Google non si è adeguato alla privacy europea. E ora?

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 19/02/2013
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Opinioni – Il CNIL francese alza l’ascia contro Google: entro ieri doveva rispondere sulle variazioni alle politiche sulla privacy e non l’ha fatto. Speriamo che dalle lobby resistano, o qui sono guai.

Ci siamo. È il momento buono per la Francia per alzare la voce. Tramite il CNIL, la loro autorità per la protezione dei dati personali, fanno sapere che Google non ha risposto alla messa in mora (scaduta ieri) circa la modifica delle regole sulla privacy che il gigante del Web deve applicare in Europa. Il CNIL agisce a pieno titolo, visto che ha la delega degli altri 26 paesi (ecco la lettera originale, formato PDF, del CNIL, a cui fin dall’inizio Google ha risposto in maniera da un lato pomposa e dall’altro sfuggente) per analizzare le proposte di BigG sul tema.

E lo farà, se ne può star certi. Conterà a Google fino all’ultimo pelino, perché adesso – anche se i giornali francesi sono stati fatti contenti e cornuti dal colosso del Web – vuole stimolargli il cervello, ricordandogli che non basta aver lanciato un progetto di finanziamento della transizione dalla carta al Web per i quotidiani d’oltralpe: ci sono ancora le tasse, sulle quali Google sorvola.

Chiaramente Google contesta: “Le nostre regole sulla privacy sono in linea col diritto comunitario e ci permettono di offrire servizi più semplici ed efficaci. Stiamo collaborando pienamente col CNIL e continueremo a farlo”.

L’idea sarebbe quella della “creazione di un gruppo di lavoro, pilotato dal Cnil, per coordinare l’azione repressiva, che dovrà scattare prima dell’estate”. Si parla di sanzioni, pur ricordando che ciascun paese ha poteri sanzionatori diversi, e che non sarebbero certo le prime sanzioni, per Google, a dover essere pagate.

A questo punto mi viene da riflettere su alcune cosine.

Primo: teniamo d’occhio quanto è sordo e continuo il lavoro delle lobby, mirato ad annacquare la riforma europea della normativa sulla privacy: questo dà la misura della grandezza degli interessi in gioco. Anche se Google dovesse pagare sanzioni, a mio avviso lo farà e zitto: gli conviene ugualmente. Difficile che in Europa venga sanzionato con importi simili alla sanzione record di oltre 22 milioni comminatagli dalla FTC a stelle e strisce: lì stanno a casa loro, qui è diverso, e sarebbero inoltre spalleggiati dall’Amministrazione Obama.

Bisogna anche soppesare come le multinazionali si associano per difendere i loro “diritti” sulla protezione dei dati: in pratica, hanno costituito la Industry Coalition for Data Protection (ICDP), un’entità in cui c’è un’assurda ridondanza il cui unico scopo è ripetere lo stesso messaggio moltiplicandone la forza. La sola Google, come si può osservare in questa tabella (PDF) rilasciata da European Digital Rights, fa parte di 1) Camera di Commercio USA, 2) European Digital Media Association, 3) European Internet Service Provider Association, 4) IAB Europe (pubblicità, ndB). Quattro diversi membri, e Google fa parte di tutti e quattro. Se si osservano gli altri nomi, si vedranno distribuzioni analoghe. Risultato: una associazione di associazioni, che dirà – nel caso in esame da parte di Google – quattro volte la stessa cosa sotto profili di interesse diversi.

Secondo: promettere, dire di essere già in regola e chiacchierare è una cosa, i fatti sono un’altra cosa. Google ha spruzzato Android (sistema operativo mobile per smartphone e tablet, per chi non lo sapesse) sull’intero pianeta. Non voglio ripetermi: ho già fatto notare che razza di colabrodo è Android sul piano della tutela della privacy. Per ottemperare realmente alle normative europee, l’architettura di quel sistema operativo in relazione alla privacy dovrebbe cambiare radicalmente e non mi pare che ciò sia nei piani del gigante del Web.

Anche perché non se la può cavare dicendo che “sono le App a essere invasive: il sistema ti dice che accederanno a tutto, poi se tu acconsenti è affar tuo”.

Tsk, tsk, vecchio Google: non è così facile. Perché App come Google Now, sul cui conto credo che per parlare di privacy ci vorrebbe un libro sano, non l’ho scritta io. Lo stesso Google Maps, installato per default su Android, molte operazioni (per esempio la memorizzazione di un punto geografico) non le fa fare se non da “collegati e autenticati”. E non c’è alcun motivo per farlo: le coordinate geografiche potrebbero essere memorizzate localmente, non vedo perché Google debba saperlo per forza, se non per mia scelta. E come Google Maps, ci sono tantissime cose che, su Android, non si possono fare se non da “collegati e autenticati”, cioè tracciati, inutile nasconderlo.

E abbiamo solo fatto due cenni su Android, ma c’è – anzi, ci sarebbe, altrimenti la faccio lunga – l’intera serie delle Google Properties su cui ci sarebbe da discutere: su ciascuna di esse, se vai a scavare, ci trovi ogni ben di Dio in contrasto con le normative europee sulla privacy.

E allora, che va cianciando Google, a dire che è pronto a collaborare e che già rispetta le normative europee sulla privacy? A me non sembra, mi sembra molto di più il gioco del gatto col topo.

Io spero soltanto che in sede UE nessuno si lasci convincere dalle viscide e melliflue azioni di lobbying in corso, mi auguro che la Signora Reding alzi la voce e si faccia sentire – lei e gli altri, beninteso – com’è giusto che sia, che ai nostri europarlamentari arrivino decine, centinaia, migliaia di messaggi che ricordino loro di non dimenticare che, non essendo lì in ferie pagate, è proprio ora il momento di rappresentare e difendere con vigore gli interessi dei cittadini dei rispettivi paesi.

Solo se Google, nel perseguire i suoi obiettivi, volando sbatterà rumorosamente sul vetro – come fanno i mosconi – e cadrà a terra tramortito – sempre come fanno i mosconi – forse, quando riprenderà il volo, comincerà a pensare che anche con la vecchia Europa, qualche volta, c’è da abbassare la testa.

Marco Valerio Principato

Sull'autore:

Marco Valerio Principato (1860 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureando in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.



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