La folla su Google News e sul Web: come funziona

Folla.
Folla.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 20/03/2015
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C’è troppa folla su Google News. Accetta fonti di qualsiasi genere, di qualsiasi livello ed entità. Se non si interviene sulla qualità, secondo me si autoeliminerà.

Ogni tanto mi chiedo che senso abbia continuare a tenere in piedi un sito come il New Blog Times e persino se ne abbia tenere in piedi il mio blog NIBBLE. Arrivo spesso a un centimetro dal dire «ma chissenefrega: chi me lo fa fare?». Poi torno regolarmente sui miei passi.

Come ci si informa oggi? È una delle domande che cerco di far porre a chi leggerà, da mercoledì prossimo in poi, la mia tesi di laurea. Io direi che ci si informa sostanzialmente sul Web. E questo Web secondo me oggi è fatto di tre grandi sfere: la sfera ufficiale, la “blogo”-sfera e la controinformazione. Ciascuna delle tre ha dei sottoinsiemi.

La sfera ufficiale è fatta di testate giornalistiche e agenzie di stampa. Tra questi si distinguono le testate che danno vere notizie e quelle che fanno “eco” sul Web (magari il giorno dopo o in versione ridotta) delle notizie che danno solo a pagamento. Per le agenzie il discorso è a parte: sul Web le agenzie danno le notizie meno importanti, con minor dettaglio e con notevole ritardo, mentre fanno il loro vero mestiere di agenzie solo dietro abbonamento.

La “blogo”-sfera è fatta da una miriade di siti, oggi molto più numerosi di tutto il resto, ognuno con un proprio obiettivo. Tra gli obiettivi più comuni vi è quello di ottenere più traffico possibile per alimentare i propri circuiti pubblicitari, al fine di pagare l’hosting e, nei casi più fortunati, rimediarci qualcosa con, sullo sfondo, una certa dose di protagonismo. Le virgolette alla parola “blog” ci sono perché ormai, del Web Log (lett. Registro sul Web, da cui deriva per crasi la parola blog), c’è rimasta solo la parola, ma il significato originario è stato completamente travisato e sovrascritto da un’altra realtà di fatto.

La controinformazione è fatta da siti e blog che, solitamente, non si interessano del protagonismo o del profitto in qualsiasi forma, scrivono su questioni molto specifiche, in maniera ancor più imprevedibile e spesso senza pensare ai motori di ricerca. Per questo quei siti sono altrettanto spesso meno accessibili, meno indicizzati e meno noti.

Su Google News, il più noto e (per ora ancora) più usato aggregatore di notizie, la situazione è cambiata rispetto a qualche anno fa.

Ora Google News dispone di una vera e propria marea di fonti, di cui – a occhio e croce – si e no il 5-10 per cento è costituito da fonti affidabili (dove per affidabili intendo o ufficiali, o di “blogo”-sfera ma selezionata) e solitamente di nessuna fonte di controinformazione (anche perché quest’ultima non avrebbe interesse a “mischiarsi” con il resto).

Prima possibilità di approfondimento di Google News. Ma quanti lo fanno? (click per ingrandire)

Prima possibilità di approfondimento di Google News. Ma quanti lo fanno? (click per ingrandire)

Il risultato è che oggi, nonostante Google News presenti, per ogni notizia, un pool di proposte che la trattano e un elenco generale ordinabile per data o per importanza (dove l’importanza la decide Google, non il lettore), la gente legge – se lo legge e non si accontenta del titolo stesso e relativo occhiello o catenaccio presentati – solo l’articolo a capo della lista. Gli altri articoli sono sostanzialmente ignorati.

Come sceglie Google di quale fonte deve essere il primo articolo di un gruppo di articoli sulla stessa notizia? Può farlo solo in un modo, visto che Google News di per sé non contiene pubblicità: sulle possibilità di traffico che la fonte è ritenuta in grado di generare.

Tale parametro è il più semplice e il più sicuro da usare. E Google lo conosce perfettamente, perché “tutti”1 usano Google Analytics, quindi Google sa benissimo vita, morte e miracoli di ogni sito, dei suoi visitatori, di cosa leggono, per quanto tempo, quanto sostano sul sito, eccetera.

Il «subdolo» invito di Google a navigare «autenticati» (vedi testo, click per ingrandire)

Il «subdolo» invito di Google a navigare «autenticati» (vedi testo, click per ingrandire)

In più, Google News usa lo specchietto per le allodole (più che allodole direi fagiani, come si usa dire negli ambienti di polizia) dell’invitare l’utenza a navigare l’aggregatore facendosi riconoscere – oppure usando l’App sul mobile, che produce lo stesso effetto – così da poter proporre “le notizie sugli argomenti che ti interessano di più”. Il che, tradotto, significa alterare, anche pesantemente, l’ordine, la qualità e la quantità di fonti e notizie sulla base di quanto a Google “risulta” nella “scheda personale” del fagiano che si è fatto riconoscere prima di navigare.

Google ha fatto male, secondo me, a non interporre un filtro tra Google News e chi si propone come fonte per esibire su di esso i propri articoli.

Non è infrequente leggere articoli pieni di errori, articoli con problemi di interfacciamento tra il sito e l’aggregatore2, articoli palesemente ripubblicati con un contenuto quasi identico a uno già pubblicato sullo stesso sito al solo scopo di “risollecitare” Google News all’esposizione, articoli con terminologia impropria o dettata da lampante incompentenza, articoli con “plagi” di ogni genere, articoli superficiali, imprecisi, sgrammaticati, giornalisticamente scorretti, non verificati, c’è di tutto, di più.

Troppo. La proposta di Google News è diventata dozzinale, da grande magazzino popolare, altamente inaffidabile e scarsamente informativa perché a dettare legge, appunto, non è la qualità delle fonti, ma la quantità di traffico. Non è infrequente che se, in un determinato momento, il più provinciale e becero dei blog che esso indicizza risulta capace di generare più traffico (o arriva “prima” su un tema ad alta probabilità di generare traffico) di una fonte qualificata e di qualità, sia quest’ultimo ad accaparrarsi il primo titolo.

Alla luce di questo, quali speranze ci sono, per l’internauta che si informa tramite Google News, di ottenere informazione di qualità, capace – almeno potenzialmente – di essere portatrice di conoscenza? Poche. Forse nessuna. E tutto dipende dalla volontà e dalla caparbietà di quello stesso internauta. Bisogna vedere se ha la capacità (e la voglia) di discernere, distinguere, non accontentarsi, aprire altre fonti, uscire da Google News e cercare la stessa notizia altrove, confrontare, capire, farsi un’idea, ragionarci sopra e solo allora iniziare ad avere un barlume di conoscenza ricavata non più da una, ma da una moltitudine di fonti, che dovrà scremarsi da solo, perché nessuno lo aiuterà, men che meno Google News.

Cosa succede, allora, all’utilità di Google News? Semplicemente che per trarne qualche minimo beneficio occorre scremare le fonti. Oltre a leggere il titolo, occorre guardare da chi proviene e leggerlo solo in funzione del proprio parere già esistente su quella fonte. Oppure, se non la si conosce, provare a leggerla con mente critica, pronta a recepire, ma anche a reagire a ogni minimo indizio di inaffidabilità o scarsa qualità dell’informazione.

In altre parole, se c’è da fare questo ulteriore sforzo e se c’è da considerare che la scelta delle notizie è fatta sostanzialmente sulla base del traffico che sono capaci di produrre, il risultato è semplice: Google News non serve più a niente. Non costituisce più alcuna scorciatoia di accesso alle informazioni, se mai presenta elementi di disturbo.

Personalmente, lo uso ancora (anche se molto meno di un tempo) ma mi faccio carico di distinguere le fonti. Se vi trovo un articolo potenzialmente interessante ma noto che risulta trattato solo dall’ultimo blog uscito e pochi altri, neppure lo prendo in considerazione e cerco la notizia presso le “mie” fonti.

Mi piacerebbe molto conoscere i dati di traffico di Google News e il loro andamento negli ultimi quattro-cinque anni. Sono convinto che troverei conferma della mia idea, con una frequentazione in netto calo.

Troppa folla, troppe fonti, troppi galli a canta’, ‘nse fa mai giorno, si dice a Roma. Penso che si stia avvicinando il momento di creare un sistema di certificazione di qualità, che potrebbe nascere anche a cura di Google stesso, se ci tiene a mantenere in vita un servizio come Google News.

Altrimenti il confine tra giornalismo coscienzioso (che può essere anche svolto da un blogger, se ne è capace: non è la “tessera” a dimostrarlo, ma i fatti) e l’approssimazione dilettante diventerà talmente labile da non essere più riconoscibile. E già, per diversi aspetti, lo è.

  1. Tranne me e pochi altri.  [Torna al testo]
  2. Avrete notato titoli in cui compare un “<br>”, che se interpretato dal browser produce un ritorno a capo, ma se non interpretato viene semplicemente visualizzato.  [Torna al testo]

Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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