Geolocalizzazione ogni 3 minuti, 385 volte al di? È niente

Geolocation: utile ma pericolosa. Occorre consapevolezza.
Geolocation: utile ma pericolosa. Occorre consapevolezza.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 07/04/2015
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Non basta disabilitare il GPS o impedirne l’uso alle App, ammesso si riesca (visto che in gran parte si parla di Android). Certi «marpioni» sanno tutto ugualmente.

La scorsa settimana sono circolati un po’ di articoli, su uno dei quali ho anche fatto dell’ironia grafica, vista la configurazione della fonte. Altri, molto più seri, si sono limitati a riportare i fatti: Geolocalizzazione: il tuo telefono fa sapere dove sei ogni tre minuti, 385 volte al giorno, titola l’amico Pino Bruno su Repubblica.it, riferendo dello studio della Carnegie Mellon University da cui deriva la notizia.

È tutto vero, sia chiaro. Però a mio avviso occorre mettere alcuni puntini sulle i, altrimenti si rischia di generalizzare e, soprattutto, di non comprendere la reale portata della questione, cosa ben più importante.

La geolocalizzazione è una funzione che consente di individuare la posizione geografica di un qualsiasi apparecchio in termini di coordinate geografiche. La precisione con cui tale operazione si svolge dipende dal sistema di riferimento impiegato.

Gli smartphone, i tablet e oggi anche molti veicoli a motore, inclusi scooter, moto, automobili, camion, treni e aerei, persino alcune biciclette hi-tek, dispongono di un dispositivo GPS. Esso consente di ottenere la propria posizione geografica con una precisione inferiore al metro (in media sui sessanta centimetri) quando il numero di satelliti “visti” dal ricevitore sia sufficiente.

Parlando specificamente di smartphone, laddove il GPS sia spento o i satelliti non siano visibili, viene in aiuto il cosiddetto A-GPS (Assisted GPS o GPS assistito), grazie al quale si ottiene comunque una sommaria indicazione della posizione, rilevandola dalla triangolazione delle antenne del proprio operatore radiomobile “viste” dall’apparecchio. La tolleranza è molto maggiore: si può andare dai 600 metri ai tre-quattro chilometri. La funzione è utile, specie nelle aree urbane, per accelerare il processo di “primo posizionamento” mentre si attende la visibilità dei satelliti del sistema GPS vero e proprio. L’A-GPS non è, solitamente, disattivabile in quanto legato all’architettura della rete telefonica cellulare.

Poiché Google ha il massimo interesse a conoscere la posizione esatta dei suoi utenti, ha escogitato altre strategie. Per esempio, si serve di un gigantesco catalogo di reti Wi-Fi che ha accumulato nel tempo e continua ad alimentare, attraverso il quale – anche se il GPS non fosse disponibile, come dentro gli edifici – sa ugualmente, con precisione di circa una ventina di metri, dove si trova un qualsiasi smartphone Android.

Questo processo è teoricamente disabilitabile: in Android esiste un pannello chiamato “Impostazioni Google” nel quale è possibile scegliere se consentire o meno l’impiego di queste possibilità.

Teoricamente perché, purtroppo, lo sanno in pochi. E per impostazione predefinita, la maggior parte di queste condivisioni sono attive e nessuno si occupa di disattivarle. Inoltre, nessuno può assicurare che alcuna delle App di servizio che Google preinstalla e aggiorna in Android senza che l’utente medio possa intervenire in alcun modo e nessuna delle quali è Open Source, non si avvalga ugualmente di queste informazioni a prescindere dalle impostazioni scelte dall’utente.

Android, come ben noto, a fine 2014 ha avuto un market share di oltre il 76 per cento. E per la stragrande maggioranza non si tratta di utenza business, ma consumer, dove la cultura digitale media è di basso livello. Dunque, è altissima la probabilità che Google abbia ugualmente quelle informazioni.

Concludendo: le manovre indicate da alcuni articoli – come la disattivazione del GPS e del Wi-Fi – hanno un’efficacia molto limitata e rivolta essenzialmente a quelle applicazioni che abusassero di tali dati. Le quali, tuttavia, sono il rischio minore: il rischio maggiore risiede laddove è possibile sfruttare a fondo queste informazioni e tale “laddove” significa proprio Google, Twitter, Facebook, Bing, Microsoft, Samsung, eccetera, cioè quelle entità che “sono” la parte più rilevante del patrimonio di informazioni di massa, dei Big Data.

Dunque, piuttosto che rinunciare allo smartphone del tutto e optare per un «ritorno al passato, ai vecchi cellulari che telefonavano e basta ma impedivano di condividere informazioni e immagini», come dice Pino Bruno in chiusura, bisogna fare quel che ho sostenuto nella mia tesi di laurea, valsa un 110 e lode direi meritato, a questo punto: essere consapevoli.

Questo significa, in alternativa: a) scartare del tutto qualsiasi apparecchio utilizzi Android, oppure b) utilizzare apparecchi Android sapendo che accade tutto questo.

Per aderire alla lettera a occorre fare scelte diverse: usare un BlackBerry o, in alternativa, un iPhone e saperli gestire, sotto quel profilo. Cosa che su quei sistemi è fattibile, sia pure con un certo sforzo di apprendimento, mentre su Android è quasi del tutto impossibile se non ricorrendo a trucchi ed artifici del tutto fuori della portata dell’utenza media.

Per aderire alla lettera b occorre tenere ben presente lo scenario e impiegare lo smartphone con tutta l’attenzione che merita il fenomeno, evitando di consegnare a questi marpioni informazioni preziose, vale a dire: agenda vuota, rubrica con i soli numeri di chi è già “noto” ai marpioni medesimi e senza informazioni aggiuntive, attività esclusivamente ludiche, social ma di nessuna importanza, mai seriamente informative, mai lavorative, mai private, mai di ricerca seria. Per queste ultime si deve usare altro, sia esso uno smartphone o tablet con sistemi operativi più seri e non “di massa”, sia un computer dedicato opportunamente configurato.

Certo, è difficile. Ma non c’è altro modo.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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