Ascoltare il Sapere Digitale: una strana sinestesia

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 04/03/2013
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Opinioni – Un coinvolgente pezzo di Fabio Fornasari, architetto, spinge ad esaminare una diversa possibilità di percepire i segnali culturali dalla Rete: bisogna provare ad «ascoltarla».

Sarà che ho appena sostenuto con pieno successo l’esame di Linguistica, sarà che Maria Catricalà, la docente, è riuscita a farmi “amare” la disciplina molto più di quanto accaduto in precedenza, sarà che uno dei testi d’esame era proprio curato dalla stessa docente (Sinestesie e Monoestesie, prospettive a confronto, ed. Franco Angeli), sarà che avendo scelto di studiare Scienze della Comunicazione sono “sensibile” a quei temi, sarà quel che volete. Ma mi è piaciuto molto Sapere digitale, un rumore di fondo, scritto da Fabio Fornasari e ho anche scoperto perché.

Fabio Fornasari è un architetto (se ho azzeccato persona, ma credo di sì). Nel suo pezzo ha suggerito un modo aperto di percepire i segnali che arrivano dalla Rete. Un modo metaforico, perché parla di “[…] approcciare la cultura digitale con un altro organo di senso. Vogliamo ascoltare la rete?”. Dunque, è l’impiego di quella che nel libro di cui sopra viene classificata pseudo-sinestesia, in quanto interrelazione tra piani sensoriali diversi dei quali uno è l’udito (“ascoltare la rete”) ma l’altro è un piano squisitamente mentale, cioè lo strumento con cui si “percepisce” la cultura. Un’idea innovativa? Penso di sì, ed ecco perché.

Qualcuno potrebbe domandarsi “cos’è la sinestesia”? Non leggete la risposta che trovate su Wikipedia: è decisamente scarna (e lo stesso dicasi per molti manuali), dice pochissimo e non svela affatto quanto, invece, sia vasto il campo d’analisi dietro al concetto. Vi basti sapere che, quando si parla di “suono caldo”, si è di fronte a una sinestesia perché si qualifica il suono (che riguarda l’udito) con una qualità percepita con il tatto, il che – linguisticamente – è un nonsense. Però funziona, lo sappiamo tutti, lo facciamo tutti e la usiamo tutti, senza accorgercene. Infatti, dagli studi emerge che il meccanismo è embodied, ce l’abbiamo codificato dentro da sempre, per questo funziona e ha sempre funzionato (fin da Aristotele, quindi non da ieri). Poi, da qui, ci si possono fare mille e una domanda: perché funziona, per esempio, qualificare la voce (udito) con dolce (gusto), ma non con salata (che è sempre gusto)? E perché non funziona, o funziona pochissimo, calore sonoro (cioè l’inversione del meccanismo)? E così via. Per i linguisti la sinestesia è un tema aperto, in pieno studio e già oggi si sa molto più di prima, per fortuna. A questo punto dovrebbe cominciare a essere più chiaro il titolo che ho dato a questo articolo.

Ciò detto, sempre nel libro Sinestesie e Monoestesie un’altra autrice, Dina Riccò, anch’ella architetto e ricercatore di Disegno Industriale, illustra le ragioni che l’hanno spinta a immaginare una cultura sinestetica, ossia “progettare per tutti i sensi”, come ella stessa sostiene. Secondo Riccò, un’accorta progettazione in quell’ottica fa sì che di fronte all’eventuale mancanza di un senso (per esempio cecità) la persona possa avvantaggiarsi di quello che lei chiama “senso vicario”. Allo stesso modo, strumenti come le narrazioni registrate per le visite guidate, se progettate in maniera sinestetica, possono offrire ai visitatori elementi di significazione in più laddove la vista, per ragioni di… affollamento o per disfunzioni fisiologiche, non possa servire allo scopo.

Vedrei allo stesso modo il meccanismo di cui parla Fornasari, ma con una sostanziale differenza: se percepito, esso porta elementi di significazione addizionali. Il pezzo si incentra, infatti, sull’acume e sulla scaltrezza da impiegare per sottoporre delle query (le query sono interrogazioni specifiche basate su ben precise parole chiave) a TweetDeck, il client Twitter per PC, sul quale è possibile non solo leggere ma, attraverso questa curiosa ma intrigante metafora, anche “ascoltare” la Rete.

L’ascolto consiste nel porre a raffronto i flussi di tweet, basati su apposite query, che scorrono sullo schermo facendo eco a quanto accade – nell’esempio di Fornasari – nel mondo della politica: le elezioni appena svolte hanno offerto (e offrono ancora) molti spunti per compiere studi di questo tipo. Da cui si estraggono significazioni che vanno oltre lo studio delle morfologie, delle sintassi e dei lessici: “Da venticinque secoli la cultura che chiamiamo occidentale cerca di guardare il mondo, ne studia le morfologie, le figure. Di rado ha capito  che il mondo non lo si deve solo guardare: lo si può anche ascoltare. Non solo leggere ma sentire”, dice Fornasari.

Il concetto può sembrare cervellotico e un po’ bizzarro, ma si chiarisce facilmente: basta osservare i due filmati, in fondo all’articolo di Fornasari, in cui è ripreso TweetDeck all’opera mentre visualizza lo scorrere dei tweet sulla scorta delle query di cui parla. Una delle dimensioni che appare subito lampante è questa sorta di botta e risposta, che non emerge affatto dal testo, bensì dal dinamismo dei flussi. Tale dinamismo va osservato senza curarsi di “leggere” quel che c’è scritto sulla schermata di TweetDeck (che è abbastanza sfocata da essere non leggibile), ma ascoltando, appunto, il “discorso” che si forma tra le parti sociali coinvolte. Un po’ come fosse un oscilloscopio, che disegna sullo schermo le forme d’onda di un suono.

Sono certo che, se non avessi seguito il corso di Linguistica con quella docente e, soprattutto, se non avessi letto quel libro, non avrei saputo cogliere il significato profondo che Fornasari cerca di trasmettere. Non che le mie elucubrazioni migliorino la situazione, tuttavia ho voluto farle ad alta voce perché, magari, se riuscissero a dare un aiutino a chi, di fronte a quel pezzo, fosse rimasto perplesso, sarei già ampiamente soddisfatto. Così come mi soddisfa e mi appaga l’aver constatato con quale facilità i meccanismi che si studiano in quel corso di laurea, se veramente appresi e non appiccicati in testa a mo’ di post-it solo per superare l’esame, trovano naturale collocazione e applicazione nel mondo della Rete.

Non posso che ringraziare Fabio Fornasari per il pezzo, godibile, leggibile e “ascoltabile”, ma altrettanto plauso va all’Università e, in particolare, alla docente di linguistica, senza la quale forse… non mi sarei accorto di niente, o quasi.

Marco Valerio Principato

Sull'autore:

Marco Valerio Principato (1878 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureando in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.



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