Huffington Post italiano? Non fa per me. Neanche come lettore

Lucia Annunziata al lancio (foto Assodigitale - http://www.assodigitale.it/2012/09/26/fotogallery-huffington-post-italia-il-lancio-italiano-e-la-serata-di-gala/lancio-huffington-post-italia-arianna-lucia-annunziata-blogger-gratis-evento-milano-editoria-01)
Lucia Annunziata al lancio (foto Assodigitale - http://www.assodigitale.it/2012/09/26/fotogallery-huffington-post-italia-il-lancio-italiano-e-la-serata-di-gala/lancio-huffington-post-italia-arianna-lucia-annunziata-blogger-gratis-evento-milano-editoria-01)
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 28/09/2012
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Le aspettavo e sono arrivate: email in cui mi si chiede perché non ho parlato dell’Huffington Post italiano e invece ho dato spazio al Post di Sofri. Ecco le risposte. Ma non vi piaceranno, vi avviso

Mi sono già arrivate alcune email in cui mi si chiede: come mai non hai dato il benché minimo spazio all’arrivo della versione italiana dell’Huffington Post, mentre invece hai dato (è vero) ampio spazio all’arrivo de Il Post di Luca Sofri? E ve lo spiego subito.

Primo. Arianna Huffington non mi è mai stata e non mi è tuttora simpatica. A pelle. E su questo c’è poco da discutere, è un’opinione personalissima. Non c’è dubbio che da lei ci sia molto da imparare, anche se resto del parere che la bolla da lei creata scoppierà. Ricordiamoci bene che l’HuffPo di Arianna è esploso con il suo ingresso in AOL, anche se il flusso economico si è poi girato in direzione opposta.

Chi ha colto, a suo tempo, la vena sarcastica di questo mio pezzo e non l’ha interpretato come “cambio pensiero” (che non era e non è), capisce la mia posizione. I fatti dimostrano che circondarsi di blogger di qualità senza che questi abbiano (solo) nomi altisonanti non è poi così facile: Arianna Huffington stessa se ne è accorta e, con la sua abituale spregiudicatezza, ha provveduto a rimescolare le carte senza complimenti, servendosi – ma guarda un po’ – anche di un buon numero di giornalisti “veri”.

In quel periodo non sono mancati fatti eclatanti, come quello di Jonathan Tasini che ne ha dette di tutti i colori all’indirizzo della pubblicazione, del suo capo e dei suoi metodi. Cosa della quale, come sempre, alla Huffington non è importato nulla, ha proseguito per la sua strada.

Secondo. La domanda è: serviva un  Huffington Post italiano? La risposta è: secondo me, no, non serviva. Ma l’hanno fatto ugualmente. Sperando di sottrarre spazio proprio a siti come Il Post, a realtà come Fanpage e simili. Cosa che a mio avviso riusciranno abbastanza bene a fare, perché l’italiano medio (fatte le debite e dovute eccezioni) è meno intelligente di quel che sembra. Ma non sarà facilissimo e questo Arianna Huffington – che è una furba di tre cotte – lo ha capito benissimo da subito e per questo, a mio avviso, hanno scelto Lucia Annunziata come direttore.

Non sono minimamente d’accordo con il pezzo di Riccardo Luna su Wired, che neppure riconosco come penna. È più un pezzo, secondo me, da abile imbonitore che da giornalista, ma una cosa giusta a mio avviso la dice quando scrive proprio su Il Post, a proposito di quello che definisce fattore A(nnunziata): “Un direttore che ha le notizie prima degli altri (è una che con un giro di telefonate è in grado di anticipare quel che leggeremo di almeno dodici ore in molti campi) e sa come trattarle, ovvero come trasformare una notizia in un fatto che innesca una conversazione”. Be’, questa non mi sembra una dote marziana: per una giornalista con la sua lunga esperienza direi che è quasi “dovuto”.

Poi c’è il fattore B(logger). Già. Servirsi di blogger, che non costano nulla e riempiono. O perché sono nomi noti, o perché sono bravi e assetati di visibilità, il perverso meccanismo di vero e proprio sfruttamento di cui si è servita, si serve e si servirà finché potrà Arianna Huffington, e di cui punta a servirsi anche l’HuffPost italiano. Che disapprovo totalmente.

Peccato, tra l’altro, che tale concetto si scontra molto con l’Annunziata-filosofia, che è quella di una giornalista “vecchio stampo”, non molto digitale e ancora molto fax-oriented, dove il blogger non viene visto come un portatore di contenuti, ma solo di riempimento. Parole sue: «Il sito potrà contare su 200 blogger “che saranno la voce dell’Italia” ma non saranno retribuiti. “È una scelta aziendale che io condivido pienamente – ha detto Lucia Annunziata – i blogger non sono giornalisti, non fanno inchieste, non cercano notizie, che tra l’altro ci costringerebbero anche a una azione di verifica, controllo e responsabilità; si narrano, scrivono delle cose e si confrontano”».

Già qui, se ci si riflette, c’è una contraddizione: un sito che si propone di rivoluzionare il giornalismo digitale italiano affianca (di nuovo parole di Lucia Annunziata) ai blogger “un lavoro giornalistico che si concentra soprattutto sulla politica e l’economia, cioè i settori che più pesano sul nostro destino e che più sono colpiti dalla crisi di entità a noi finora sconosciuta”. Be’… mettere duecento blogger accanto a una manciata di giornalisti (a quanto si vede sul sito sono in dodici, per ora, compreso direttore) non mi sembra lo scenario idoneo a poter definire l’HuffPo italiano un sito dove i blogger affiancano i giornalisti, se mai il contrario, con tutto il rispetto per la categoria. Il che dimostra anche che non c’entra nulla l’essere blogger o meno con la capacità di esprimersi, di capire e di informare verificando ciò che si intende pubblicare prima di cliccare su “Pubblica” o “Programma”. Altrimenti, Annunziata dovrebbe ammettere di poter contare su ben poche forze, per quanto concerne le “notizie” vere e proprie.

E a proposito di giornalisti, resto ancor più basito di fronte alle constatazioni di Pino Bruno, autentico “vecchio lupo di mare” del giornalismo: Pino esterna delle perplessità per molti versi simili alle mie – anche se non logorroiche come le mie – ma a queste aggiunge qualcosa di molto più grave, che per quanto mi riguarda è più che sufficiente a decretare il definitivo “no” da parte mia.

Si tratta dei “Termini e condizioni d’uso”, che l’HuffPo di Lucia Annunziata pubblica candidamente (né potrebbe farne a meno), leggendo le quali chiunque tenga a un minimo di privacy dovrebbe non dico saltare dalla sedia, ma almeno dotarsi di qualche strumento per difendersi. Non che “gli altri” siano meglio, intendiamoci: ma “gli altri” sono realtà giornalistiche piene, a prescindere dalla qualità del giornalismo che fanno. Magari sono anche cariche di precari, fanno le loro ingiustizie, senz’altro, ma a me appare improponibile il paragone con una realtà dove il rapporto blogger/giornalisti è circa 20:1 dove quel che costa è l’uno, perché il venti, appunto, è gratuito. E quelle condizioni d’uso lasciano intendere una volontà di lucro di ben altro livello. “Da Arianna Huffington”, appunto.

In conclusione. Ho sproloquiato abbastanza e non voglio abusare della pazienza, già molta, di chi legge. Ma alla luce di tutto ciò, anche disponendo di un armamentario di navigazione capace di neutralizzare il 99,9 per cento delle minacce alla privacy derivanti da quei termini e condizioni d’uso, per quale ragione dovrei includere www.huffingtonpost.it nelle mie letture? Per il momento non ne vedo alcuna davvero importante.

So anche bene, pur non condividendo molte delle posizioni di Lucia Annunziata, che le sue capacità di giornalista potranno anche essere, almeno per alcuni, discutibili, ma non sono certo trascurabili. Vedremo se riuscirà a farmi cambiare idea.

Al momento, non mi resta che augurare a Lucia buon lavoro e in bocca al lupo, ma sul farmi cambiare idea ho i miei dubbi.

Marco Valerio Principato


Marco Valerio Principato (2065 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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  1. Refuso: il rapporto blogger – giornalisti è 20 a 1, non 1 a 20, che invece significa precisamente un blogger ogni venti giornalisti




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