300mila siti pro-anoressia da chiudere? Come li hanno contati?

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Marco Valerio Principato
Di Marco Valerio Principato
Pubblicato il: 19/03/2009
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In questi ultimi tempi, ho come l’impressione che – consentitemi per un attimo il dialetto romanesco – aprì bocca e daje fiato (aprir bocca e parlare senza pensare a quel che si dice) sia diventato lo sport preferito per alcuni esponenti del mondo politico.

Aprire i quotidiani, le agenzie, persino Punto Informatico e venire a sapere che ci vuole una legge per chiudere 300mila siti pro-ana e pro-mia mi ha fatto saltare (di nuovo) dalla sedia, anche se ormai alla poltrona del mio studio s’è rotto il pistone ammortizzatore, a forza di saltare.

Vorrei sapere come hanno fatto l’onorevole Beatrice Lorenzin, assieme agli Onorevoli Enrico Costa e Manlio Contento, a contarli, questi 300mila siti. Una «conta» che mi ricorda tanto quella fatta dal Comitato Antipirateria sui “2 miliardi di danni sofferti dall’industria culturale”, un dato sulla cui consistenza Altroconsumo ha chiesto una spiegazione che tutti attendono. Ma alla fine un’idea me la sono fatta, perché la risposta più semplice è la più probabile delle strade intraprese da chi, di Cose della Rete, come al solito non ne sa assolutamente nulla. Perché neanche da una ricerca agli atti della Camera, a quanto leggo, riesco a capire con esattezza come altro si sia addivenuti ad una somma di 300mila siti.

Ricerca di ANORESSIA su Google: 307mila risultati

Ricerca di ANORESSIA su Google: 307mila risultati

Come, come?, diranno in molti.

Così. Secondo me è stata fatta una semplice ricerca «secca» del termine anoressia su Google, che ad oggi (vedi figura) fornisce poco più di 300mila risultati.

Qualora sia questo il metodo seguito per «fare la conta» (e i precendenti «incespiconi» presi da molteplici personalità, nei loro goffi tentativi di normare la rete, l’ultimo dei quali è quello dell’On.le Carlucci,  lo lasciano pensare con estrema facilità), ai signori Onorevoli forse sfugge che in quei 307mila risultati non ci sono solo inneggiamenti a corpi filiformi, a rapporti psicopatici da intrattenere con il cibo. 

Ci sono fior di percorsi intrapresi per uscirne, esperienze raccontate, siti che spiegano come fare per evitare di incorrere in simili patologie, associazioni che lottano strenuamente per combattere il fenomeno. Da sommarsi, naturalmente, alle migliaia di pagine che annunciano la novità di questa nuova proposta di legge. Domani, dopodomani, tra qualche giorno, provate a rieseguire la stessa ricerca su Google: il numero sarà certamente aumentato, perché la Rete – si conceda anche a me di proporla personificata a scopo narrativo – come ha già fatto sinora, si rivolterà come un serpente preso alle spalle.

Come faccio ad esserne così sicuro? Basta guardare i primi commenti all’articolo di Gaia Bottà su Punto Informatico, sono esempio già più che eloquente di ciò che accadrà nelle prossime ore.

Fare delle proposte costruttive, concrete e realmente propositive, dunque, non sembra sia proprio così facile. Eppure, sempre tra quei 300mila risultati, ci sono fior di siti che spiegano tutte le dinamiche da cui si originano e su cui si fondano anoressia e bulimia, molto più di quanto la blogosfera stessa non rilevi siti inneggianti l’oggetto della repressione intesa dalla proposta di legge.

Una proposta concreta, se mi è consentito, la faccio io ed è questa: togliere ex lege dall’immaginario collettivo – e, dunque, da TV e carta stampata, specialmente quella gossip e quella riservata al pubblico femminile – quel «modello di donna» che è la tipica modella da passerella. Ma le avete viste bene? Altezza standard, misure seno/vita/fianchi standard, ossa del bacino fuori pelle standard, magrezza assoluta standard, sguardo ammaliante standard, volto scavato standard, ancheggiamento di ±20° in alto e in basso standard, camminata a gambe sovrapposte per favorire l’ancheggiamento standard, e qui mi fermo per non tediare (sia chiaro che, per gli «uomini da passerella», vale lo stesso: di là vengono poi fuori le manie che sfoderano generazioni di palestrati a oltranza), ma, sempre in dialetto romanesco, tale modello viene definito con una sola parola, semplice ed inequivocabile: stampelle.

Poi le case di moda più in voga, dopo aver imposto quel «modello» di stampella standard, producono abiti e accessori assolutamente standard, che risultano indossabili e utilizzabili solo da donne standard, come quelle. Un modello standard che non condivide nulla, assolutamente nulla con la realtà della donna mediterranea, le cui forme sono sempre state più rotonde, più abbondanti, più morbide e di altezza meno pronunciata. Donna che, in assenza di adeguata cultura, farebbe di tutto per ricondursi al modello stampella, sperando così (vanamente, aggiungerei) di rientrare in quel «modello» che piace.

Per fare questo, però, si andrebbero ad intaccare interessi talmente forti, talmente determinanti da scatenare il dissenso di personalità di livello molto più altro dei tre Onorevoli responsabili di questa proposta: occorrerebbe chiudere, come alcuni hanno osservato, “il 40% del palinsesto dei 6 canali nazionali, l’80 % delle riviste femminili e il 90 % della pubblicità”.

Suvvia, Onorevoli, siamo seri. Se queste sono le premesse, la sensazione è che non si voglia risolvere un problema, ma piuttosto nascondere la testa sotto la sabbia. Adesso attendiamo il testo della legge: sono sicuro che illustri giuristi saranno pronti ad offrire i propri suggerimenti affiché una proposta come la vostra, per alcuni aspetti non disprezzabile, non finisca per affossare il problema creando maggiore confusione, invece di risolverlo. Volete essere al passo con la Rete e con i tempi? Allora forza, dimostrate di essere all’altezza della situazione: il Web 2.0, come su queste pagine è stato già detto, è Read-Write (lettura e scrittura). Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto.

Marco Valerio Principato

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