Uber: difficile da credere, ma forse accadrà

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 08/06/2015
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Difficile a credersi, ma un segnale positivo sulla vicenda Uber è arrivato dall’Autorità dei Trasporti. Non voglio dire che tutte le parole sgorgate finora dai siti, compreso questo, siano state determinanti, ma forse almeno un po’ di vento s’è sollevato. Speriamo.

Avevo appena finito di dirlo. Stavolta – lo confesso – sono stato colto di sorpresa dall’apertura dell’Autorità dei Trasporti che, come dice Punto Informatico, potrebbe rappresentare «aria fresca per l’app, anche se arriva con diverse limitazioni che se accettate dal Parlamento permetterebbero alle auto di UberPop di tornare in pista».

Tenuto ben presente che siamo in epoca di globalizzazione1, un atteggiamento di totale chiusura sarebbe stato quanto di peggio poteva esser fatto. E conoscendo i polli, francamente è quello che mi aspettavo.

Invece quest’apertura all’idea di sharing economy, sia pure con qualche limitazione, non solo la accolgo con entusiasmo tanto quanto Benedetta Arese Lucini, intervistata per il Corriere da Martina Pennisi, ma colgo anche l’occasione per riflettere su due elementi a mio avviso decisivi nello scenario in cui ci muoviamo.

Il primo – mi perdonino gli amici tassisti, ma è ora di aprire gli occhi anche per loro – è il ceffone in pieno volto che, con questa decisione, incassa la “categoria”. E non si deve nemmeno lamentare, perché il ceffone non è neppure troppo forte, viste le limitazioni prefigurate2. Da notare che non si tratta di un ceffone repressivo, ma di un monito, come dicesse: basta agire in modo corporativo, basta difendere una vera e propria lobby, i tempi cambiano e non possiamo ostinarci ad accendere il gas con i fiammiferi solo per non far chiudere la fabbrica dei medesimi. Di questo monito non c’è da rammaricarsi, se mai da esultare, perché se i tassisti finora hanno tentato di difendere con le unghie e con i denti la loro “corporazione” è solo per un motivo: perché per arrivare a fare il tassista in regola serve molto denaro e una notevole congerie di adempimenti, che di certo non fa piacere veder superare da una stupida App a chi s’è impegnato per superare entrambi gli ostacoli.

Il secondo – e qui il colpo è diretto allo stato – è quello di provare a non impedire a chi, magari per arrotondare, in un periodo storico in cui anche le figure più qualificate si vedono propinare offerte di lavoro assai difficilmente definibili come tali3, cerca di guadagnarsi qualcosa inventandosi un lavoro laddove non esiste, ovvero tenta di impiegare quel che ha per allontanarsi da quella sempre più ampia fascia di povertà che miete ogni giorno più vittime dalla classe media, ridotta ormai a una manciata di persone. Uno scenario che riguarda, dunque, tanto l’economia politica quanto la politica economica.

Poi è chiaro, come ha precisato Benedetta Arese Lucini, che contro la decisione del Tribunale di Milano vada presentato ricorso. E dev’esser fatto con ogni possibile vigore, a mio avviso, servendosi di giuristi capaci di far vedere i sorci verdi a chi ha partorito una simile sentenza, che definire anacronistica, miope, bizantina, politicante e sindacalesca è dire poco.

Spero tanto che il Parlamento approvi non solo le modifiche alla Legge 15 gennaio 1992 così come se ne sta parlando ma, possibilmente, anche qualcosa di più e di meglio. Ho citato la legge per esteso per ricordare che, essendo del 1992, è un testo normativo della veneranda età di ventitré anni. Nel 1992, per chi non lo sapesse, smartphone, App e sharing economy erano concetti che erano forse nella mente di Dio, non certo sul pianeta Terra.

Forse una lustratina è il caso di dargliela, ad evitare l’ennesima figura da peracottari e dimostrare di aver capito che quella stupida App non è poi così stupida. Se mai lo è chi la considera tale.

  1. Il che va inteso in senso storico-filosofico. Non è e non deve essere un impiego di parole da scena, da acculturati, ma una ben precisa consapevolezza, in particolare per quanto concerne la risoluzione dei conflitti.  [Torna al testo]
  2. Inquadramento di figure professionali che non superino le 15 ore di guida settimanali, che stipulino un’assicurazione aggiuntiva e siano riconosciuti all’interno di un registro apposito delle Regioni, spiega P.I.  [Torna al testo]
  3. Molto più frequentemente si tratta, da parte dei molti, troppi imprenditori senza scrupoli, di vere e proprie schiavizzazioni, quando non sono addirittura sfruttamenti, con la connivenza di un sistema normativo assai opaco e di un governo decisamente incapace, ovvero non desideroso, di innovare realmente.  [Torna al testo]

Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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