Google che si adegua alle politiche privacy italiane?

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 23/02/2015
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Così Google dovrebbe adeguarsi alle normative italiane sulla tutela della privacy. E il Garante spera di cavarsela con una paginetta sul suo sito. Possibile che non si rendano conto di quanto vacui siano certi intenti?

La scorsa settimana abbiamo letto tutti di una novità: parrebbe che il gigante di Mountain View, aka Google, nei confronti dell’Italia abbia tempo fino al 15 gennaio 2016 – il prossimo anno – “to comply”, per ottemperare alle disposizioni locali sulla privacy.

BigG sarebbe quindi sottoposto a controlli regolari per verificare la progressiva adesione alle regole e dovrà inviare aggiornamenti quadrimestrali sullo stato di avanzamento dei “lavori”. La risposta di Google è la solita: «come abbiamo detto lo scorso luglio, ci siamo impegnati completamente con l’autorità italiana per la protezione dei dati personali e continueremo a farlo», ma null’altro.

Il Garante dice inoltre che:

  1. La società dovrà migliorare la privacy policy, rendendola chiara, accessibile e differenziandola in base ai servizi offerti (ad esempio Gmail, Google Wallet, Chrome etc.).
  2. L’informativa dovrà includere, tra l’altro, dettagli sulle finalità e modalità del trattamento dei dati degli utenti, inclusa la profilazione effettuata mediante l’incrocio dei dati tra diversi servizi, l’utilizzo dei cookie e di altri identificativi come il fingerprinting (un sistema che raccoglie informazioni sulle modalità di utilizzo del terminale da parte dell’utente e le archivia direttamente presso i server della società).
  3. Dovrà inoltre predisporre un archivio con le precedenti versioni del testo dell’informativa, così da consentire agli utenti di verificare le modifiche via via apportate.

Il Garante precisa anche che «Dovranno essere revisionate le regole interne relative all’anonimizzazione, affinché la procedura adottata sia realmente efficace e conforme alle indicazioni già fornite dai Garanti europei».

A mio avviso il nostro Garante (e non solo egli: anche diversi altri europei) – con tutto il più profondo rispetto – è un po’ ingenuo. Non capisco perché si preoccupi tanto dell’anonimizzazione: Google non ha alcuna difficoltà a promettergliela e anche a farlo.

Quel che lorsignori dimenticano è che al posto dell’erratissima equivalenza “Google ≡ Internet”, già ospite di queste pagine, andrebbe presa in considerazione un’altra equivalenza di fatto: “Google ≡ Big Data”.

Il gigante del Web dispone del più vasto archivio di informazioni personali non anonime di tutto il pianeta. A chi gliele chiede dall’esterno le fornisce già anonimizzate, nel proprio stesso interesse, per un semplice motivo: quando ci sarà chi avrà interesse a de-anonimizzare un “pacchetto” di informazioni, tale operazione dovrà svolgersi attraverso ulteriori consultazioni dei Big Data. Il cui maggiore foraggiatore (non il solo, ma pur sempre il maggiore) in termini di unità informative è sempre Google. Dunque, nuovo business, stessi dati venduti due o più volte.

Non è quella, dunque, a mio avviso, la direzione da imprimere all’attività regolatoria, semplicemente perché non porterebbe alcun risultato concreto. La verità è che il concetto di sovranità nel mondo globalizzato è cambiato. L’esercizio della sovranità in termini territoriali, avendo a che fare con la “nazione Internet”, è del tutto inefficace.

Quel che può aiutare è solo la cultura, la consapevolezza, la conoscenza di meccanismi senz’altro complessi, ma non per questo non eludibili. Per questo non perdo occasione – ivi compresa la sede di laurea, a cui sono ormai prossimo – per cercare di far comprendere tali complessità.

L’unica mossa efficace contro politiche di sovranità del tutto diverse rispetto a quelle a cui sono abituati certi personaggi è quella di un’azione coordinata a carattere culturale che venga dal basso e si ponga a protezione di un’intera comunità, quella degli “internauti consapevoli”.

In altre parole: invece di perder tempo a tentare – invano – di “regolamentare” Google (il quale, nonostante ogni promessa, continuerà a fare esattamente lo stesso per ciò che gli fa comodo, altro che “adeguarsi”), si investano risorse per rinnovare il sistema di istruzione, a partire dalla famiglia per finire alle università. Non c’è altro modo.

Il resto sono solo chiacchiere e perdite di tempo, denaro e risorse, sono solo “annunci”, esattamente come hanno fatto e fanno certi personaggi politici, ai quali – nonostante l’evidenza – continuiamo a concedere di ricoprire cariche politiche di primaria importanza.

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Marco Valerio Principato (2079 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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