Facebook e Instagram si vendono le foto. E allora? C’è da stupirsi?
Una delle foto di protesta per l'iniziativa
Proprio dagli USA si levano proteste e gridi allo scandalo per la decisione di Facebook di vendere le foto di Instagram. Ma siamo sicuri che ci sia davvero da stupirsi? Direi di no.
Non mi dite che faccio il bastian contrario, ma qui c’è poco da stupirsi: appena circolata la notizia “Instagram si venderà le nostre foto” tutti a gridare allo scandalo, all’appropriazione indebita, al furto di foto. Ma dove sta la notizia? E cosa vi aspettavate, che Instagram – ossia Facebook, oggi – delle nostre foto ne facesse un oracolo da custodire gelosamente?
Follia: Zuckerberg non sta lì per cambiare aria. Sta lì per lucrare, per lucrare pesantemente, e la merce che vende siamo noi, con i nostri dati, i nostri spostamenti, i nostri commenti, le nostre foto, i nostri video, la nostra rete di amicizie, i nostri click (o non click) sulle pubblicità, tutto: è quella la merce che noi forniamo gratuitamente a Zuckerberg & soci ed è quella la merce su cui Zuckerberg guadagna. I fessi, ricordiamocelo, siamo noi, non loro.
Allora, vediamo assieme le fonti più importanti cosa dicono, e commentiamo insieme. Cominciamo dalle agenzie, che sono quelle con la notizia sic et simpliciter, senza “coloriture”.
Ansa si limita alla notizia: per effetto delle nuove regole, dal 16 gennaio sarà così, le foto finiranno da Facebook il quale le lascerà condividere ma, nel contempo, se le troverà utili per scopi pubblicitari, se le venderà. Stesso tenore per l’agenzia AGI, dunque questi sono i fatti. Andiamo alle altre fonti.
Internazionale, sito notoriamente serio, non si sbilancia, dice i fatti poi riporta quel che stila il blog BITS del New York Times:
1. Instagram potrà condividere informazioni con Facebook e inoltre con altri partner e inserzionisti.
2. Le foto degli utenti potranno apparire in una pubblicità senza che il proprietario sia avvertito.
3. Nessuna norma regola l’uso del social network da parte di minorenni, perché secondo la società se un adolescente usa Instagram molto probabilmente un adulto ne è a conoscenza.
4. Le pubblicità non saranno identificabili come tali.
5. L’unico modo per non aderire alle nuove regole è cancellare il proprio account.
Ha piuttosto il sapore di una risoluzione da libro di storia, ma tant’è: occorre prenderne atto, non c’è altro che si può fare se non cancellare il proprio account.
Il quadro del Corriere delle Comunicazioni è conciso ma concreto: riporta anche dei numerosi dissensi circolanti in Rete e della circolazione del suggerimento a lasciare quel social network e usare altri servizi. Cioè quali? Google Plus? FourSquare? LinkedIn? Sarebbe esattamente la stessa cosa. Nessuno fa niente per niente.
Pubblico la fa un po’ più tragica: il duro effetto contrapposto al ricatto “o ci cancelliamo, o le foto saranno vendute”. Dà anche il suggerimento di usare Instarchive o Instaport: il primo funziona, il secondo (al momento della redazione) dà un bel “500, Internal Server error”, ma questo è il minimo (sarà sovraccarico). Anche quei due, che fanno? Stanno lì per beneficenza? Suvvia: se lo fanno oggi, non lo faranno domani. Chi vuole, deve scaricarsi le sue foto e, se non vuole che circolino, deve tenersele nei propri dischi, questo è quanto.
Il Fatto è anch’esso circostanziato e offre i link alla pagina per cancellare i propri account, qualora si desideri. Aggiunge poco colore alla vicenda, ricordando della polemica sulla questione del voto.
WebNews titola con un “Epic fail” ad effetto, ma non va molto oltre il report. Ricorda però della protesta “organizzata da AllThingsD contro Mark Zuckerberg”, altra iniziativa strumentalizzata che, come è facile immaginare, non porterà assolutamente alcun risultato.
Ben circostanziato Repubblica, che illustra non solo il quadro dei fatti ma il retroscena economico: sono finiti i tempi degli esperimenti e ora Zuckerberg, che ha un’azienda quotata in borsa, deve far contenti gli azionisti. Dunque, ancor meno scrupoli di sempre, questo il messaggio.
Così, per divertirsi, anche un’occhiata a Vanity Fair: le cose le racconta, ma sobilla, ricordando che “l’immagine della nostra nuova pettinatura finisca sulla locandina pubblicitaria del parrucchiere, senza che nessuno ci avverta prima (e paghi per questo)”. Come se qualcuno avesse il minimo dovere di pagare per questo… ma andiamo, possibile che i Termini e Condizioni d’Uso non li legge nessuno?
GQ Italia fa, invece, lo spiritoso e solletica la fantasia ricordando che ci sono fior di star che si sono mostrate pressoché “senza veli” (sic) su Instagram e questo ha contribuito alla popolarità del servizio. Ora scapperanno tutti?, si chiede.
Abbastanza rigoroso Panorama, che richiama, tra l’altro, il meccanismo spiegato da The Atlantic: una vostra bella foto di un albergo potrebbe essere mostrata ai vostri amici per pubblicizzare quell’albergo. Ma no? Non ci aveva davvero pensato nessuno che ciò potesse accadere? Ma andiamo.
Poi c’è il blogger Marco Schiaffino, che sulle pagine del Fatto racconta la vicenda con stile compìto ma senza risparmi. Fa un grosso centro: riferisce che la Germania ritiene illegittimo obbligare l’utenza a registrarsi su Facebook con nome e cognome. Così ci facciamo un altro po’ di risate: prima la Germania si adira perché Google Maps ha per default “smarcata” la condivisione dei dati, poi però lascia circolare in tutto il territorio degli autentici colabrodo, sotto il profilo della tutela della privacy, quali sono dei sistemi operativi come Android e iOS. Dunque, sulla questione della registrazione su Facebook, non può proprio aprir bocca.
Be’, ce ne è abbastanza. Viste queste fonti, adesso vanno fatte alcune cose:
- Ricordare che qualunque cosa si faccia su qualunque servizio in Internet, specie se gratuito, è sottoposta al rischio di violazione della privacy (i fessi come il sottoscritto, che non raccoglie nessuna informazione in nessun caso e in nessun modo sui lettori di questo sito sono molto pochi). Se in Internet ci si va con i mezzi di navigazione così come sono (ossia senza un minimo di impostazioni più furbe), quel rischio diventa una certezza.
- Su Facebook, Twitter, Google, Instagram e ogni altro servizio che millanta gratuità ma del quale non ci sentiamo di – o non vogliamo – fare a meno, va scritto, caricato e pubblicato solo ciò che si scriverebbe o si pubblicherebbe in mezzo alla strada, con la consapevolezza che quanto è stato scritto o pubblicato può finire ovunque, in qualunque momento, per qualunque scopo. Si pubblica una foto? Pensare: “cosa accadrebbe se quella foto finisse su tutti i giornali e fosse usata per scopi diversi, lucro compreso?” Se a questa domanda la risposta fosse “non accadrebbe nulla, non mi interesserebbe”, allora si potrebbe pubblicare la foto su Facebook e simili, altrimenti è meglio risparmiarsela. Altrettanto vale per qualunque altra cosa si faccia su quei siti.
Se questa musichina non piace, allora bisogna “rieducarsi” e non fare come fanno in tanti, che quando gli si parla di privacy fanno le spallucce, o si trincerano dietro le solite sterili frasi “tanto io non ho nulla da nascondere”. Perché poi, a quanto emerge dal putiferio che si sta scatenando, qualcosa da nascondere evidentemente c’è ma, a fronte della più profonda delle negligenze adottata dalla stragrande maggioranza degli utilizzatori, c’è anche la più totale assenza di qualunque diritto a protestare.
O no?
Marco Valerio Principato





































[...] siamo oggi? Leggere qui, poi qui, poi qui e infine qui. Be’… è stata fatta appena un po’ di [...]
[...] sul negligente e superficiale tanto io non ho nulla da nascondere, affermazione che spesso poi si rivela fallimentare non appena qualcuno tocca con mano gli effetti dell’invasione della privacy e dei modi poco [...]