Dietro le quinte di ‘papà New York Times’

The New York Times building

The New York Times building

Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 23/10/2012
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In un convegno sul tema dei Big Data docenti universitari, ricercatori e manager hanno illustrato cosa ci si fa. Parlando anche di casi reali, tra cui quello del New York Times. Riflessioni.

La scorsa settimana, grazie alla docente di Marketing del corso di Scienze della Comunicazione che sto frequentando, la Prof.ssa Sabina Addamiano, ho avuto la possibilità di presenziare a un convegno tenuto da Este Sistemi e Impresa, in cui hanno preso la parola docenti universitari, esperti, ricercatori e dirigenti di grandi aziende. Il tema centrale era: “Elogio della ridondanza. Ovvero cosa sono i Big Data e perché servono davvero a chi si occupa sul serio di marketing”.

È stata un’esperienza interessante, pur sapendo perfettamente cosa sono i Big Data, perché mi ha permesso di mettere in luce non solo gli aspetti legati al marketing in quanto materia che stiamo affrontando in Ateneo nei suoi principi da qualche lezione a questa parte, ma soprattutto per osservare cosa fanno le aziende quando confezionano i loro servigi fondati, appunto, sui Big Data e li propongono alle realtà interessate. E, last but not least, anche per osservare l’intera organizzazione dell’evento, le sue dinamiche, i suoi meccanismi e gli assi lungo i quali si è mosso il valore, concetto fondamentale del marketing, nell’ambito dell’evento stesso.

Mentre di tutto il contesto pratico e didattico al lettore interessa poco, ciò che invece intendo focalizzare è, in particolare, uno degli interventi: quello di HP, forse più nota come Hewlett Packard, per conto della quale ha parlato Marco Spoldi, HP Storage Business Developer Manager.

Spoldi, dopo aver illustrato lo scenario di riferimento, le esperienze e le direzioni in cui si muove l’azienda su quel tema, ha citato alcuni casi reali, implementati attraverso offerte integrate di HP. Sono stati fatti tre grandi nomi: Zynga, Tesco e… udite udite… il papà adottivo di questo sito, ossia il quotidiano statunitense The New York Times.

Zynga è più che ben noto, soprattutto a chi frequenta Facebook: è l’azienda dietro a molti giochi. Peccato che sia in notevole crisi e per questo, probabilmente, ha deciso di ricorrere ai Big Data: possono fornire quel quid in più che, miracolosamente, potrebbe far scattare la molla dell’inversione rispetto alle odiose tendenze attuali. L’ha aiutata HP, nello specifico a “come utilizzre il comportamento degli utenti per incrementare il business”, stando ai documenti del convegno. L’azione è quella di “proporre promozioni e sconti sulla propria ‘valuta’ basandosi sui trend di gioco di milioni di utenti”. Anche se non sappiamo con quale esito.

Tesco è “terzo operatore al mondo nella grande distribuzione organizzata dopo la statunitense Wal-Mart e la francese Carrefour”, ricorda MilanoFinanza, e prevede che “che il contesto economico globale rimanga molto impegnativo nei prossimi mesi”. Quello della grande distribuzione è un altro settore d’oro per i Big Data, dove effettivamente possono offrire molto: e anche qui è intervenuta HP, non sappiamo con quali risultati, ma è intervenuta, cercando di aiutare a “utilizzare commercialmente le immagini trasmesse da sensori e telecamere di sorveglianza”, stando alle slide.

E infine, papà New York Times. Ve lo aspettavate? Be’, io si, ma non fino a questo punto: il quesito del quotidiano a cui esso ha cercato risposta nei Big Data è “come decidere quale top story mantenere visibile, e per quanto tempo?”. HP è intervenuta con “un’analisi in tempo reale, che permette di identificare il contenuto più richiesto e/o rilevante, i trend di accesso, ma anche, per esempio, gli errori più comuni nel cercare un certo contenuto”.

Il nocciolo della questione che intendo evidenziare non è tecnico-procedurale: sul potere dei Big Data non ho dubbi, so di cosa si parla e forse ai lettori neppure interessa più di tanto. Quel che mi preme mettere in risalto è l’aspetto puramente giornalistico: che fine fa la qualità giornalistica di un quotidiano, se la sua linea editoriale non è più stabilita solo da un direttore ma pesantemente influenzata da un algoritmo che, per quanto evoluto e complesso, non arriverà mai a “impersonare” un giornalista e il suo intuito?

Ipotizziamo che giunga una notizia particolarmente rilevante, come potrebbe essere la scoperta di una nuova particella subatomica ipoteticamente fatta da un acceleratore di particelle statunitense, per via della quale si fosse trovato un modo economico, sicuro, stabile, replicabile e praticabile di produrre plasma e generare energia pulita a profusione.

Direi che qualunque direttore non esiterebbe a considerarla una top story, a metterla in prima pagina e ad accompagnarla per il tempo necessario (ossia diversi giorni) con approfondimenti, interviste, analisi sul valore – per restare in tema di marketing – che una simile scoperta porterebbe alla nazione e al mondo intero, alla sua capacità di cambiare la vita all’uomo e alla qualità dell’ambiente, all’impatto che avrebbe sulle economie dei diversi sistemi e sottosistemi legati agli idrocarburi, all’apporto sulla ricerca e alla modifica delle proporzioni tra le concorrenze di aziende che fondano il proprio core business sull’impiego di molta energia elettrica, e tutto quanto ce ne sarebbe da sviscerare per far capire a qualunque lettore la portata dell’evento.

Ma può un algoritmo come quello che scava nei Big Data, rendersi conto dell’importanza a tutti i livelli di una simile notizia? Forse si, forse no, fino a questo punto non sono in grado di dirlo perché non so, esattamente, cosa ha fatto HP con i Big Data di cui si serve il New York Times. Ma sono certo che difficilmente un algoritmo possa razionalizzare e proceduralizzare un’intuizione.

Resto molto perplesso e mi piacerebbe di avere qualche spiegazione da HP, anche se so che probabilmente non me ne darà mai. Ma non importa: per adesso, è chiaro che guarderò alle top stories pubblicate dal Times con occhio necessariamente diverso da prima. Almeno fino a prova contraria e senza nulla togliere a quella “ispirazione” di stile e di grafica che ha tanto contribuito a dare i natali a questo sito, nell’ormai abbastanza “lontano” 1 settembre 2008.

Marco Valerio Principato

Sull'autore:

Marco Valerio Principato (1856 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureando in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.



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Sezione in lettura: Opinioni

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