Mediaset e Agcom, un altro «piercing» alla Rete. Inutile

Eh, lo streaming...
Eh, lo streaming...
Marco Valerio Principato
Di
Pubblicato il: 09/12/2014
Commenti Commenta | Permalink

Un nuovo intervento di AgCom in difesa di Mediaset per la serie A di calcio in streaming su Internet. Con un effetto che dura un paio di giorni, non di più.

La scorsa settimana, giovedì per l’esattezza, si è letto dell’ennesimo intervento per mano di AgCom, stimolata da Mediaset, sull’integrità architetturale della Rete. «Dall’inizio del Campionato di calcio 2014-2015, Portalzuca.net e Itsat.info trasmettevano illecitamente in diretta i match di Serie A di cui Mediaset detiene i diritti di sfruttamento economico acquisiti con ingente impiego di risorse», dice Mediacomunicazione.net.

Ora, per l’amor di Dio, nessuno vuole negare il diritto di sfruttamento economico a Mediaset: se lo ha pagato e ha investito per disporne, è giusto che lo abbia.

Quel che contesto sono i metodi, come sempre. Metodi che consistono nell’obbligare i provider Internet ad alterare le risposte dei DNS e che ognuno di essi implementa “come vuole”. Porto solo due esempi: Wind-Infostrada altera la risposta e la fa puntare a una propria macchina; Tiscali ha invece deciso semplicemente di “non risolvere” quei nomi a dominio.

L’effetto, nell’immediato, c’è, perché coloro che sono così “accecati” dal fruire gratuitamente delle partite difficilmente hanno competenza sufficiente per aggirare l’ostacolo (chi ha un minimo di competenza lo aggira in ben poco tempo).

Quel che né AgCom né Mediaset considerano è che a cambiare dominio e/o indirizzo IP, per chi ha interesse a che tali siti di rilancio vengano impiegati, non ci vuole niente. Poi, basta un minimo di passaparola e gli spettatori a sbafo torneranno a sbafare come avevano fatto fino al giorno prima.

Lo si è visto già innumerevoli volte e io ho sempre detto di non essere tecnicamente d’accordo per una serie di ragioni: 1) l’alterazione della risposta di un DNS è fuori standard: tutti i DNS del mondo, a domanda, devono rispondere la stessa cosa; 2) ad ogni blocco disposto corrisponde un’immediata traslazione dei siti “illegittimi” su altri indirizzi e/o nomi a dominio: così continuando, i DNS dei provider italiani si ritroveranno con una caterva di eccezioni da gestire che, probabilmente, non verranno mai più impiegate dopo pochi giorni dalla loro entrata in vigore. Basta guardare la “storia infinita” dei vari Guardafilm.org, che poi diventa Vedifilm.net, poi muta ancora in FilmInStreaming.com, poi cambia ancora pelle e te lo trovi su FilmOnline.info: a che serve questa rincorsa?

Provate a usare certi siti con un browser blindato come il mio, poi capirete perché i primi colpevoli sono i produttori.

Provate a usare certi siti con un browser blindato come il mio, poi capirete perché i primi colpevoli sono i produttori.

Immagino la “voce” di AgCom e Mediaset: «e allora che dobbiamo fare, lasciare che si consumino le infrazioni alla legge senza intervenire?». No. Dovete farvi qualche altra domanda. Per esempio: chi origina quelle trasmissioni, di cui le TV acquisiscono i diritti, le cifra in modo adeguato sin dall’inizio? Perché, ragazzi, la trasmissione in chiaro che tramite quei siti che vorreste “bloccare” (senza alcun successo, mettetevelo in testa), sia pure condita da diecimila banner, popup, pubblicità e altre schifezze, è la dimostrazione di collusione in interessi collaterali (vedi qui di lato, a buoni intenditori poche parole).

Allora, due sono le cose: o ci si tiene “l’incauto acquisto di diritti” – perché tale è, se chi vende non garantisce l’inaccessibilità del prodotto alla fonte, in assenza di opportuno titolo – oppure si persegue severamente la scarsa trasparenza dell’intera filiera attraverso cui il “prodotto”, dalla sua creazione in poi, viene fatto viaggiare sino ai destinatari.

Mi spiego: io sono allo stadio, ho l’attrezzatura e i cronisti, riprendo la partita con più telecamere, ne ho la regia e ci aggiungo l’audio con cronaca, commenti e rumori. Il prodotto, uscito dall’ultimo mixer, deve essere cifrato subito e solo chi ha i diritti deve poterlo decodificare. Così facendo, non ci sarà sito al mondo che possa accedere a quel contenuto senza che io lo sappia.

Ma se io invio in ponte radio o via Internet il mio “prodotto” in chiaro, non posso pretendere che nessuno si accorga della sua presenza. Se non è oggi, sarà domani, ma prima o poi mi “beccano” e senz’altro ci sarà chi si pone come “testa di ponte” e ridistribuisce, naturalmente lucrandoci (vedi immagine a destra).

Oppure: se il prodotto “alla base” è cifrato, potrebbe accadere che qualcuno, magari all’estero, riceva (ufficialmente, nel senso che “paga”) il prodotto e poi, pensando di lucrarci recuperando ben più di quanto paga (vedi sempre immagine a destra), lo “inoltri” in streaming. Mettetevi in testa che è quella la persona, fisica o giuridica che sia, da perseguire. E non ci vuole niente a conoscere “da dove viene” uno streaming. Certo, può accadere che questo significhi un’operazione internazionale. Be’, è proprio (anche) a questo che deve servire un “governo internazionale di Internet”, non a tutte le altre sciocchezze di cui leggo in continuazione.

Queste sono le cose da “aggiustare”, anche sul piano internazionale, non i DNS. Ché quelli li avete già sfigurati abbastanza e i provider Internet non ne possono più di stare appresso a simili richieste, anche perché nessuno meglio di loro sa quanto siano inefficaci.

E svegliatevi, una buona volta.

Marco Valerio Principato


Marco Valerio Principato (2076 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


Abbiamo parlato di:
, , ,

Commenti (Facebook)
Commenti (locali)




Nota: La moderazione in uso potrebbe ritardare la pubblicazione del commento. Non è necessario reinviarlo.

*