Privacy, è guerra termonucleare globale?

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 18/02/2013
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La sorda (e sordida) attività della goccia che scava la pietra prosegue indisturbata e le lobby scavano, scavano, scavano in seno all’UE contro la privacy. Volete la guerra? E guerra sia.

Il flusso di notizie su quanto sta accadendo in Europa sul tema della privacy può essere ben definito da un ossimoro: “fragoroso silenzio”. La stampa ne parla poco o per niente, i cittadini non si sentono parte in causa né – men che meno, e come sarebbe giusto – “parte lesa”, anzi, s’arrabbiano pure se dopo che una App ha rastrellato le rubriche di mezzo mondo gli vengono chiesti soldi per continuare a funzionare. Non so se dico sciocchezze, magari qualche giurista potrà correggermi, ma direi che i cittadini dovrebbero, invece, costituirsi parte civile per difendere il proprio diritto alla privacy.

Eppure a leggere il quadro di illustri giuristi esperti sul tema, pubblicato la scorsa settimana, tutto sembra volgere al meglio, sia pure con delle lievi riserve che rimandano alla lettura del testo definitivo.

Ma non è vero che della privacy non interessa nulla a nessuno, come ho avuto già modo di constatare. Anche perché, se così fosse, per quale ragione Facebook dovrebbe insistere tanto a pretendere l’impiego di nomi reali, al punto da litigare con la Germania e spuntarla? Ciò significa, infatti, soltanto una cosa: la gente cerca di provvedere con l’autotutela e questo guasta le uova nel paniere a Facebook, perché profilare dati falsi fa perdere valore (in senso di marketing) alla sua attività.

Che a trafficare in maniera poco trasparente ci siano degli sporchi interessi non c’è dubbio: come si può osservare, l’attività ispettiva del Garante Privacy svolta nel 2012 ha fornito risultati, ha evidenziato un incremento del 61 per cento di provvedimenti rispetto al 2011 e questo, se da un lato conforta perché conferma la presenza di un organo che vigila e agisce, dall’altro preoccupa, perché si vorrebbe che non fosse necessario ricorrere a tanta repressione.

E questo solo per quanto concerne l’Italia. Ma in Europa le cose vanno peggio e non c’è proprio nulla di cui stare allegri, nonostante il fragoroso, anzi, vergognoso silenzio della stampa. Ma qui non è una mezza bufala (strumentalizzata a scopi elettorali), come quella della Grecia in default (anche se poi di fatto i greci non stanno mica bene, sia chiaro), qui la faccenda è molto più concreta.

Qui ci sono delle superpotenze industriali e mediatiche come Google, Facebook, Twitter, LinkedIn, le grandi catene di distribuzione, i grandi operatori di rete e compagnia cantando che da mesi lavorano sottobanco di lobby alle spalle della Comunità Europea, come una goccia d’acqua, sapendo che, prima o poi, gutta cavat lapidem.

A loro non stanno bene le idee europee in tema di privacy, no, certo che non gli stanno bene. Perché rendono la loro vita molto più difficile, rendono loro molto rischioso prendersi quelle libertà che sono soliti e usi prendersi a casa loro senza che alcuno possa reagire con una qualche speranza di successo.

Per chi avesse la memoria corta, non è da adesso che se ne (ri)parla. La sola Viviane Reding ha (ri)sollevato l’ascia di guerra sulla privacy in Europa almeno dall’inizio del 2011, ma tutti fanno finta di dimenticarla.

Il guaio è che dal 2011 a oggi c’è stato un incremento pazzesco della diffusione di smartphone e tablet libertini, che con la connivenza di sistemi operativi colabrodo hanno provveduto a rimpiguare le voraci fauci dei predetti giganti con abbondanza di dati rastrellati ovunque, gli stessi giganti che, poi, davanti a iniziative come il Safer Internet Day esibiscono tutti la loro (falsa, falsissima e spudoratamente mendace) aureloa, come fossero dei santarelli. E molti ci credono pure.

Nel frattempo, secondo quanto si apprende dal sito Europe Vs Facebook, la “lista” degli emendamenti presentati dai lobbyisti è stata ben quantificata: in questo documento (PDF, purtroppo in lingua tedesca) sono ben 2600 gli emendamenti presentati.

E allora non c’è da stupirsi se nonostante gli accorati allarmi, che pure in rete circolano, con tanto di invito a far sentire la propria voce ai parlamentari europei direttamente, senza intermediari e subito, persino offrendo strumenti per farlo via Web, senza alcun costo, la situazione che si prospetta non è rosea.

La propria voce invece deve giungere a questi signori, che sono pagati per questo. E, di riflesso, deve giungere ai giganti di cui sopra. Non bisogna cedere, è proprio questo che vogliono i lobbyisti: vogliono prendere la gente per stanchezza, rendergli le cose talmente complicate da convincerla a lasciar perdere.

Non lasciamoli fare. “Presto, ché è tardi”. O davvero accadrà una lenta, ma inesorabile e autentica colonizzazione digitale, che spoglierà Internet di ciò che è oggi e la trasformerà in un nemico, anziché un amico. Una lenta invasione barbarica contro la quale, sopraffatti da opportuni periodi di lunga assuefazione, non riusciremo più a fare nulla se non darci tutti alla vita ascetica, a ritirarci sulle montagne dell’Himalaya e andare lassù alla ricerca di un minuto di silenzio vero, autentico, non un ossimoro.

Vogliono la guerra (sulla privacy)? E guerra sia. Io la vedo così.

Marco Valerio Principato

Sull'autore:

Marco Valerio Principato (1860 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureando in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.



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