PC con Chrome OS, ossia Chromebook: riflessioni

Un Chromebook di LG.
Un Chromebook di LG.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 10/04/2015
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«Ma un Chromebook come lo vedi?». È una delle domande che mi fanno circa i notebook progettati per funzionare con Chrome OS. Ecco le mie idee in materia.

Poiché più di qualcuno mi ronza intorno con delle domande che prima o poi proprio là vanno a parare, cioè sul “Chromebook: si, no, quando, forse, che ne dici, perché, ma, però, funziona, ha limiti, …” eccetera, allora eccomi qua a dirle più o meno tutte. Troverete anche altri che ci ragionano (per esempio Matt Smith su Digital Trends, a cui ho rubato l’immagine in testa), io vi dico la mia, anzi, le mie.

Cominciamo col chiarire alcuni concetti. Un Chromebook è un computer. Però ha delle caratteristiche particolari che non a tutti o non sempre farebbero comodo. Per esempio, ha pochissimo spazio di memoria di massa (cioè di disco fisso interno): di solito 16 o 32 Gigabyte. Di solito non ha presa Ethernet: per collegarlo a Internet ci vuole per forza il Wi-Fi. Anche il BIOS è un po’ “chiuso”: non ha tutte le personalizzazioni di un PC né tutte le “porte” di un PC. E non si presta a facili smaneggiamenti: si, è possibile (a seconda del modello e della potenza di calcolo) montarci anche Windows o Linux, ma non con il dual- o trial-boot e per sostituire il sistema operativo c’è da trafficare non poco.

A seconda del modello, i costi possono oscillare parecchio: si va dai modelli economici, che con due-trecento dollari si comprano, ai modelli “di punta”, come HP che ne fa uno con CPU Intel Core i7 (ma vuole quasi settecento dollari).

Dando per scontato che lo si impieghi solo e soltanto con Chrome OS, il passo successivo è affrontare questo argomento: a che mi serve? Cosa ci debbo fare?

Questo è importante. Perché, per esempio 1) non ci posso montare qualsiasi programma mi pare e piace; 2) non avendo molto spazio disco, debbo servirmi di Google Drive e questo, pur concedendone parecchio – 100 GB – è gratuito solo per due anni, poi costa due dollari al mese; 3) non posso utilizzare altro che Google Documenti per qualsiasi esigenza “d’ufficio” – elaborazione testi, fogli elettronici, presentazioni – ma di impiegare altro non se ne parla, a meno di non usare le versioni online come Office 365 o, tra poco, LibreOffice Online; 4) lavori “particolari” come l’editing audio/video, la gestione della libreria musicale personale e altre attività non necessariamente legate alla Rete, ma basate su specifici programmi applicativi, non ce le posso svolgere. Per esempio: chi ha un iPhone o un BlackBerry o un Windows Phone come ci dialoga? Eccetera.

Certo, ci si può collegare un disco esterno per supplire al poco spazio disco, ma la “manovrabilità” resta molto ridotta, tenuto conto che il “file manager”, ovvero quel che è “esplora risorse” (in Windowsese) di Chrome OS è a dir poco scarno, poco flessibile e piuttosto “blindato” nel mostrare file ai quali Google non desidera lasciare libero accesso.

Se, invece, il vostro scopo è: navigare sul Web, usare tutti i servizi di Google e accontentarvi di quelli, girare su Facebook e sui social, e poche altre cose, potrei dirvi che è perfetto e va benissimo, salvo qualcosa che dirò tra poco.

Sotto il profilo hardware, l’architettura lascerebbe supporre un’obsolescenza leggermente più lenta, vista l’intrinseca semplicità del sistema operativo, ma non è così: oggi sempre più applicazioni online sono pesanti, sono chilometri di Javascript e di interazioni tra Rete e computer. Al punto che anche il semplice browser, se gli si “tira il collo”, diventa un macigno insopportabile.

E poi – lo so che non ve ne frega un fico secco, ma se non lo dico non mi sento a posto con la coscienza – c’è il “problema Google”. A me non piace un oggetto dove è Google a dirmi cosa posso fare e cosa non posso, dove qualunque bit si muova Google lo viene a sapere, dove non so nulla di cosa accade dietro al programma che sto impiegando. Men che meno mi aggrada l’idea di fornire a Google un’immagine totale e completa della mia attività, i miei contatti, i miei appuntamenti, la mia agenda, i miei documenti, fogli, presentazioni e archivi, i siti che visito, per quanto ci sto, da dove vengo e dove vado, no: tutto questo non mi è mai piaciuto, continua a non piacermi e, per me personalmente, è già motivo sufficiente per considerare Chrome OS e i Chromebook come oggetti del tutto inesistenti. Ma se per voi questo non costituisce un problema, potete ignorare questo paragrafo: io però dovevo dirlo.

Per questo, a suo tempo, ho preferito l’Asus EEE-PC 1215P: oggi è fuori produzione, ma per quel che mi serve va ancora benissimo, specie adesso che l’ho “rimodernato” con Lubuntu: parte della mia tesi di laurea l’ho scritta con quello, a batteria, lavorandoci per cinque ore senza che il PC abbia dato segni di cedimento.

Ma l’Asus EEE PC 1215P – a parte il fatto che la presa Ethernet ce l’ha – è un PC normalissimo: è bastato copiare il kit di Lubuntu su una pennetta, avviare da porta USB e far partire l’installazione (il suo Windows 7 c’è ancora, ma dopo tutti gli aggiornamenti è insopportabilmente lento: del resto quel PC ha più di tre anni).

Tutto questo, con un Chromebook, me lo sarei sognato. O, meglio, io magari l’avrei anche fatto, ma posso garantire che non è alla portata di tutti. E, francamente, spenderci parecchi soldini per averne uno più performante (oggi si dice, ma il termine, lo ricordo, è inesistente) per poi trovarmi con le “mani legate” e per di più “nudo di fronte a Google” non mi pare una scelta molto intelligente.

Per la stessa ragione, in casa mia non entrerebbero mai e poi mai non solo un Chromebook, ma neppure qualsiasi altro computer, TV o altro hardware gestito da Google. A chi mi dovesse obiettare che possiedo (anche) uno smartphone Android, gli/le rispondo: è vero, hai ragione, ma dovevo pur capire com’era fatto e ora che l’ho capito so anche bene che fine deve fare (e che farà molto presto, appena potrò, tanto ormai è “obsoleto”): nel centro raccolta rifiuti elettronici dell’Azienda Municipale Ambiente o quel che sia, alias Nettezza Urbana.

Direi non ci sia altro da aggiungere: eventuali curiosità o domande le attendo nei commenti, qui o su Facebook. Rispondo, giuro.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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  1. Davide ha detto:

    Salve Marco

    Mi spiace dirlo, ma credo che nel suo articolo sia stato un po’ superficiale nell’esaminare alcuni aspetti.
    Mi permetta dunque alcune precisazioni.

    La disponibilità della presa ethernet, questo dipende dai produttori hardware, non con il sistema operativo in sè.

    La possibilità di “montare programmi” (immagino volesse dire “installare”) è limitata alle applicazioni disponibili per il sistema operativo, esattamente come accade per Linux, Mac o Windows. Al massimo si può dire che le applicazioni disponibili per ChromeOs sono ancora poche rispetto a quelle per i suddetti sistemi, ma il punto è che questo OS nasce per puntare a piattaforme SaaS, come gmail, yahoo, youtube, facebook, etc, ovvero programmi che, dal punto di vista dell’utente, necessitano del solo browser, non di software installato localmente.

    Google Drive è un servizio gratuito fino ad un un certo numero di GB, è vero.
    D’altra parte, i documenti creati con le google apps (testi, fogli, etc), nonchè foto al di sotto di una certa risoluzione, non contano come spazio occupato. Chi usasse quindi queste soluzioni, non avrebbe alcun costo da sostenere, e disporrebbe gratuitamente di software più che adeguato alla maggior parte dei consumatori non professionali, che neppure sanno usare gli stili di MS Word.

    Google Documenti non è tuttavia l’unico editor di testi disponibile: proprio perchè si tratta di un sistema operativo web oriented, chiunque può attivare qualsiasi servizio web ritenga opportuno, e PAGARE esattamente come si paga per installare MS OFFICE. Non dimentichiamo infatti che la stessa Microsoft sta progressivamente passando al cloud, e quindi con MS Office 365 un utente di qualsiasi sistema operativo può accedere alla versione web dei principali prodotti della suite Office.
    Questo forse non farà piacere al medio utente italiano che NON acquista i software, ma in realtà è un sistema ormai universale, di cui Google è stato forse araldo, ma che è alla base dell’attuale mercato dei software di produttività generale.

    Allo stesso modo, la comunicazione con iPhone, BlackBerry e Windows Phone non avviene più mediante i dispositivi, bensì mediante le piattaforme comuni su cui esse lavorano. iCloud, per esempio, così come Picasa, ed altre ancora, quali Google Print, Dropbox, Box, ed altre ancora.

    Il “problema Google”, poi, secondo cui sarebbe “Google a dirmi cosa posso fare e cosa non posso, dove qualunque bit si muova Google lo viene a sapere, dove non so nulla di cosa accade dietro al programma che sto impiegando”, è abbastanza fasullo: quasi tutti i produttori, Microsoft in primis, hanno da anni predisposto i loro sistemi operativi per far funzionare i TPM a livello hardware, in modo da controllare qualsiasi funzione HW/SW. Inoltre, sempre adoperando servizi online (i soliti twitter, youtube, etc), nonchè gli smartphone, tutti i nostri gesti e riti, anche quelli da noi non percepiti alla soglia della coscienza, vengono monitorati.
    Il che è sicuramente motivo di riflessione, ma non è qualcosa che deve venire alla mente solo quando si parla di ChromeOs e dei ChromeBook, bensì nell’utilizzo quotidiano di qualsiasi tecnologia connessa, dal telefono al gps, dallo smartphone alla domotica.

    Finora però mi solo limitato ad alcune obiezioni relative alla professionalità delle sue critiche.
    La mia critica, invece, nasce dal fatto che non ha parlato degli aspetti positivi.
    Si tratta di un sistema operativo potenzialmente invulnerabile dai virus; che non richiede aggiornamenti perchè tutto è svolto da Google all’interno di un sistema di server interni; che migliora col tempo, consentendo a vecchi chromebook di essere sempre più performanti mano a mano che il sistema cresce; che parte in 7 secondi, e mette l’utente in condizione di lavorare ovunque, anche con applicazioni offline; che, basandosi su un sistema online, mi consente di avere lo stesso ambiente operativo, con le stesse applicazioni e configurazioni personali, su chromebook diversi, per esempio lavoro, casa, casa al mare, e dalla nonna.
    Questo solo per fare alcuni esempi.

    Davvero, io solitamente non mi metto a contestare la gente sui siti.
    Il suo articolo però l’ho trovato proprio brutto.
    La smetta, la prego.
    Grazie

    • Davide, accolgo a braccia aperte il Suo commento perché è una critica a carattere filosofico. Ed è riflettendo che si può ardire di guardare alla verità (senza avere la pretesa di averla raggiunta): anche Cartesio ne era convinto (ricorderà il famoso “Cogito ergo sum”) e in buona parte, pur non ritenendomi un cartesiano, ne abbraccio diverse idee.

      Intanto Le ricordo – forse Le è sfuggito – che questo non è un articolo, ma un’opinione: non ha, quindi, alcuna pretesa di comunicare notizie, né di mantenere equilibrio nei memi che contiene. Di conseguenza accolgo le Sue precisazioni in merito alla “professionalità” come meritano, cioè come una stimolante critica retorica, non potendo esse significare altro in questo contesto dove la professionalità è messa del tutto da parte per definizione.

      Mi permetterei altresì di chiarire a chi legge cosa si intende per TPM, sigla che Lei ha impiegato con disinvoltura, ma proprio i potenziali utilizzatori di un Chromebook, quelli che «neppure sanno usare gli stili di MS Word», con ogni probabilità ignorano.

      TPM è sigla di Trusted Platform Module, in breve un sistema e un chip dedicato a cui i produttori di sistemi operativi (come Windows di Microsoft, OSX di Apple, ecc.) possono fare riferimento per controllare parte del computer sul quale si trova. Fortunatamente lo spiega abbastanza bene Wikipedia, dunque non mi dilungo. Ricordo solo che è un sistema molto controverso, nato per disporre di un percorso sicuro, possibilmente a prova di contraffazione e di pirateria, con cui controllare alcune funzioni (pensando sostanzialmente agli aggiornamenti e alla validazione delle licenze d’uso). Microsoft ha incluso la nuova versione del nuovo modulo TPM tra i requisiti solo a partire da gennaio di quest’anno. Il TPM non ha, tuttavia, nulla a che vedere con altre leggende metropolitane di “spionaggio hardware” di cui spesso si legge.

      Quanto alla comparazione tra Google e tutto il resto e alla Sua implicita accettazione alquanto supina del modello, in cui entra anche il “nuovo” dialogo tra smartphone e computer dell’utente, non credo sia necessario far altro, caro Davide: le Sue parole sono già sufficienti per dimostrare una percezione piuttosto modesta del problema – mi perdoni, non è una critica ma una constatazione e un invito a riflettere – e nessuna voglia di trovare alternative senza sovrapporre la sfera Google/Social/Big Data (con annessi e connessi, incluso Android, Chrome e ChromeOS) con la sfera Apple, Microsoft, BlackBerry. Un problema di scelte, che rispetto ma non condivido.

      Gli aspetti positivi di cui Lei parla, che per certe categorie pure ci sono – non posso davvero negarlo – hanno, dal mio personale punto di vista, un prezzo troppo alto in termini di limitazione di libertà, di tutela della privacy, di autonomia di scelte e, in definitiva, cambiano il modello dentro/fuori e sovvertono il principio di sovranità che ciascun umano dotato di dignità dovrebbe ritenere inviolabili. Chi non li ritiene tali direi abbia un percorso etico evolutivo ancora lungo da affrontare, fatto questo non disdicevole, semplicemente generatore di differenze.

      Sono queste, caro Davide, le cose “brutte” delle quali ci si ostina a non volersi rendere conto, solo per non rinunciare a certi “giochini” a cui, abilmente, i “big” hanno cercato di diffondere l’assuefazione. Altro che articoli “brutti”, che articoli non sono.

      Le dirò, neppure io, di solito, rifletto così a fondo su un commento e vi dedico così tanto tempo. Dunque La prego anch’io di smetterla, specie laddove ritenga il riconoscimento del sé un fatto pertinente per ciascun individuo, non per uno solo: riflessioni così accurate richiederebbero altre sedi per essere condotte.

      La ringrazio però in ogni caso, perché mi ha permesso una verifica puntuale di quanto ho espresso. Del resto, chi ritiene importanti i soli “vantaggi” di un Chromebook, di questa mia opinione ha letto (forse) solo il titolo; chi invece segue da tempo il mio personale punto di vista, conosce bene anche quali siano il mio background e la mia posizione sugli altri aspetti da Lei citati e su diversi altri completamente taciuti dalla Sua riflessione, senz’altro per mancanza di spazio.

      Buona giornata, un saluto e grazie per lo stimolante intervento.
      MVP




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