Gratis contro pagato, Murdoch contro Rusbridger

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 09/02/2010
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Il New York Times mette a confronto due personalità opposte per quanto concerne il parere sulla gratuità delle notizie online. Mentre diverte con metafore, fa anche capire che per ora resta gratuito. Almeno fino al 2011

Ricordate quando circolava la notizia della virata del papà adottivo di questo sito, il New York Times, verso l’erezione di un paywall che obbligasse gli internauti a pagare per le notizie oltre un tot di gratuite? Bene, mentre ci si gusta un articolo che mette faccia a faccia Murdoch e Rusbridger, due personaggi opposti sul fronte della posizione in merito alla gratuità delle notizie online, per il NYTimes emerge che per ora è tutto rientrato: niente paywall, almeno per quest’anno.

The New York Times, which owns the International Herald Tribune, says it intends to start charging some Web readers in 2011 under a metered system that will offer users a limited number of free articles“, racconta la celebre testata statunitense. Per quest’anno, dunque – salvo ripensamenti dell’ultimo minuto – ce lo potremo leggere in santa pace.

Ma l’articolo è simpatico non tanto per questa notizia che – pure – farà piacere a più di qualcuno: lo è perché mette a confronto due mondi totalmente opposti. Quello di Rupert Murdoch, il magnate di News Corp, e Alan Rusbridger, editore del Guardian.

I personaggi non sono paragonabili, anzi, sono su fronti opposti. La posizione di Murdoch è ben nota ai lettori di questo sito (e non solo) e l’articolo del NYTimes la dipinge con divertenti metafore. Dopo aver illustrato la posizione pro-gratuità di Rusbridger, il quotidiano racconta che “…Mr. Murdoch has been the most outspoken proponent of pay walls, and he responded to Mr. Rusbridger’s jabs with an uppercut“.

Non sono un pugile, ma uppercut rende ugualmente l’idea: Wikipedia lo traduce come “montante” e io, non essendo pugile, continuo a non afferrarne la sottigliezza in termini di tecnica sportiva, ma capisco benissimo il senso. Murdoch non potrebbe fare altrimenti: è a capo di una vera e propria industria delle news, deve difenderla. Altrimenti rischia di essere classificato in maniere poco edificanti.

Rusbridger “la vede” diversamente ed è naturale: il Guardian è posseduto da un’organizzazione non-profit, racconta il quotidiano. Diversi obbiettivi, sia sotto il profilo economico che di marketing. Per questo, secondo il paron del Guardian, contrastare la tendenza alla fruizione gratuita – una dinamica dalla quale il suo giornale ha tratto beneficio grazie alla “libera circolazione” di idee, insiste il NYTimes – porterebbe il quotidiano “come un sonnambulo verso l’oblio”.

Dove sta la virtù? A mio avviso nel mezzo, anche stavolta. Parliamoci chiaro: un quotidiano di valore è tale in quanto consuma risorse (e non poche) per originare notizie. Essere origine di notizie ha un costo, e anche molto elevato, gli addetti ai lavori lo sanno perfettamente. Per tali notizie, in coscienza, sarebbe giusto pagare, possibilmente senza trascendere in ridicoli bollini blu.

Magari non con la veemenza e gli uppercut di Murdoch. Magari senza fare affermazioni tecnicamente sbagliate, come quella di dichiarare che Google copia le notizie. Magari evitando di creare precedenti a cui poi – troppo facilmente – si allacciano anche personaggi nostrani ripetendo, sempre immodestamente e sempre a mio avviso, lo stesso errore concettuale, ripresentando poi dopo qualche tempo la stessa tesi in chiave più “ammorbidita”.

Non è impossibile farsi pagare per le informazioni che si producono. Ma non è ancora il momento: è un fatto prima di tutto culturale. Troppi internauti (che, in realtà, non potrebbero ancora fregiarsi di questa qualifica, non essendo sufficientemente “evoluti”) sono ancora convinti che Internet significhi esclusivamente tutto a scrocco: dai film alla musica, dai giornali ai servizi e ai programmi per computer.

Dunque, personalmente riterrei – come si è già capito da molto – la posizione di Murdoch un tantino talebana, troppo assolutista. “Qui si paga e basta” è un assioma che porterà certamente denaro, ma porterà anche molte fughe: probabilmente di queste fughe al tycoon non interessa un bel niente, occorrerà solo vedere il rapporto… fedeli/fuggiaschi.

Molto più saggia la posizione del New York Times, anche se bisognerà poi vedere come sarà effettivamente implementata. Un semplice conteggio, della serie “cinque notizie gratis, dalla sesta in poi paghi” potrebbe irritare: magari per errore ci si ritrova a leggere una notizia non desiderata e a non poter leggere quella che effettivamente interessava. Insomma, anche qui c’è qualche rischio.

Ci sarebbe anche da decidere sul comportamento delle agenzie: perché pagare una notizia a un quotidiano se questa viene da un’agenzia? Se questo è ciò che si vuole, allora le agenzie dovrebbero “sparire” dal Web anch’esse e mettersi solo a disposizione dei quotidiani o di coloro che, comunque, le pagano. A sua volta, ciò comporterebbe che se le agenzie sono sul Web gratuitamente, un giornale non può chiedere di essere pagato per ripubblicare quella stessa notizia, ma solo se pubblica suoi contenuti originali.

E voi? Cosa ne pensate? Anche se può risultare, sulle prime, “stridente”, sarebbe giusto o no pagare chi produce contenuti originali?

Marco Valerio Principato

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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Commenti (locali)
  1. mauro trolese ha detto:

    Rispetto alle grandi manovre dei big dell’informazione c’è da chiedersi se il loro obiettivo sia una maggiore qualità dell’informazione o solo avere profitti. Credo sia esclusivamente la seconda. Hanno paura che le informazioni sul web surclassino quelle dei grandi editori… ma sta già succedendo. Un modello alternativo e a suo modo “rivoluzionario” dell’informazione viene proposto dal progetto Net1News, dove ad essere premiati e remunerati sono i contenuti, quindi chi li scrive, senza lobby e gruppi editoriali-finanziari di mezzo. Di sicuro ci guadagna la qualità, oltre che una maggiore diversificazione dell’informazione.

    Mauro Trolese




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