Agcom, Cardani, la gratuità e la realtà

Il presidente Agcom, Angelo Marcello Cardani.
Il presidente Agcom, Angelo Marcello Cardani.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 29/05/2015
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Il presidente Cardani sottolinea, tra l’altro, che il modello di gratuità tipico dell’era pionieristica del Web è superato. Forse il punto non è esattamente (e solo) questo: c’è altro.

Il presidente Agcom Angelo Marcello Cardani è «laureato in Economia e commercio all’Università Bocconi, Professore Associato di Economia Politica all’Università Bocconi. Ha svolto alcuni ruoli istituzionali nell’ambito dell’Unione europea, dove è stato membro del gabinetto del Commissario europeo Mario Monti per il mercato interno e Capo di gabinetto aggiunto del Commissario europeo Mario Monti per la politica della concorrenza», racconta Wikipedia.

Quindi, prosegue l’enciclopedia online, «nominato l’11 luglio 2012 presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni con decreto del Presidente della Repubblica su indicazione del Consiglio dei Ministri, e senza alcuna procedura di valutazione comparativa, Cardani succede a Corrado Calabrò rimasto in carica per 7 anni dal 2005 al 2012».

Senza nulla togliere al prof. Cardani, alla sua rispettabilissima preparazione accademica, ma nemmeno al percorso politico seguito negli anni e ai personaggi con i quali, specie in sede europea, ha collaborato e grazie ai quali, forse, si trova dove si trova1, direi sia forse il caso di fare qualche osservazione in merito alle sue affermazioni, rilasciate nel corso di un’intervista concessa al quotidiano Il Sole 24 Ore e riportata da alcuni organi di stampa, tra cui Key4biz2.

Il prof. Cardani dichiara che «il concetto di gratuità assoluta, che andava bene per una fase pioneristica del web, non è più adeguato». Siamo anche d’accordo: produrre una notizia con coscienza, lavorando come si conviene a un giornalista serio, ha un costo e non c’è alcuna plausibile ragione per metterla a disposizione online gratuitamente, oggi che sul Web di pionieristico c’è rimasto ben poco. Tuttavia giova ricordare che, a questa medesima conclusione, c’era giunto sei anni fa Barry Diller, presidente e direttore esecutivo di IAC/InterActivCorp3.

Ciò che si staglia sul panorama a mediare il complesso rapporto tra produzione di notizie di qualità, diritto d’autore sulle medesime e fruizione online, dovrebbe ormai essere chiaro da tempo4, è Google: quella realtà che, nel 2013, indicavo come l’entità che le masse hanno completamente sovrapposto a Internet5.

Il mondo del giornalismo online, l’abbiamo appreso in più occasioni, non è certo da oggi che si “rivolta” contro un modello di fruizione dal quale non riesce più a ottenere linfa vitale sufficiente per garantire il proprio sostentamento. Si è visto con la Francia (che ha proposto persino soluzioni alternative), con la Spagna (che, presa dallo sconforto, ha minacciato di boicottare l’AEDE), con il Brasile, solo per citarne alcuni. A tutti questi Google ha risposto in modo molto semplice: aprendo il borsellino e, di fatto, finanziando, sia pure con il neppure troppo velato scopo di ottenere, in cambio, proventi pubblicitari.

Quella gratuità «non più adeguata» di cui parla Cardani, a mio personale avviso, andrebbe dunque “rivista” in quest’ottica. Anche in questo caso, come ho avuto modo di chiarire nella mia tesi di laurea, quel che si è modificato – e si sta ancora modificando – è proprio il technium, quell’entità individuata da Kevin Kelly nel suo libro Quello che vuole la tecnologia (Edizioni Codice, Torino 2011) quale parte vitale e mutante dell’essenza intima della tecnologia.

La gente “vuole” poter leggere le notizie gratuitamente, o almeno gran parte di esse. Google lo ha capito, e dà a ognuno ciò che vuole: denaro a chi le produce e notizie a chi le vuole, naturalmente non gratis, questo dovrebbe essere chiaro, come dovrebbe essere chiaro come, secondo Google, l’onerosità viene annichilita, semplicemente “nascosta”. Lo dimostra il patto della FT Media Conference, dal quale Google ha “fatto uscire” 150 milioni di euro.

Credere che quei 150 milioni di euro siano a senso unico, ossia che Google li sborsi per beneficenza, è semplicemente risibile: dietro c’è la pubblicità, che Google – come ha chiarito Key4biz – è tranquillamente disposto a condividere con gli editori. Dunque, quel modello di gratuità non più adeguata semplicemente non esiste più: si è già dissolto da molto tempo. Quel che deve essere chiaro è che, dall’altra parte, dietro al costo di un abbonamento deve esserci un prodotto “candido”, che grazie alle minori spese di pubblicazione sul Web (rispetto al modello cartaceo) si presenti al lettore del tutto privo di “contaminazioni”, da quelle pubblicitarie a quelle statistiche.

Per questo non c’è da stupirsi quando Google fa le prove a impersonare il ruolo dell’infrastruttura e lo fa, neanche a dirlo, con mire tecnologicamente avanzate: in questo modo lancia segnali e dice a chi ne osserva le mosse di essere in grado di partecipare – se non di primeggiare – anche in quel settore, rimuovendo così qualsiasi perplessità in merito alla «redistribuzione dei ricavi dall’uso della rete rispetto a chi sostiene i costi, editori compresi», come Cardani ha dichiarato spiegando di non volersi avventurare su quel terreno.

Da tutto questo emerge la questione più preoccupante, di cui, forse, Agcom farebbe bene a occuparsi ancor prima di altro: mentre Internet non è solo Web, ciò che andrebbe garantito è la consapevolezza profonda e piena del fatto che Internet non deve coincidere con Google. Se questo paradigma assumerà carattere universale – e sta purtroppo accadendo – ciò che non potrà essere garantito sarà proprio la libertà di comunicare sulla Rete, perché tutto sarà sotto il controllo di Google, tutto dipenderà da Google, non si muoverà foglia che Google non voglia.

A mio modesto avviso dovrebbe essere questa una delle principali preoccupazioni di un’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, da cui si diramino iniziative di promozione culturale, capaci di portare – sia pure con il tempo – quel grado di consapevolezza utile a non confondere tra loro la Rete con il World Wide Web e, in cascata, il World Wide Web con Google.

Solo così si eviteranno errori di valutazione sugli scenari che sgorgano dalla Rete, la cui complessità è abilmente occultata dai big ma non per questo non esistente. E solo da questa crescita culturale potranno derivare coscienze migliori, in grado di comprendere lucidamente quanto la tecnologia sta offrendo e, soprattutto, come lo sta offrendo, comportandosi di conseguenza.

  1. Nel 2012 presidente del Consiglio dei Ministri era Mario Monti.  [Torna al testo]
  2. Che ne riporta, tra gli altri, la maggior parte dei dettagli utili: www.key4biz.it/?p=121041.  [Torna al testo]
  3. Vedasi Internet? Entro 5 anni si pagherà (quasi) ogni bit, del 15 giugno 2009, online su questo sito in http://nbtimes.it/?p=3005, nonché, per maggiori delucidazioni su Barry Diller, la scheda su Wikipedia in http://en.wikipedia.org/wiki/Barry_Diller.  [Torna al testo]
  4. Vedasi Google ai giornali: Affoghi? Tieni la ciambella, del 14 settembre 2009, su http://nbtimes.it/?p=3445.  [Torna al testo]
  5. Vedasi «Google ≡ Internet»: è accettabile?, del 14 marzo 2013 (ben due anni prima di laurearmi in Scienze della Comunicazione), su http://nbtimes.it/?p=14923.  [Torna al testo]

Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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