Abbonamenti cellulari, riflessioni sulla tassa

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 04/04/2016
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Ancora oggi e nonostante tutto, abbonarsi – nel vero senso della parola – ad un servizio di telefonia mobile presenta costi maggiori rispetto al servizio prepagato. Il motivo risiede – ancora – nella famosa Tassa di Concessione Governativa, a quanto pare inamovibile, con il consenso della Corte di Giustizia europea.

Molti ricorderanno che lo scorso settembre 2015 la Corte di Giustizia europea ha ritenuto legittima1 la tassa di concessione governativa (TCG)2 per chi si abbona (non, quindi, chi usa il servizio prepagato) ad un servizio di radiotelefonia mobile con il proprio terminale.

La motivazione di fondo è che, secondo i giudici, «le legislazioni nazionali sono libere di equiparare gli apparati terminali delle comunicazioni alle stazioni radioelettriche, di prevedere un’autorizzazione generale o una licenza per l’utilizzo delle apparecchiature terminali di telefonia mobile terrestre, di equiparare l’autorizzazione o la licenza a un contratto di abbonamento e di prevedere il pagamento della correlativa tassa governativa in relazione a tutte queste ipotesi» (Punto Informatico, cit.).

Personalmente, ritengo questa decisione non soltanto risibile, ai limiti tra il comico e il grottesco, ma addirittura assimilabile a una vera e propria collusione tra sistemi giuridici, da cui si percepisce l’ennesimo segnale di un’Europa in fin di vita, perfettamente inutile.

Mi farebbe piacere se i signori giudici della Corte di Giustizia europea mi spiegassero un paio di cosine, che elenco immediatamente.

  1. Qual è la differenza di principio tra il concedere in licenza l’uso di un radiotelefono mobile e l’uso di apparati ricetrasmittenti da parte dei radioamatori, ai quali vengono chiesti sempre € 5,00 ma ogni anno, non ogni mese, così come la legge prevede in Italia.

  2. Tenuto conto che tutti gli operatori mobili rendono possibile attivare sulle utenze prepagate il meccanismo di “autoricarica” con addebito su carta di credito o su conto corrente bancario, qual è la differenza con l’abbonamento, visto che di fatto si ottiene ugualmente un servizio erogato in via permanente, interrotto solo dall’eventuale mancanza di fondi.

Non sto cercando di convincere alcun legislatore a cambiare idea. Voglio solo sottolineare l’evidente, decrepita vetustà del concetto di “abbonamento”, di “prepagato”, di “tassa di concessione governativa” così come applicati in Italia con, a questo punto, la connivenza dell’Europa.

Tutti, o quasi, gli stati incassano concedendo l’uso di frequenze radio, questo è noto e pur essendo un principio, anch’esso, piuttosto vetusto e anacronistico – in fondo oggi l’uso delle onde radio potrebbe essere considerato un bene primario al pari dell’acqua – è bene non entrare nel merito.

Tuttavia, si è fatto un gran parlare del concedere anche alla stessa Internet lo status di bene primario, specie da mobile. Se si ammette, sia pure in linea di principio, tale attribuzione, perché differenziarla in base alla forma contrattuale con cui vi si accede? Per caso l’Internet in abbonamento è diversa da quella ottenuta mediante servizio prepagato? Per caso chi si abbona ottiene un accesso di tipo diverso – più veloce, più cospicuo, capace di raggiungere più destinazioni – o altro?

Nulla di tutto ciò. E allora, tanto per cominciare, non mi sembra corretto definirla tassa3: ha tutte le caratteristiche dell’imposta4.

In secondo luogo, perché non prevedere un’esazione meno iniqua e meno sperequativa? Ad esempio, si potrebbe chiedere ai possessori di qualsiasi forma di terminale mobile e in qualsiasi numero una – ed una sola, nota bene: esattamente come i radioamatori ne pagano una sola, a prescindere dal numero di apparecchi che usano – TCG, pari a quella chiesta ai radioamatori (€ 5,00 l’anno). Il controvalore verrebbe da una minor pressione sul mondo imprenditoriale e privato più altospendente e, al contempo, un flusso di introiti maggiore. Due conti veloci, anche se approssimativi.

Attualmente la TCG di € 5,16/12,91 al mese frutta allo stato circa 91 milioni di euro l’anno, giusto? Poniamo, per approssimazione estrema in difetto, un terminale mobile a persona per 60 milioni di cittadini, tra imprenditori e privati. Se ognuno di essi versasse € 5,00 l’anno, nelle casse dello stato entrerebbero 300 milioni di euro l’anno, anziché 91. In cambio, gli operatori cellulari sarebbero molto più liberi di proporre abbonamenti vantaggiosi e altre forme di fidelizzazione che, oggi, con lo spauracchio della TCG, non possono proporre.

Cos’è, allora – vorrei capire – questo attaccamento cianoacrilico al mantenimento in essere di un prelievo forzoso e sperequativo, diretto solo a due categorie ben precise, non solo fatto male e realizzato peggio, ma anche di ostacolo alla maggior diffusione di formule contrattuali più vantaggiose per tutti? Chi ne trae vantaggio?

Aspetto spiegazioni plausibili, ammesso ci sia qualcuno in grado di darne.

Marco Valerio Principato

(Articolo in formato PDF)


1 Vedasi C. Tamburrino, UE: concessa la tassa di concessione governativa sul mobile, Punto Informatico, 17 settembre 2015, in http://punto-informatico.it/4270996/PI/News/ue-concessa-tassa-concessione-governativa-sul-mobile.aspx.

2 Pari a € 5,16 mensili per i privati, € 12,91 per l’uso affari con una deducibilità dell’80 per cento dell’imponibile in fattura. Vedasi in proposito TCG sugli abbonamenti di telefonia mobile, Wikipedia, in https://it.wikipedia.org/wiki/Tassa_sulla_concessione_governativa.

3 «La tassa, nell’ordinamento tributario italiano, è una tipologia di tributo, ovvero una somma di denaro, dovuta dai privati cittadini allo Stato, che si differenzia dall’imposta in quanto applicata secondo il principio della controprestazione, cioè legata a un pagamento, dovuto come corrispettivo per la prestazione a suo favore di un servizio pubblico offerto da un ente pubblico» (da Wikipedia, Tassa, in https://it.wikipedia.org/wiki/Tassa). Pagare, dunque, una tassa per il “lusso” di essere abbonati poteva anche starci quando l’unico fornitore di servizio era la SIP, cioè un’azienda di stato, ma oggi non è più così.

4 «L’imposta è un tributo, ovvero una delle voci di entrata del bilancio dello Stato. Consiste in un prelievo coattivo di ricchezza dal cittadino contribuente, non è connesso ad una prestazione da parte dello Stato o degli altri enti pubblici per servizi resi al cittadino ed è destinata alla copertura della spesa pubblica» (da Wikipedia, Imposta, in https://it.wikipedia.org/wiki/Imposta).


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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