente i prezzi dovrebbero scendere (ed alcune volte succede proprio così), ma a volte il CD diventa best seller, quindi il prezzo rimane alto (sempre per la legge di mercato) ed è qui che la società che aveva investito (il produttore) ci ricava il più. Infatti, a differenza forse di un tempo, il guadagno non è incentrato sull’autore, ma su chi investe e produce per lui e questo solo perché l’artista non è in grado di affrontare le spese a proprio carico (di chi è la colpa quindi?).
Nell’era del digitale questo monopolio delle case distributrici andrà via via scemando, ma non si può dire quando saranno costrette a diminuire il loro ricavato, anche perché spesso accade che sono gli stessi artisti a voler pubblicare il loro libro presso la Mondadori, oppure registrare presso gli studi della Virgin Studios, questo perché aumenta il risalto e quindi la percentuale di vendite, senza considerare che digitale è sinonimo, specialmente in Italia, di pirateria, minor guadagno e maggior rischio (ad oggi per esempio non esiste un sistema di vendita online di musica lossless o comunque low-compression, optando per lo schifoso (a livello di preservazione del suono) MP3). Ad oggi un artista può rivolgersi presso siti totalmente gratuiti (supportati interamente da donazioni e dai banner pubblicitari) o che offrono margini di guadagno superiori per prodotti digitali (quali audio o ebook), fino al 50%, ma questi siti non si sono ancora imposti come punto di riferimento nel web: grazie ai contratti di esclusività infatti solitamente si può distribuire la propria opera solo tramite un canale per volta e, visto che questi editori “economici” sono meno conosciuti, i “grandi” non tentano neanche quella strada perché guadagnerebbero di meno, per i fattori già spiegati, rendendo i sistemi di distribuzione alternativi dei ghetti di artisti sconosciuti (i quali, c’è da dire, non sono condannati all’anonimicità, ma spesso non decollano).
Caro “Elegos”, La ringrazio per la risposta. Intanto vorrei invitarLa, se me lo consente, a guardarsi dal cadere nel tranello delle implicature: come spiegava il linguista Paul Grice, ritenere che l’invito a usare un nome “normale” (anche di fantasia) piuttosto che uno pseudonimo implichi l’intento di voler screditare è un’implicatura bella e buona, nel caso specifico totalmente falsa. Lei – come chiunque – è libero di farlo, ci mancherebbe, a condizione di essere consapevole che dal punto di vista semiotico uno pseudonimo è un segnale diverso da quello trasmesso da un nome di battesimo, come ripeto, anche di fantasia: il primo, in un ambiente come questo dove tutto è alla luce del sole e nessuno ha segreti, necessariamente stimola l’idea di necessità di anonimato, il secondo invece alloggia nella realtà semantica di questo “luogo virtuale” in maniera equilibrata, tutto qui.
Ciò chiarito, veniamo alla SIAE: spero di non essere stato frainteso. Non anelo a vedere una SIAE monopolista e/o monopolizzante, tutt’altro. Vorrei vedere una SIAE efficiente, attiva, ben regolata, soprattutto dotata di LIMITI DEFINITI PER LEGGE, che le impediscano qualunque “deviazione” e qualsiasi eccesso, capace di essere un punto di riferimento unico e una sicurezza per tutti, autori e pubblico, in grado di relazionarsi tanto al tradizionale che al nuovo con mentalità e modelli aperti, molto meno “grassa” dal punto di vista strutturale, più snella, agile e capace di fornire il proprio apporto in maniera significativa, feconda e utile.
Le dò ragione per quanto concerne il mercato. Quest’ultimo, però, è “irrigidito” anche a causa dello scenario di contorno: non può negarmi che, se un CD originale costasse 8 euro (che a occhio e croce sarebbe il suo prezzo giusto), vi sarebbe un ricorso alla pirateria nettamente inferiore perché molte persone in più sceglierebbero la via “ufficiale”. Si tratta, in definitiva, di cercare gli strumenti per l’avvio di un circolo virtuoso, mentre oggi lo stato dei fatti è tale da ingenerare circoli viziosi. Se ci fa caso, più le autorità si irrigidiscono e tentano di reprimere, più la pirateria si “affina” e persiste, pressoché indisturbata. Ulteriore repressione = ulteriori costi da sostenere = maggior costo dei CD = maggior ricorso alla pirateria = ulteriore repressione, eccetera. Un circolo vizioso che potrebbe interrompersi con la semplice rinuncia di una parte degli attuali soldi a palate che entrano sia nelle casse delle case discografiche sia in quelle degli organismi di tutela, i quali dovrebbero, anche per questo, ridursi in dimensioni e quantità e crescere in proattività ed efficienza/efficacia.
Se solo si riuscisse nell’intento, non necessariamente con il modello che a mio avviso funzionerebbe, ma con qualsiasi altro si dimostri in grado di avere efficacia, Megaupload e simili non esisterebbero, semplicemente perché inutili.
Questi sono i termini in cui tenterei di riprogettare la legge sul diritto d’autore, almeno allo specifico riguardo delle opere mediatiche (musica, video, libri), anche in relazione ai nuovi media.
Un saluto
Mi firmo “elegos” semplicemente perché non ho intenzione di divulgare il mio nome su internet, qualsiasi cosa scriva, così come solitamente navigo con TOR sui siti i quali so che effettuano il tracking ed altre tecniche per rivendere dati senza il mio esplicito consenso. Se mi firmassi “Mario” cambierebbe forse qualcosa? Curioso comunque che l’abbia fatto notare, visto che non ce n’era bisogno: un modo per screditare le mie parole?
Comunque Lei ha descritto il modo in cui solitamente avviene la tutela del copyright (motivandolo tra l’altro con una cosa che non c’entra nulla, ossia il costo al pubblico di un prodotto), ma nessuno vieta di fare diversamente.
La legge non stabilisce che si debba pubblicare, ad esempio, un libro tramite un editore, si può distribuire anche in proprio (azione resa sempre meno onerosa grazie all’era della digitalizzazione), ma non conviene perché si dovrebbero pagare una serie di costi che un editore, appunto, riesce ad assorbire facilmente (stampa, pubblicità, promozioni, conferenze…). In cambio definisce il prezzo dell’opera e la percentuale con la quale si paga il servizio.
La legge non stabilisce che bisogna registrare la propria opera alla SIAE, si può stabilire la paternità dell’opera tramite altre vie, come ad esempio un notaio e successivamente affidarsi ad uno studio legale per la tutela dei diritti nel caso in cui dovessero esser stati infranti. Ma conviene? No, una singola causa probabilmente costerebbe più di una vita sotto la SIAE.
Monopolizzare la tutela, ma siamo impazziti per caso? Se esistesse SOLTANTO la SIAE ci sarebbe dittatura, nulla vieterebbe allo Stato di aumentare le tasse anche lì, facendo morire la produzione creativa italiana, la quale già di suo non è la prima in Europa. Rendere privata la SIAE aprirebbe le strade per nuove società simili, creando competizione ed abbassando i costi generali.
20€ a CD sono il prezzo proposto dalle case discografiche. Di soldi ne fanno a palate, tante palate quante cause intentano ai più svariati privati per divulgazione illecita. Se riescono a pagare i costi legali, vuol dire che vendono molti CD. Il giorno in cui le persone smetteranno di comprare CD, abbasseranno i prezzi: si chiama “legge di mercato”.
Quindi, tornando alla domanda fondamentale, come intenderebbe cambiare l’attuale legge sui diritti d’autore? Quali modifiche proporrebbe di concreto, a parte la monopolizzazione della tutela?
Per “elegos” (meno perspicuo di un nome di battesimo: è proprio necessario, se non si ha nulla da nascondere?): certo che sarò così gentile da spiegarLe meglio come la penso.
Credo di aver messo un inciso, scrivendo – sacrosanto, per carità – quindi l’argomento “opportunità dell’esistenza di un diritto d’autore” l’ho già sottolineato e non richiede ulteriori rinforzi.
Purtroppo quella legge è vecchia, anacronistica e claudicante quanto la sua stessa età. Non tiene conto dei nuovi media se non marginalmente e in maniera imprecisa, lascia spazio a organizzazioni come la SIAE, che di fatto funge più da sceriffo che da organo di tutela, permette l’esistenza di strutture duplicate, triplicate, decuplicate, con altrettante enumerazioni nel campo delle spese che sostengono gli artisti.
Questo è il punto. Quando diventerà legge stabilire anche quali margini può avere l’organo di tutela – che deve essere UNO e UNO SOLO, con compiti e limiti ben definiti – e quando la stessa legge verrà riscritta tenendo conto che oggi un CD musicale nuovo di zecca, inedito e senza promozioni NON PUO’ costare 20 euro, allora ne riparleremo. Quando verranno eliminati sistemi impositori palesemente iniqui come l’equo compenso – che costringe a pagare pressoché ovunque anche se non in tutti i casi sarebbe giusto né dovuto – allora ne riparleremo. Fino ad allora, qualsiasi sostegno dell’attuale sistema di tutela risulterebbe solo agiografico e sarebbe indifendibile.
Fintanto che ci saranno interessi di lobby, fazioni discografiche e organizzazioni il cui lucro è sproporzionato e i cui dirigenti siedono su poltrone megagalattiche con stipendi da capogiro, siti come Megaupload e simili non solo non smetteranno di esistere, ma prolificheranno sempre più e, più passa tempo, più si tuteleranno, occultandosi attraverso gli strumenti che la Rete stessa mette a disposizione e contro i quali, salvo interventi censori radicali di stampo totalitario, nulla si può fare.
Questa è la mia Opinione. Le ricordo, infatti, che siamo nell’area Opinioni.
Un saluto
Saresti così gentile da spiegarmi, così a spanne, come dovrebbe essere il diritto d’autore del terzo millennio? Cioè, posso scaricare una canzone, così come copiare i tuoi articoli, e pubblicarli altrove? Fammi capire, l’autore non dovrebbe avere pieno diritto a guadagnare sul proprio operato?
Esistono già copyright (o meglio, copyleft) dove la copia è permessa a patto di… (es. non ridistribuirla, citare l’autore, etc), ma non sta a noi decidere per gli autori quale licenza adottare, sta a loro. La stessa SIAE è una società che tutela gli interessi dei suoi clienti: non è necessario registrare la propria canzone alla SIAE, solo si dovranno affrontare le spese legali per eventuali infrazioni della licenza di persona.
Quindi credo che sia sacrosanto il diritto d’autore già così com’è, non sono le leggi a dover cambiare, piuttosto chi distribuisce il materiale: se non vuoi che venga distribuito, è sacrosanto tuo diritto dirlo e farlo rispettare.
Piuttosto sono le case distributrici che troppo spesso lucrano più del 50% del fatturato, ma quello è un discorso privato tra produttore e distributore.
alx commentato su The New Blog Times:
http://109.236.83.66/
Megaupload riaprira tra poco credo
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Megaupload riaprira tra poco credo