Wikipedia rischia la pelle. Sarà il caso di metterci mano?

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
Di
Pubblicato il: 21/09/2012
Commenti 7 commenti | Permalink

Opinioni – Trovo del tutto condannabile ed esecrabile quanto accaduto a Wikipedia. I maggiori responsabili dovrebbero davvero sentirsi delle nullità per il male fatto all’intera comunità

Ormai alle parole “corruzione”, “compromissione” e simili, siamo abituati. Per questo non ci scompone più di tanto la vicenda in cui si è trovata Wikipedia, la celebre enciclopedia online mondiale la cui presenza, silenziosamente rumorosa, ha “cambiato la vita” a tanti, incluso me, lo confesso e ne sono contento. Invece la cosa è grave, molto grave.

Breve premessa: Wikipedia è un’enciclopedia libera, a contributo libero, liberamente editabile. Ha delle sue linee guida, naturalmente, alle quali occorre attenersi. Se così non fosse, se non fosse possibile per chiuque contribuire, non sarebbe quello che è.

Ebbene, nel trovarsi nella posizione di “Wikipedian in Residence”, una figura “retribuita per facilitare a governi, istituzioni e musei di portare i loro contenuti su Wikipedia” – spiega PC-Facile nel suo ottimo e sintetico riassunto sui fatti, dotato di numerosi link (applauso da parte mia per averli usati!) – è abbastanza facile cadere in tentazione se l’equilibrio morale non è più che stabile.

Mi domando se esistano procedure di valutazione davvero efficaci per l’ammissione a quel ruolo, ma lasciamo stare. Guardiamo oggi al vero valore di Wikipedia. Innegabile: è un riferimento, un approdo sicuro, un luogo virtuale sul quale ci si reca con qualche domanda in testa, qualche termine che non si conosce, qualche lacuna da colmare, qualche fatto da documentare. Lasciamo anche stare il valore SEO, prendiamo in considerazione quello umano: è immenso.

Fatti come quello di cui raccontano le cronache sono inammissibili, ingiustificabili, irresponsabili e da attribuirsi a una mente tanto machiavellica quanto bacata. Per il bene di pochi, si getta del fango su una realtà preziosa a livello mondiale. Si compromettono l’affidabilità e la reputazione di una realtà senza eguali e non solo nel ristretto ambito di un comparto idiomatico, questo è il guaio: ne parlano tutti, in tutte le lingue, anche in quelle diverse da quella nella quale il fattaccio s’è configurato.

Tutto ciò va a costruire inesorabilmente un complesso sistema semiotico i cui effetti sono perniciosi. La cronaca è tanto spietata nel parlarne adesso, quanto lo sarà dopo nel tacere gli sviluppi, ma la ferita provocata resterà, lascerà il segno e questo diventerà meno visibile solo con molto tempo, ammesso Wikipedia sopravviva in maniera indolore.

Ricordate tutti quel faccione di Jimmy Wales, quando l’organizzazione – senza mezzi termini – chiedeva l’elemosina online, sperando di rastrellare qualche soldo dalle donazioni per “restare in vita”. Una sorta di trasfusione, peraltro meritata, a cui io stesso non ho saputo resistere, anche se con una donazione simbolica. Che Wales chiede ancora adesso e che due sciocchi mentecatti fanno sì da rendere tale richiesta alquanto sfrontata, se il rischio è quello che i soldi facciano quella fine.

Bene, proprio perché a suo tempo ho donato quei venti dollari, io mi sento tradito, pugnalato alle spalle, offeso e vilipeso da quanto la mordace e fredda intraprendenza di qualcuno ha inteso attuare a proprio vantaggio. E come me, senz’altro, si sentono traditi tutti coloro che l’hanno fatto. L’intera comunità mondiale di utenti, contributori, fornitori di contenuti, revisori, tutti. E quegli stessi “tutti” hanno il sacrosanto dovere e diritto di indignarsi.

Forse sarebbe il caso di “rivisitare” il modo in cui le persone possono accedere a qualifiche così delicate. Perché quanto si pone con questo episodio non è semplicemente un problema etico, ma anche un (grave) problema sociale, un tradimento filosofico alla figura caratteriale di Wikipedia e, in definitiva, uno scacco all’intera comunità mondiale, turlupinata, sfruttata e tradita da due persone inqualificabili.

Portatemi qua Roger Bamkin e Max Klein, i due Wikipedian in Residence maggiori responsabili di quanto accaduto. Sarei capace di tutto (ciò che è legale, ovviamente). Ma questo non significa che non sarei in grado di ridurli un pizzico, di farli arrossire come peperoni maturi, di far vedere loro i sorci verdi, si dice a Roma. Anonymous, che ne direste di una risposta telematica a due idioti del genere? Ci starebbe come il cacio sui maccheroni, no?

Marco Valerio Principato

Sull'autore:

Marco Valerio Principato (1864 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureando in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.



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Sezione in lettura: Opinioni

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  1. Gianni scrive:

    Si, giusto. Il mio “piuttosto che”, scritto così, potrebbe essere facilmente frainteso con un “oppure” (il che sarebbe un grave errore oramai ricorrente ovunque..).
    Il significato che avrei voluto dare era “o meglio” che, se non ricordo male, è un altro uso del “piuttosto”; ma scritto come ho fatto era difficile comprenderlo.

    Si, è vero, quando si scrive di getto è facile commettere errori.
    Ancora saluti!

    GS

  2. Marco Valerio Principato scrive:

    Gianni, accetto il Suo punto di vista, per carità. Se l’avessi fatto, probabilmente Lei avrebbe gradito di più, magari altri avrebbero gradito meno, solo per aver già letto altrove l’accaduto. Sa, è una questione piuttosto personale e, tra l’altro, sia pure in modo sintetico, di solito un cenno ai fatti lo scrivo. Diciamo che stavolta ero – e sono – realmente dispiaciuto (ormai penso avrà letto) per quanto accaduto.

    A proposito di forma, non riesco a cogliere il senso del Suo “piuttosto che”: se non vado errato, non mi sembra sia un’espressione propria in quel contesto, ma non importa: accetto la consuetudine, l’importante è capirsi.

    La saluto cordialmente.

    MVP

  3. Gianni scrive:

    Sig. Principato, penso che nel mondo dell’internet più o meno tutti conoscano la funzionalità dei collegamenti ipertestuali piuttosto che la ricerca di informazioni sconosciute.

    Tuttavia, a mio avviso, ogni articolo seppur nasca come sfogo personale e abbia l’intento di criticare un determinato fatto, dovrebbe riservare qualche parola per far conoscere oggettivamente al lettore l’accaduto.
    E dico qualche parola, non necessariamente interi paragrafi…
    Altrimenti rischieremmo di far gossip e non informazione.

    Le auguro un buon lavoro, saluti!

  4. Marco Valerio Principato scrive:

    Per il Sig. Gianni e il Sig. Andrea: avete (in parte) ragione e, come suggerisce il Sig. Massimo, quel periodo in particolare non è il massimo della forma, ho anche cercato di “aggiustarlo” or ora.

    Si tratta, come è evidente, di un’esternazione del tutto sentita, nulla di finto: sono seriamente e sinceramente risentito per l’episodio e questo mi ha portato a scrivere di getto, da solo, rileggendo da solo, il che non è il massimo.

    Quanto al “fatto” retrostante, mi permetterei di ricordare che il motivo per il quale ho inserito il link (i link servono a questo) all’articolo di PC-Facile è proprio perché sul punto, trattandosi di una sorta di sfogo, ritenevo – e ritengo – inutile raccontare di nuovo il fatto, quando con un semplice click e una veloce lettura dell’articolo collegato ipertestualmente il fatto – ove non conosciuto – può essere appreso.

    In ogni modo grazie per suggerimenti e critiche e per avermi seguito.

    Saluti

    MVP

  5. Gianni scrive:

    Buon articolo, ma, scustemi se mi permetto, penso che oltre uno sfogo personale e condivisibile, non faccia assolutamente capire nulla del fatto accaduto..

  6. massimo scrive:

    Sig. Principato.
    Rilegga il suo articolo in particolare il paragrafo “Ebbene, nella posizione di…”

    … non si capisce nulla. Punteggiatura, parentesi ed italiano fanno a pugni tra loro.

  7. Andrea scrive:

    Ma cos’è che è accaduto?