Milano, giudice Magi: Google è colpevole

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Marco Valerio Principato
Di Marco Valerio Principato
Pubblicato il: 13/04/2010
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La tormentata vicenda che ha visto coinvolti i dirigenti Google per la pubblicazione di un video recante la ripresa di vessazioni inflitte a un giovane autistico nel 2006 ha avuto il suo epilogo: il giudice Oscar Magi di Milano ha deliberato la colpevolezza dei responsabili di BigG.

”Non esiste la sconfinata prateria di internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato pena la scomunica mondiale del popolo del web”, riportano le Agenzie. Dietro questa frase, l’evidente sopraggiunta consapevolezza di quanto i media ma, in particolare, la blogosfera abbia saputo far giungere anche nelle aule dei tribunali il proprio totale dissenso per un parere del tutto sconnesso da una sia pure marginale conoscenza della Rete.

Il giudice Oscar Magi

Il giudice Oscar Magi

Ma il giudice, nelle sue oltre 100 pagine di delibera, insiste: ”Google Italia trattava i dati contenuti nel video caricati sulla piattaforma di Google Video e ne era quindi responsabile perlomeno ai fini della legge sulla privacy”. E dimostra così di voler mantenere il punto su una questione che gli internauti di tutto il mondo hanno sottolineato in ogni lingua essere del tutto estranea al nucleo dei fatti.

Non solo: il giudice stesso ammette di non conoscere se non in maniera marginale la struttura e il funzionamento di un gigante come Google, nel momento in cui afferma che “Non vi e’ dubbio -precisa il giudice- che per lo meno parte del trattamento dei dati immessi a Torino sia avvenuto fuori dall’Italia, in particolare negli Usa, luogo dove hanno indubitabilmente sede i server (cioe’ le macchine che trattano e immagazzinano i dati) di proprieta’ di Google inc”.

Se i computer di Google Video (allora) o di YouTube (oggi) dovessero trovarsi solo negli Stati Uniti, con il traffico Internet causato da tali portali probabilmente si assisterebbe a un totale collasso della connettività da e verso gli Stati Uniti. Ma questo potrebbe benissimo non essere chiaro nella testa di un magistrato, nessuno lo nega.

A maggior ragione, prima di attaccarsi a motivazioni pretestuosissime come la violazione della legge sulla privacy, bene avrebbe fatto a interpellare un qualsiasi esperto in blogosfera: nessuno gli avrebbe negato aiuto e la magistratura, invece di trovarsi oggi a ribadire un parere già sconfessato, svergognato, deriso e schernito dai netizen di tutto il mondo, avrebbe fatto miglior figura e, con essa, l’Italia intera.

Ma, per l’ennesima volta, gli internauti dovranno mandar giù un verdetto privo di senso dove, in buona sostanza, c’è molto fumus e niente… arrostus. Sembrerebbe quasi che il detto “errare humanum est, perseverare autem diabolicum” sia frutto di fantasia, piuttosto che di saggezza.

Sul piano personale, pur ribadendo la mia più ferma e severa condanna per il gesto derisorio compiuto dai giovani che hanno postato il filmato, unici veri responsabili, sono molto dispiaciuto per quei dipendenti di Google che ci sono andati di mezzo e auguro loro ogni miglior fortuna. Possibilmente lontano dall’Italia: è un paese che non merita.

Marco Valerio Principato

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