La lettera-burla di Schmidt e Brin: burla, ma non troppo

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 20/02/2013
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Una (finta) lettera trapelata, sedicente autografa di Eric Schmit e Sergey Brin, ha fatto saltare dalla sedia più di qualcuno, me compreso. Certo, se fosse vera sarebbero guai seri.

Ha combinato davvero uno scherzetto intrigante Mr. Simon Davis, titolare del sito Privacy Surgeon e affiancato da una rispettabile schiera di collaboratori. Ha pubblicato una lettera-burla, che sarebbe stata scritta a firme unificate da Eric Schmidt e Sergey Brin e indirizzata a Jon Leibowitz (FTC), Joaquin Almunia, Jacob Kohnstamm e Isabelle Falque-Pierrotin, con cui dirgliela tra i denti su cosa pensa Google a proposito dell’accanimento che ci sarebbe contro il gigante da parte delle autorità europee.

Il titolo già fa sobbalzare: Una lettera trapelata dichiara Google come la migliore soluzione per la privacy dall’invenzione delle cabine WC in poi. Chi legge pensa: se il titolo è fra il serio e il faceto, forse è uno scherzo, ma leggiamo.

L’introduzione non aiuta. Davis scrive: “Sull’onda di ancora un altro scandalo relativo all’abuso dei dati personali, Google sembra aver perso la calma. A seguire i suoi tentativi di intimidire la stampa al fine di attenuare la copertura mediatica della controversia, le autorità UE della privacy hanno promesso di intensificare le loro indagini sull’azienda. Questa lettera trapelata mostra la profonda preoccupazione del gigante della pubblicità circa i diritti europei sulla privacy”.

Allora, si pensa, forse il titolo era solo artatamente manipolato per stimolare la lettura, ma vista l’introduzione, perfettamente verosimile, leggiamo: chissà, forse stavolta Google comincia a sentire la voce di qualcuno e inizia a mordere, perché si sente braccato.

Be’, chi non ce la fa con l’inglese la legga tradotta da Google stesso: non è il massimo, ma è già qualcosa. Chi, invece, se la sente, la legga in originale: basta cliccare qui, si aprirà in un’altra finestra, poi ne parliamo.

“It’s called capitalism,” he said. “We are proudly capitalistic. I’m not confused about this.” (Google’s tax avoidance is called ‘capitalism’, says chairman Eric SchmidtThe Telegraph, articolo del 12/12/2012)

Mentre la si legge non si sa se ridere, piangere, corrucciare la fronte, stupirsi, adirarsi, lanciare improperi: quel testo ha la proprietà di smuovere le viscere, perché anche se durante la lettura c’è un sospetto latente di “burla”, le affermazioni che contiene, lo stile, l’arroganza e la presuntuosità sono… attendibili. Richiamano alla mente la fatidica frase “it’s called capitalism” (si chiama capitalismo), la frase pronunciata da Schmidt in risposta alle contestazioni elevate a Google circa la presunta evasione fiscale nei paesi europei in cui opera.

La tensione emotiva che provoca, in seguito alla quale non si sa se considerare quella lettera una velata dichiarazione di guerra e, al contempo, una risentita rimostranza per l’accanimento dimostrato che sarebbe del tutto gratuito e degno di chi non capisce nulla, è tale da far dimenticare il rischio di star leggendo una burla.

Finché non si arriva in fondo, dove ci sono le firme di Schmidt e di Brin (su quest’ultima c’è un erroruccio: si chiama Sergey, non Sergei) e non si scorge la scritta “P.S. This letter is satirical (scary when satire meets reality like this eh!)”, ossia Post Scriptum questa lettera è “satirica” (tremendo quando la satira aderisce così alla realtà, eh!), scritta sapientemente dislocata in fondo e in molti casi talmente offuscata dalla confusione e dai sommovimenti viscerali provocati da essere totalmente ignorata, ci si continua a chiedere: “sogno o son desto?“.

Bene, finora abbiamo riso. Ma in realtà da ridere, a mio avviso, c’è molto poco. Adesso che siete preparati, rileggete accuratamente quel testo, possibilmente in inglese, se ne avete la capacità. Poi ditemi se il grado di verosimiglianza non sia tale da poter credere, con lievissime riserve, che non sia stata scritta realmente.

Poco conta, quindi, il fatto che si tratti di un fake (aggettivo che troverei troppo dispregiativo, francamente, vista la serietà -autentica- della questione): sia pure con alcuni opportuni ridimensionamenti e riconduzioni alla realtà, lo scenario grosso modo è quello.

Mi aspetto, in tutta sincerità, che qualcosa del genere (ovviamente in termini ben diversi) possa accadere realmente, considerando che basterebbe già constatare l’intensa attività di lobbying in atto per comprendere che in effetti sta già accadendo da mesi.

Adesso vado a farmi una doccia, mi devo riprendere, poi si ritorna a studiare… Per fortuna, studiando Scienze della Comunicazione, una delle cose che si impara è non stupirsi di fronte a nessun tipo di comunicazione, ma Mr. Davis è evidentemente molto più bravo di me: andrò a lezione da lui per la tesi di laurea, così il 110 e lode sarà garantito.

Marco Valerio Principato

Sull'autore:

Marco Valerio Principato (1864 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureando in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.



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