Futuro della blogosfera: crisi sistemica?

Riflessioni
Riflessioni
Marco Valerio Principato
Di
Pubblicato il: 05/03/2013
Commenti 4 commenti | Permalink

Riflettere sul futuro mi stimola a guardare in faccia la realtà, a prendere atto di come vanno le cose e a voltare pagina. Ecco lo scenario visto dai miei occhi e cosa intendo fare.

Senz’altro qualcuno si sta chiedendo come mai questo articolo, che è un’opinione, sia stato messo in prima pagina: un fatto inconsueto. Ma c’è una ragione: costituirà il nuovo punto di riferimento di questo sito e della mia attività di blogger, dunque ha bisogno di essere lì, ben presente, come prima cosa che si nota appena si arriva sulla pagina. Tra qualche tempo sarà rimpiazzato e continuando la lettura si comprenderà il perché.

Siamo in un’epoca in cui si vive di classifiche. La competizione è ai massimi livelli, ovunque. Da qualsiasi parte ti giri, tutto già c’è, tutto è stato già fatto, tutti hanno già parlato di tutto prima di te, tutti sono arrivati prima di te. Parrebbe quasi che la blogosfera sia giunta a saturazione. Google non ti aiuta più, né con le SERP, né con le News, né con AdSense. Funzionano solo i grandi circuiti. Se non scrivi su l’Huffington Post non ti legge nessuno (pare, ma così non è: prova a scrivere male di qualcuno, e vedi che succede). Lo stesso “business” (se così vogliamo chiamarlo) SEO è in crisi, perché Google cambia continuamente le carte in tavola e quelle che fino a ieri sembravano certezze diventano miseri naufragi.

Dunque, una crisi sistemica? Secondo Luca De Biase no, non è una crisi, piuttosto un diverso equilibrio di proporzioni che vede una maggiore consumerizzazione della blogosfera e della presenza sul Web in generale, accanto a un’esplosione della connettività (e della fruizione) mobile e dell’uso dei media sociali, contrapporsi alla “aggiunta di tempo conquistato ai mezzi di comunicazione tradizionali”.

In effetti, l’impiego sistematico di agganci ai social network da parte dei media tradizionali testimonia proprio questo: il tentativo di arginare quel tempo che essi sono perfettamente consapevoli di vedersi sottrarre. Il problema è: quanto l’adeguatezza dei media tradizionali ne trae beneficio e quanto ha senso andare dove vanno tutti, cioè “migrare” a tutti gli effetti sui social network?

Ben poco, secondo me. Perché – come Luca stesso fa notare – anche i social network stanno osservando cali di frequentazione, specie da parte dei giovani e dei teenager. Lo spiega bene Webnews e i continui cambiamenti, aggiungo, tolgono ai giovani le (pseudo)certezze a cui periodicamente si appoggiano. Facebook lo sa benissimo. Ciò che i giovani sanno molto meno è che Facebook, questa meravigliosa invenzione che ha aperto loro prospettive di comunicazione nuove, non sta li per divertirli, ma per lucrare. Dovrebbero comprenderlo a fondo ma per loro è estremamente difficile, almeno quanto è difficile ammettere che per frequentarli senza freni, come loro amano fare, hanno dovuto schiacciare la loro privacy come uno scarafaggio.

In questa fase storica, a mio modestissimo avviso, occorre osservare due dati di fatto. Il primo è dare uno sguardo critico proprio alle classifiche. E per noi come per la Francia può andar bene un’occhiata tanto ai top-blog di Ebuzzing quanto alla classifica di Blogbabel, i quali – beninteso – vanno sempre presi con beneficio d’inventario: trattandosi di sistemi che tentano di riflettere le preferenze di un pubblico eterogeneo, non significa affatto che essere primi in quella classifica rappresenti la posizione più oculata o più giusta nell’ambito delle proprie scelte tematiche per il bene della collettività. In altre parole: se la maggior parte delle persone dimostra di gradire i blog o i siti di Gossip più di ogni altro tema, questo non significa affatto che seguire quell’onda sia la scelta migliore per favorire la crescita, anzi, si tratterebbe di un gesto strumentale, il cui unico risultato sarebbe quello di favorire un ulteriore appiattimento della materia grigia.

Il secondo dato di fatto è la sempre maggiore divergenza rilevabile tra le concentrazioni di intelligenze viventi e le concentrazioni di biologie vegetanti. Le prime tendono sempre più a concentrarsi e attirarsi tra loro: non fanno massa in virtù, appunto, dell’intelligenza, ma fanno muro e lo fanno per una semplice questione di autodifesa. Le seconde, a loro volta, fanno la stessa cosa: le biologie vegetanti, inebetite dai consumi, raggirate dai miraggi del marketing più spietato, assuefatte a un progetto di vita vuoto e privo di mire intellettuali, vanno dove vanno tutti gli altri, fanno quello che fan tutti gli altri, perché così fan tutti, e dunque fanno massa, senza chiedersi minimamente né perché né dove porterà questo incosciente vivere da amebe.

Questo, purtroppo, fa gioco per chi invece corre ad accaparrarsi il potere. Qualunque potere, non solo quello politico. E il gioco si ripete: le masse ignoranti – notando che si può essere ignoranti anche con due lauree – sono facilmente assoggettabili, plasmabili e indirizzabili. La via d’uscita da questo gioco al ribasso, purtroppo, ha un prezzo molto elevato: bisogna tornare ad amare l’apprendimento, a sviluppare la critica, a confrontare ciò che si sa con ciò che sanno altri. Non necessariamente per “emergere”, ma per il semplice gusto di farlo, perché è cibo genuino per la mente, perché è l’unico modo per far sì che, di fronte alla consapevolezza di essere zoon politikon (“animale politico”), come sosteneva Aristotele, nonché quella da cui deriva che homo est naturaliter politicus, id est socialis, come sosteneva Tommaso D’Aquino (l’uomo è politico per natura, dunque è sociale), si torni a comprendere che il sistema di relazioni in cui l’uomo vive è un valore irrinunciabile e va nutrito e alimentato con i migliori cibi per la mente, non con le pillole dolciastre con le quali chi ha il potere tenta di sfamare i cervelli.

Simili prospettive non potranno mai sgorgare da un social network, né da WhatsApp, né da un centro commerciale, né da una rivista (o sito) di Gossip, né da un sistema educativo (a tutto tondo: famiglia, scuola, società) fallimentare, ansimante e ridotto sul lastrico, né da un sistema politico che di veramente politico non ha più nulla, né da un sistema legislativo e giudiziario al limite del collasso, né da media commerciali concentrati sul consumo, né da un momento storico di generale smarrimento e sbigottimento.

Ci vuole la passione, la curiosità, l’apertura. E queste possono derivare dalla lettura, dalla volontà di aprirsi e di confrontarsi mediante una riflessione pacata e calma, tanto di fronte al libro quanto di fronte a un sistema di scolarizzazione (sempre a tutto tondo: famiglia, scuola e università) riqualificato, che agisca con rinnovato vigore ed entusiasmo. Confrontarsi con gli altri propri simili all’interno della polis, oggi che è diventata una e-polis, è poi cosa che può avvenire su un blog, tranquillamente: il blogger ti parlerà di un libro (degno di questo nome) che ha letto o di un corso che ha frequentato e rifletterà “ad alta voce”. Tu leggerai, ti farai la tua idea, ci penserai sopra uno, due, tre giorni, e solo allora lascerai il tuo commento. Non subito, all’istante, bruciando ogni istanza riflessiva e analitica, come richiedono i social network, che ti fanno passare dalle stelle alle stalle: o diecimila commenti subito, o il vuoto assoluto. O la notorietà virale, o il silenzio.

Certo, i blog che “danno notizie” stanno finendo. Perché ormai, come osserva Luca, sono diventati essi stessi sistemici. Sono multiautoriali, si uniscono in circuiti per aumentare la loro forza e concorrere con i media tradizionali. Ci riescono, ma proprio il fatto che ci riescono genera ancor più smarrimento nei lettori, che alla fine si “rifugiano” sempre più nei media tradizionali, unica (teorica) garanzia di correttezza dell’informazione di fronte a un’offerta sovrabbondante, ridondante e ormai priva di reale rilevanza. Una tendenza pericolosa, perché offre ai media troppe certezze delle quali, invece, non dovrebbero disporre affatto per avere stimoli sufficienti a mantenersi di alto livello.

Per questa ragione, pur constatando con estrema serenità e tranquillità che i tempi migliori di questo sito che state leggendo, il New Blog Times, sono belli e che finiti, non intendo per nulla “sparire” dal Web cedendo al bieco ricatto e al sopruso dei media sociali, no, neanche per idea. Al momento ritengo che chi saprà resistere a questa fase di disgregazione avrà nuove opportunità. La chiave per “dare notizie” sarà quella di specializzarsi in maniera estremamente acuta, di guardare al meglio tutti gli aspetti di un singolo nodo e diventarne specialista, piuttosto che guardare il mondo in maniera panoramica. Quest’ultimo è un compito adatto per i media tradizionali, anche se sempre più difficile. Il blog, invece, dovrà tornare a essere ciò che è stato quando è nato, ossia un Weblog, appunto, un registro sul Web. In cui il blogger prende appunti in pubblico e li condivide nella consapevolezza che tali appunti saranno arricchiti da qualunque contributo, sia esso di altri blogger sia di chi casualmente legge, tanto che il contributo sia un rinforzo all’appunto stesso quanto che il contributo ne sia una (ragionata) demolizione. E anche l’assenza di commenti può giovare: scrivendo, a volte – meccanismo tipicamente femminile ma non in esclusiva, giacché tutti gli uomini hanno anche una “parte femminile” – ci si chiarisce le idee da sé per il solo fatto di volerle scrivere.

Questo, dunque, penso sarà l’indirizzo che darò da adesso in poi sia al mio blog personaleNibble, che già da tempo non ha più la pretesa di dare alcuna vera notizia ma ospita sostanzialmente le mie riflessioni ed esternazioni, sia a questo sito. Qui, naturalmente, mi concentrerò su tematiche che mi stanno a cuore: la privacy in Rete, la telefonia mobile e fissa, l’elettronica e l’informatica in generale e gli altri temi su cui sono incentrate le sue sezioni. Ma smetterà di essere un sito che “offre notizie”: a quelle ci pensassero gli altri, personalmente oggi le ritengo out of business.

Per la stessa ragione, prossimamente rimuoverò da questo sito il circuito pubblicitario AdSense di Google, toglierò tutti i riferimenti social, le librerie e le chiamate a circuiti esterni, i pulsanti “integrati” e dinamici, tutto ciò che vada oltre il semplice link ipertestuale (quindi resteranno i pulsanti di condivisione, per chi vorrà usarli, ma i “Mi piace” scompariranno). Certamente questo vuol dire che mi debbo accollare in prima persona i costi di Hosting, ma non importa: voglio schiacciare il tasto Dolby, voglio che questo fruscio di sottofondo taccia, voglio che quando qualcuno cliccherà per leggere un post possa farlo senza alcun timore, senza alcun rischio, senza preoccupazioni di nessun genere, in piena rilassatezza e in totale libertà. Ghostery dovrà dire “Zero Trackers Found”. Sparirà anche l’abitudine sinora tenuta, tipicamente giornalistica, di scrivere il nome della città in cui si scrive prima di iniziare il testo di un articolo: non avrà più senso. Continuerò certamente a condividere gli articoli sui social network, per carità, ma tipicamente a mano: governerò io dove farlo, quando, come e con quali “introduzioni”. Fino a quando sarà un’operazione feconda, naturalmente: ove dovesse non dimostrarsi tale, sarà sospesa, sic et simpliciter.

Non mi interessa minimamente se dovessero bussare alla porta Google News o Bing News e protestare per la scarsezzanon pertinenza di “notizie”: chiederò loro di farsene una ragione e li accompagnerò gentilmente alla porta, pregandoli di accomodarsi altrove. Dopo tutto questa è casa mia e ne dispongo come meglio ritengo opportuno, naturalmente salvaguardando il fatto che c’è gente oltre me che, in ogni caso, ha dato un po’ della propria anima per scrivere qui dentro: non sarebbe corretto se, improvvisamente, il loro lavoro fosse annichilito con un colpo di cancellino solo per assecondare una nuova realtà. Mi riferisco, naturalmente, a tutti coloro che hanno collaborato, in testa fra tutti Dario Bonacina, che ha fatto parte dell’avventura pressoché dall’inizio e che avrà comunque, quando lo desidera, lo spazio a disposizione per poter scrivere. Se vorrà dare “notizie” lo farà, se vorrà riflettere ad alta voce, lo farà, se vorrà tacere, lo farà.

Anche la struttura della Home Page o le sezioni potrebbero subire variazioni, non ho ancora pensato a quali ma qualche adattamento potrebbe essere necessario, pur restando nel complesso sostanzialmente uguale. La Home Page e la struttura, del resto, sono “icona” di questo sito, proprio in quanto simili al New York Times.

Ultima, ma importantissima precisazione: una volta rimosso il circuito AdSense, naturalmente provvederò a cancellare integralmente ogni mio rapporto con Google: visto ciò che si arroga il diritto di fare, trovo irragionevole e insensato lasciargli ulteriori libertà. Tutto, dunque, deve rientrare in un concetto più puro di libertà di pensiero e di azioni, in uno scenario di autentica indipendenza. Almeno fin quando Internet, preda di qualche pescecane predone, non mi perderà del tutto.

Marco Valerio Principato

COMMENTI (FACEBOOK)

Marco Valerio Principato (2079 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


Abbiamo parlato di:
, , ,

Commenti (locali)
  1. Grazie ancora, Antonio. I suoi commenti, almeno finora, si rivelano per me eccellenti spunti di riflessione ed è proprio questo che cerco.

    Dunque, essendo abbastanza preso da impegni universitari, non so quando riuscirò a riesaminare lo scenario che lei delinea, ma ne prendo nota: ho una cartella in cui appunto le idee e penso che da qui nascerà un nuovo post.

    A presto.
    Un saluto,

    MVP

  2. Antonio ha detto:

    Marco Valerio,
    Grazie della sua precisazione.
    Mi permetto di aggiungere qualche osservazione.
    Le affermazioni dei giganti sono bugie? Sì. Ci si crede per adeguarsi alla massa? Sì, ma non solo. C’è una vasta schiera di commentatori che spiega perché la profilazione è vantaggiosa anche per gli utenti. Giustappunto l’altro giorno mi sono segnato questa frase: “The more Google Now knows about you, the better its recommendations.”, tratta da http://www.quicksprout.com/2013/03/07/how-to-think-like-google/
    E non è un caso isolato. Che sia malafede, pubblicità occulta, cecità, non so. Ma di simili posizione è pieno il web. C’è poi, e ritengo che sia la maggior parte delle persone, non si pone nemmeno il problema. Nel senso che non è che si adegua, ma fa o non fa nemmeno accorgendosi di adeguarsi a un comportamento (la trascuratezza dei propri dati) che è indotto. E poi (sto facendo, del tutto indegnamente, come nella parabola del seminatore) ci sono quelli che qualche piccolo scrupolo se lo fanno o se lo farebbero, ma la comodità degli strumenti offerti li fa morire subito.
    Le faccio un paio di esempi. Non sono ricco, e non posso permettermi un hosting costoso. Tante volte ho pensato di passare la mia casella di posta a Google tramite le google apps, e ogni volta ho desistito. Le tentazioni però ci sono, inutile dirlo. Da nessun’altra parte troverei un servizio così professionale. Il monitoraggio dei visitatori. Lo faccio anch’io, solo per conoscere le pagine visitate e i termini di ricerca impiegati per arrivare sul mio sito. Però per principio non mi sono affidato a Google Analytics, ma alla soluzione domestica di Piwik Analytics. Che, al contrario del caso precedente, è la soluzione migliore, però va installata configurata e retta (cioè: sopportata) dal proprio server, quindi, per chi come me si affida a soluzioni economiche, ha qualche momento di defaillance.
    Ecco, questo per dirle che provo a capire anche chi si vuole rendere la vita più facile. Io e lei, da questo punto di vista, rappresentiamo sicuramente delle eccezioni. (mi piacerebbe scambiare qualche opinione in più sugli strumenti tecnici a disposizione per i nostri blog, ma eventualmente lo farò privatamente)
    Per quanto riguarda la risposta lenta, aborro il web come strumento per informarsi sull’ultimissima notizia. Mi piacciono invece i temi e i commenti che mantengono un loro significato anche la settimana dopo, o il mese dopo.
    Ecco perché (anche) mi piace questo sito.

  3. Antonio,

    La ringrazio del commento, particolarmente gradito perché ragionato e riflessivo. Per alcuni versi concordo con Lei, per altri no, e Le spiego perché.

    La mia “azione” (la chiamo tale in quanto ponderata, dunque non classificabile come “reazione”) non è connessa con un fatto singolo o con una circostanza di rifiuto dovuta a tracimazione. Piuttosto, è una decisione derivata dal ben noto detto latino: gutta cavat lapidem.

    Non è da ora né da ieri, ma sono mesi e mesi – quasi anni, ormai – che questi giganti, parlando di privacy, abusano della mia/nostra/vostra pazienza. Continuare a raggirarci abusando della nostra intelligenza, volerci far credere che la loro attività di trascurare la privacy è la scelta migliore per il bene di tutti è una menzogna di dimensioni incalcolabili e questo lo sappiamo tutti.

    Solo che c’è chi (tanti, purtoppo, e questo accade per la teoria delle masse), negligentemente, si auto-infligge la condanna di adeguarsi solo perché così fan tutti. E “tutti” fan così perché è COMODO: questa è la leva sfruttata da lorsignori.

    Allora, intanto comincio io: le pulizie sono d’obbligo e da qualche parte le ho già fatte, mi restano solo alcuni lavoretti a carattere estetico-funzionale da completare. Il prossimo “lavoro”, infatti, sarà proprio qui, nelle stesse proporzioni.

    Per quanto concerne la “crisi” della blogosfera, anche quella va recepita senza nascondersi dietro a un vetro, come diceva il grande Alberto Sordi. E come vede, il cambio di “tono” ha generato una reazione più “lenta”, come la Sua, che essendo di tipo qualitativo, è imparagonabile alle reazioni di tipo quantitativo: è stata più lenta perché il post è pubblicato da giorni, ma è la qualità del commento a fare la differenza.

    Proprio questo Le dimostra che la visione sembra essere corretta.

    La ringrazio per la partecipazione e Le auguro ogni bene.

    Saluti
    MVP

  4. Antonio ha detto:

    Tanti pensieri si affollano nella mia mente. Chieso scusa se la prenderò larga e sarò prolisso.
    Comincio con il racconto di un episodio personale. Tre settimane fa, sentito il mio committente, un ente pubblico, scrivo alla sede inps della mia città chiedendo, dopo avere ricordato tutti i dati necessari, perché la richiesta dell’attestato di regolarità contributiva, necessario per la liquidazione della mia parcella, giaceva inevasa dall’inizio dell’anno. Dopo ben due richieste di integrazione dati (non bastavano nome, cognome, identità del mittente e data della richiesta; sarebbero serviti anche codice fiscale, data di nascita, numero dello sportello a cui la domanda era stata presentata!) mi viene risposto che loro avevano 30 giorni di tempo a cui se ne aggiungevano 15 per controlli in caso di presunte inadempienze. Rispondo chiedendo ragione di queste inesistenti inadempienze, e facendo presente che all’istante della loro risposta erano passati sia i 30 giorni stabiliti per legge per ottemperare all’obbligo di rilascio sia gli altri 15 da loro reclamati. Segnalo il tutto, debiutamente documentato, al direttore e al vicedirettore della sede. A tutt’oggi ancora non ho avuto risposta.
    Questo racconto mi è servito per dire che ai torti subiti si reagisce istintivamente con un impulso distruttivo. E’ solo dell’altro giorno la notizia di quell’imprenditore che vistosi revocare un finanziamento da 1000mila euro prima di suicidarsi ha sparato e ucciso due dipendenti delaa Regione Umbria. Io non lo giustifico, ma lo capisco. Bisogna trovarsi dall’altra parte della barricata per capire veramente cosa significa vedersi stravolgere la vita per decisioni (magari viste come vessazioni) altrui. Ripeto, non giustifico. Io ringrazio il cielo che per il momento posso ancora campare senza l’urgenza di avere quei soldi, molto, molto distanti dalla cifra prima citata che ha causato dei morti; ma il desiderio di sputare in faccia a quella persona che mi ha risposto con tono tanto strafottente ce l’ho, come ho il desiderio di sputare in faccia ai suoi superiori che col loro silenzio hanno avallato il suo negligente e colpevole comportamento.
    In tante occasioni devo combattere con il mio spirito distruttivo. Ora vedo che tocca a lei. La capisco. Anche rispetto al suo caso sono avvantaggiato. Nel mio blog da quattro gatti non ho mai avuto, diversamente da lei (il cui blog è senza dubbio di un altro livello), lo stimolo necessario per includere i bottoni per la condivisione sui social network. Continuo per la mia strada, certamente più solitaria, conscio che se qualcuno dei pochi interessati cerca di informarsi sugli argomenti di cui tratto sul mio sito ci arriva lo stesso.
    Insomma, tre casi diversissimi tra di loro, che nulla hanno a che vedere l’uno con l’altro, mi hanno dato lo spunto per qualche riflessione sulla vulnerabilità delle nostre vite di fronte alle decisioni di entità molto più grandi di noi.
    Mi sovviene alla mente la visione di Bruce Schneier http://www.schneier.com/blog/archives/2012/12/feudal_sec.html secondo il quale internet è un regno dove comandano alcuni feudatari e noi siamo dei semplici servi della gleba. Da questo punto di vista Google detta legge. Cioè detta le leggi, e ha anche facoltà di privare qualcuno dei suoi diritti. Agisce da una posizione di potere assoluto o quasi e si regola di conseguenza.
    Non so come concludere. Se non invitando a lasciar passare un po’ d’acqua sotto i ponti. Forse tra qualche tempo ciascuno di noi vedrà le cose in modo diverso, come uno dei tanti inevitabili sbagli dell’onnipresente bucograzia. Forse la vedremo così. Tranne chi, purtroppo, ci ha rimesso la vita.




Nota: La moderazione in uso potrebbe ritardare la pubblicazione del commento. Non è necessario reinviarlo.

*