Facebook: per difendere la privacy è necessario mentire?

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Dario Bonacina
Di Dario Bonacina
Pubblicato il: 17/12/2009
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Milano – Il concetto di amicizia non è mai stato così controverso, ma anche così di moda, fino all’avvento dei social network: controverso, perché con l’avvento di Facebook, MySpace, Friendster e affini il significato di questo termine è andato alleggerendosi, almeno per quanto riguarda la rete. Di moda, perché ormai molti considerano normale e naturale avere un account su un social network.

L’amicizia, in questo contesto, per molti utenti è l’equivalente di una platea, un pubblico molto più attivo e appagante di quello costituito dall’audience di un blog, e questo stesso pubblico spesso contraccambia quanto si condivide in rete, portando a conoscenza di un utente informazioni su qualcuno che nemmeno conosce personalmente, in virtù di una catena che rende amici anche gli amici degli amici.

Twitter è tutt’altra cosa. In primis perché non ci sono amici, ma followers, cioè persone che seguono (più o meno attentamente) quanto uno scrive nei messaggi di non oltre 140 caratteri consentiti dalla piattaforma di micro-blogging. Messaggi real time, netti, forse un po’ freddi e impersonali, ma senza un corredo applicazioni, commenti di amici acquisiti o derivati. Ma anche l’insieme dei followers altro non è che una platea.

Platee differenti, che a ben vedere hanno molti punti in comune: come detto sopra, si tratta di un pubblico, di audience. E dove c’è audience ci può essere business: Twitter lo sa bene e, da qualche tempo, ha aperto i suoi tweet (o meglio, quelli dei suoi utenti) agli algoritmi di ricerca di Bing e Google, con cui ha stretto partnership commerciali. E Facebook ha percorso la medesima strada, interfacciando determinate informazioni rese pubbliche dai propri iscritti sempre con gli algoritmi dei due search engine.

In entrambi i casi esiste un concreto problema di privacy: chi condivide informazioni nell’ambito di Facebook o Twitter lo fa nella convinzione che questi contenuti rimangano circoscritti alla cerchia di amici o followers, sono quelle le platee di riferimento e non ci si aspetta che quegli stessi contenuti possano comparire tra i risultati di una qualunque ricerca. Il problema si risolve facilmente, impostando il proprio profilo affinché al di fuori del network certe informazioni (se non tutte) non siano reperibili. In questo modo, se l’utente è accorto e guardingo nell’esporsi, a Google o Bing non resta molto materiale da rendere pubblico.

Perché – avranno pensato Zuckerberg e soci – non invitare gli utenti ad essere più liberi di esprimersi, offrendo loro alcune opzioni per assicurare maggior privacy? Per questo motivo, ad inizio dicembre, con una lettera aperta ai 350milioni di utenti del network, il fondatore di Facebook ha illustrato le ragioni che hanno portato all’eliminazioni delle reti geografiche, ritenute un veicolo di condivisione troppo ampio per un servizio cresciuto a livello globale, ma nato e pensato per un più circoscritto ambiente universitario.

Alcune informazioni di base sugli utenti (nome e cognome, foto del profilo, foto degli amici, eccetera) sono sempre state pubblicamente disponibili per chiunque avesse effettuato una ricerca su Google o Bing. Per questo problema, come si legge in un articolo del Wall Street Journal, Barry Schnitt – portavoce di Facebook – obietta candidamente (e alla stregua di un suggerimento) che gli utenti sono liberi di mentire, raccontando di se’ quanto ritengono opportuno (bufale incluse), sulla località di residenza o in merito ad altre informazioni, per salvaguardare le propria privacy.

Impostare il proprio profilo (e il proprio comportamento su Facebook) per garantire a se stessi la massima riservatezza possibile nel social network può comunque non essere una misura sufficiente: lasciare un commento sulla bacheca di un amico che non ha provveduto a modificare le impostazioni predefinite (e quindi non ha bloccato la disponibilità di determinate informazioni, aprendola al pubblico), di fatto rende pubblico quello stesso commento.

Ma tornando al consiglio di Schnitt, c’è un piccolo particolare da tenere presente, sottolineato da TechCrunch: mentire equivale a violare le condizioni d’uso di Facebook, laddove – proprio in merito all’account – si dice che l’utente del network deve fornire dati veritieri e informazioni reali e che non è consentito fornire informazioni false o creare un account con identità altrui, senza l’altrui consenso.

Schnitt, in seguito a questa osservazione di TechCrunch, ha dichiarato di essere stato frainteso, precisando che informazioni personali come la foto del profilo o la città di residenza sono opzionali e facoltative e che Facebook auspica che gli utenti utilizzino in modo oculato le informazioni che li riguardano, nella più ampia libertà: “queste informazioni li aiuteranno ad essere ritrovati dai loro amici, il che è un elemento fondamentale per iscriversi al sito”. Del resto, si tratta probabilmente del primo servizio che chiede ai propri iscritti di presentarsi con le proprie generalità e non con un nickname (anche se è possibile presentarsi con un nome di fantasia), responsabilizzando così gli utenti su ciò che pubblicano.

Il suggerimento più corretto, in ogni caso, è forse quello che consiglia agli utenti un utilizzo sereno, ma sempre attento e prudente affinché non si diventi vulnerabili e assoggettabili a controlli e profilazioni: la platea a cui si indirizzano status e tweet può essere variegata ed eterogenea. Facebook, come gli altri social network, non ha la possibilità di garantire agli utenti la privacy che molti media fanno credere sia lecito trovarvi. Le amicizie più intime, con gli atteggiamenti confidenziali propri di questo tipo di relazioni sociali, è meglio rimangano riservate al mondo reale, e a contatti diretti e non mediati da un social network. Per restituire al concetto di amicizia il suo reale significato.

Dario Bonacina

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