Apple iOS & C. vs Google Android: ecco cosa ne penso

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 22/10/2010
Commenti 14 commenti | Permalink

Vorrei condividere con i lettori il mio pensiero al riguardo, dopo qualche palata di fango che Steve Jobs ha voluto lanciare su Google e Android. Mi rifiuto di credere che il paron di Apple la pensi così

In questi giorni sul Web si è discusso molto su un supposto confronto tra due realtà che, ad oggi, sono un po’ i due “titani” che si stanno scontrando nel mondo degli smartphone. Tutto parte dalle parole, per alcuni aspetti denigratorie, di Steve Jobs, il number one di Apple, che ha voluto toccare l’argomento Android di Google e iOS di Apple in occasione di un evento quale il rapporto sul quarto trimestre della sua azienda, occasione invero insolita alla quale abitualmente egli non partecipa.

Mi sembrava intrigante fare il punto della situazione anticipando che, personalmente, vedo le due realtà assai difficilmente assimilabili, e paragonabili con estrema difficoltà concettuale.

Nell’esternare il proprio punto di vista, Steve Jobs ha detto: “In realtà, noi pensiamo che l’argomento open in confronto al closed sia solo una cortina di fumo (espressione figurata: si intende fumo negli occhi, ndB) per cercare di nascondere il vero problema, ossia cosa è meglio per il cliente finale: il frammentato a confronto con l’integrato“. Da notare che i corsivi sono miei.

Apple iOS contro Google Android? Paragone improponibile, a mio personale avviso

Apple iOS contro Google Android? Paragone improponibile, a mio personale avviso

Altre frasi significative sono state: “Pensiamo che sia questa la grande forza del nostro approccio in confronto a quello di Google. Quando si vende a utenti che desiderano solo veder funzionare i loro apparecchi, riteniamo che l’integrato batterà ogni volta il frammentato”, a cui Jobs ha aggiunto che “Siamo molto fedeli all’approccio integrato, a prescindere da quante volte Google provi a definirlo un approccio chiuso” e, per chiudere, “Siamo convinti che esso (l’approccio integrato, ndB) trionferà su quello frammentato di Google, a prescindere da quante volte Google provi a definirlo open“.

Ora: Steve Jobs è un gran venditore, un esaltatore di masse, un bravo comunicatore, un manager di intelligenza luminosa e di scaltrezza degna di nota. Ha dalla sua, in effetti, una quantità molto limitata di piattaforme hardware, una quantità molto limitata di versioni di sistema operativo, che egli governa in maniera del tutto circoscritta all’interno di quello che gli anglofoni definirebbero il suo walled garden, il suo “giardino incantato”, chiuso a qualsiasi sguardo inside che possa dire qualcosa sulle scelte architetturali e commerciali. Il suo obiettivo primario è vendere il prodotto completo a 360 gradi, dall’hardware al sistema operativo, con il condimento di una miriade di servizi e micro-servizi orbitanti intorno alle singole stelle che egli produce.

Nessuno dubita che le sue stelle funzionino perfettamente. Io stesso, a dispetto di quanto ha erroneamente ritenuto qualcuno commentando a sproposito proprio su questo sito, possiedo (anche) un Mac. E quando i PC fanno storie – capita, lo sanno tutti – siano esse originate da Windows o da Linux, accendo il Mac: sono sicuro che funzionerà. Mi è accaduto da pochissimo: Ubuntu 10.10 non voleva stamparmi un documento su una HP DeskJet 840c condivisa in rete interna con un LAN print spooler, che so benissimo funzionare perfettamente. Non avendo tempo da perdere, non ci ho pensato due volte: ho acceso il Mac e ho stampato, subito, senza storie. Questa mattina, all’aggiornamento del sistema che su Ubuntu avviene tutti i giorni, ho visto sostituito l’intero supporto di stampa, il CUPS, il client e vari altri strati software che potevano tranquillamente essere in relazione all’astruso rifiuto alla stampa ricevuto in precedenza. Sarà un caso?

Allora, ricaviamo il “succo”. Le stelle di Apple sono destinate: a) a chi desidera che i propri apparecchi funzionino e basta, e b) a chi ne apprezza le qualità hardware e software dunque li affianca ad altri, con i quali altri invece può sperimentare, sbizzarrirsi, provare, modificare, produrre ex novo, azzardare, creare. Naturalmente, Apple mira sul sicuro, sulla stragrande maggioranza della possibile clientela, che rientra sotto la lettera a) di cui sopra.

Google, invece – e neppure Android in sé – a mio avviso non mira a quel tipo di clientela, ma guarda a coloro che risiedono nella lettera b) di cui sopra: coloro cioè che non affidano i compiti solo a un apparecchio, ma ne abbracciano altri, per gli scopi più disparati, che possono andare dalle tendenze geek alla voglia di sperimentare, dalla visione più panoramica dello scenario alle considerazioni libertarie, dalla curiosità di sapere “come funziona” alla voglia di spingersi oltre quel che le mura del giardino normalmente permettono, sia sotto il profilo tecnico che sotto quello architetturale. Dove, magari, è possibile spingersi a ottimizzazioni che portano a picco una determinata funzione togliendo privilegio a tutte le altre: tutte cose che, nel giardino incantato, non sono possibili.

D’altra parte occorre individuare lo scopo per cui ci si serve di qualcosa. Sembra una scontatezza, ma non lo è: ad oggi, mi sento di affermare – avendo potuto giocherellare con entrambi gli oggetti – che se il proprio obiettivo è solo quello di leggere degli e-book, siano essi acquistati come libri veri e propri o acquisiti come documenti (free o non free, poco importa) in formato PDF, l’oggetto da scegliere è un Kindle – o, comunque, un dispositivo basato su tecnologia e-ink – e non certo un iPad. Domanda: si può esser certi che chi ha comprato un iPad lo ha fatto con lo scopo preciso di leggere degli e-book su un dispositivo Apple e niente altro? Non ci credo neanche se lo vedo: chi ha comprato un iPad lo ha fatto perché in realtà non sa ancora bene se vuole leggere degli e-book, se vuole navigare, telefonare, videotelefonare, FaceTimefonare, farsi vedere compiere gesti multitouch sullo schermo, guardare film, sentire musica, leggere email.

Provatevi a portare un iPad sulla spiaggia, dalle 9 del mattino fino alle 8 di sera, per leggervi quei due libri che vi piacevano tanto… il minimo che capiti è innanzi tutto di leggere ben al riparo sotto l’ombrellone, perché la luce solare diretta non aiuta un display retroilluminato a LED, per quanto luminoso sia. Al contrario, un e-ink più è illuminato e meglio si vede (dovete guardarne uno dal vivo per rendervi conto di quanto elevata sia la qualità di visualizzazione di un display e-ink).

In secondo luogo, all’ora di pranzo dovrete chiedere al titolare dello stabilimento balneare la cortesia di farvi attaccare il caricabatterie, perché dopo cinque ore l’iPad comincia a battere la fiacca e difficilmente la batteria può farvi leggere fino a sera (per leggere, la retroilluminazione deve restare sempre accesa, e la retroilluminazione succhia). Con un reader basato su e-ink questo problema non si pone: leggerete fino a sera, rileggerete il giorno dopo, fino a sera, anche quello successivo e solo allora, forse, la batteria sarà scesa a metà. Questione, come dicevo, di obiettivi. Su questo tema, Steve Jobs potrà riprendere la parola solo quando sfodererà, alla innovativa maniera Apple (questo gli va riconosciuto) “il primo display a colori e-ink per il grande pubblico”. Purché si degni, nell’occasione, di creare un “iReader”, non un altro iPad.

E ora, vediamo di che si tratta lato Android, tenendo presente che il “confronto” (così vuole farlo passare Steve Jobs, anche se in realtà non c’è confronto) è tra Android in relazione a Google e Apple iOS, non Android da solo e Apple iOS.

Di cosa aveva bisogno Google? Ehi, concentrarsi un attimo su Google, pensare di essere Google per qualche istante. Serviva un sistema operativo già pronto, modificabile, personalizzabile, adattabile a una moltitudine di piattaforme hardware, flessibile, potente, espandibile, scalabile a volontà, programmabile in ogni singolo aspetto, adatto a qualsiasi tipo di “radio”, cioè GSM, PCS-DCS, CDMA, UMTS, LTE, possiamo metterli tutti: in breve, da 2G a 4G, compresi tutti gli intermedi e i possibili successori. Alle spalle, non essendo Google né un OEM né un produttore hardware, occorreva uno stuolo di sviluppatori pronti, da stimolare, da sfruttare e, qualora opportuno, da inglobare.

Ecco la risposta, pressoché automatica andando per esclusione: Symbian? Niente da fare, è Nokia e ormai è datato. WebOS? No, è chiuso e proprietario. QNX? Poco flessibile. BlackBerry OS? No, stessi limiti di WebOS. iOS di Apple? Macché, stessi limiti. Quale resta? Ecco: così Google è arrivato a stabilire che solo Android poteva rispondere ai suoi requisiti.

La verità è che Android accende dinamiche di invidia, di risentimento, di ghettizzazione molto simili a quelle scatenate da Linux. Peccato però che nel mondo la maggior parte dei servizi Internet si svolge grazie a Linux. Non per questo non ci sono grosse fette di servizi basati su Windows, per carità: ma sono anni e anni che Windows tenta di prendere il sopravvento su Linux nell’essere “il sistema operativo server per Internet” e non ci riesce, né, a mio avviso, ci riuscirà mai, proprio per una questione di architettura. È proprio qui che si coglie la differenza, così abilmente “infangata” da Steve Jobs, tra i sistemi aperti e i sistemi chiusi. Lo dimostra un applicativo come TweetDeck, compilato per centinaia di incarnazioni diverse di Android, su centinaia di terminali mobili diversi, eppure funzionante.

In un’epoca duepuntozero, numericamente parlando, il sistema aperto vince, per una ragione semplicissima: perché si avvantaggia direttamente e concretamente delle idee di tutti, provenienti da qualunque angolo del mondo. Numericamente perché non si intende che il sistema chiuso – cioè Windows – non possa migliorare o guadagnare ulteriori quote di mercato, assolutamente: ma sperare di superare le architetture aperte è lecito solo per altre architetture, anch’esse aperte, ma più nuove. Le architetture chiuse, appunto, sono giardini incantati che funzionano a meraviglia, ma possono adattarsi alle nuove realtà solo con uno sforzo dei rispettivi padroni di casa, i quali debbono avere intuito, velocità e carisma tali da imprimere nel proprio staff energie e preparazioni capaci di adeguarle velocemente. In mancanza di quell’intuito, velocità e carisma, le mura di quei giardini crollano miseramente, a dispetto degli ambienti aperti di cui tutti già sanno tutto e quindi, potenzialmente, chiunque può proseguire l’azione di chiunque, posto che abbia idee simili.

Un modo elegante per dire che, tolto uno Steve Jobs da Apple, le mura possono crollare e diventa necessario trovare subito un altro Steve Jobs, altrimenti son guai. Questo, per Google, è un problema che non si pone (né si deve porre): per questo ha scelto open, per questo ha scelto Android.

E a questo punto è anche chiaro che non si può fare il benché minimo paragone tra i due, non ha alcun senso farne. L’espressione massima dell’impossibilità a fare paragoni, a mio avviso, l’ha data Andy Rubin (leggete il link per sapere chi è) nel suo cinguettio in risposta a Steve Jobs. Può non essere chiaro per tutti cosa significhino queste parolacce (che qui di seguito e su Twitter vanno a capo, ma in realtà è un’unica riga di comando impartita in una Shell di Linux):

“mkdir android ; cd android ; repo init -u git://android.git.kernel.org/platform/manifest.git ; repo sync ; make”

Infatti, attenti osservatori si preoccupano di spiegarlo: premesso che quell’unica riga è in realtà una sequenza di cinque comandi diversi separati dal segno del punto e virgola, essa significa creare una directory chiamata android (“mkdir android”), entrarci (cd android), chiedere di prelevare il sorgente di Android (repo init -u …), portarlo sul proprio computer (repo sync) e compilarlo a partire da zero (make).

Uno sviluppatore, di fronte a questa possibilità, va in brodo di giuggiole, come si dice nella Capitale, ossia gode nel poter esaminare ogni capello del sistema in cui andrà a sviluppare. Cosa che, con un sistema chiuso, non si può assolutamente fare, né serve farlo perché sono gli obiettivi a essere diversi.

Nel fare il suo bel discorso, Steve Jobs ha infatti mitragliato a raffica, sparando non solo su Android di Google, ma anche su Research In Motion. Lo ha notato persino il New York Times, che chiude il suo post scritto a corollario di un articolo ufficiale, invitando i lettori a sentire personalmente dalle parole di Jobs quanto esposto. Il podcast è disponibile sul sito di Apple e Jobs inizia a parlare dell’argomento dal 15mo minuto: chi ha dimestichezza con l’inglese lo faccia, vale la pena.

Certo, siamo rimasti un po’ tutti con il fiato sospeso circa il tablet di RIM, presentato in pompa magna, dubitato e poi costretto a rimandare l’appuntamento a data da destinarsi. Questo non significa ugualmente poter fare paragoni con leggerezza: l’utenza RIM, come già detto in altri articoli, è molto diversa dall’utenza Apple e in un caso del genere sa anche aspettare, ben conscia del rischio a cui andrebbe incontro la casa se davvero dovesse trattarsi di vaporware.

In definitiva, non speri Steve Jobs, con questo, di mirare a sopraffare completamente Android, Google e il mondo Open Source: è un’impresa titanica, al di fuori – a mio personale avviso – anche della sua portata, notevole ma insufficiente per un avversario così granulare e disseminato in ogni remoto angolo del mondo.

Per concludere questa lunga chiacchierata – che naturalmente non vuole essere a senso unico, l’area dei commenti sta qui anche per dissentire – direi che questa uscita di Jobs non è altro che l’ennesima sua geniale trovata per far parlare di sé e di Apple. Ma mi rifiuto di pensare che una persona della sua intelligenza pensi davvero di poter miscelare, in qualsivoglia maniera, Android e iOS: sarebbe come pretendere che tutti indistintamente debbano concedere il boot del proprio computer esclusivamente a Windows.

Alcuni lo fanno, magari perché non sanno fare altro. Altri lo fanno per politiche aziendali o d’ufficio. Ma tanti, tanti, tanti altri – me compreso – ormai da anni non concedono a Windows l’onore di risiedere anche nel Master Boot Record: perché in esso alberga Grub, nel quale Windows non è che una voce del menù di avvio. L’ultima, in genere, anche se non per questo non usata.

Marco Valerio Principato

Sull'autore:

Marco Valerio Principato (1878 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureando in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.



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  1. Daniel Tassa scrive:

    Io la penso un po come la mia cara vecchia conoscenza Angelica Giannetta, e da diplomato in programmazione e dall’anno del diploma sono rimasto totalmente immerso in tutto quello che è informatico, fino a trovarmi totalmente colpito da questa stupenda “guerra” che si stanno dando tutti questi sistemi operativi. Lavorando per un piccolo ma fornito negozio ti telefonia mi sono ritrovato a provarne molti e ahimè a dover trovare delle vie alternative ai market proprietari per gli sventurati che si sono ritrovati con 600 euro di dispositivo che ti faceva pagare ogni minimo passo.
    Ho letto tra i commenti che è stato nominato il jailbreak, beh in un modo o nell’altro è possibile aggirare qualsiasi sistema, ho aggirato Apple, ho aggirato Windows Phone 7, ho aggirati i miseri sistemi di protezione del symbian fino a trovarmi in mano un Samsung Galaxy S, li ho scoperto un mondo che non conoscevo, e da smanettone patentato mi sono azzardato a sentirlo una sorta di Linux, il sistema veloce ed essenziale che a richiesta puo diventare piu completo di qualunque altro, le applicazioni sono praticamente open source, e per questo adattabilissime con le esigenze che usciranno mano mano, c’erano i navigatori, si è posto il problema della rete internet a pagamento e sono usciti in 3 giorni quelli offline, e cosi per ogni applicazione.

    Non credevo che un sistema operativo portatile avrebbe saputo affascinarmi cosi.

    Ottimo android.
    (alla Apple invidio solo il touchscreen Retina, ma anche il super Amoled è stupendo)

  2. Lorenzo scrive:

    dico solo una parola….JAILBREAK…e vedi come il closed diventa subito open…non a livello programmativo ovviamente…ma è già un passo avanti…

  3. Angelica Giannetta scrive:

    Sono una ragazza giovane, ma con una grande e radicata passione per la tecnologia. Dai PC ai palmari, dai cellulari più semlici agli smartphone, ho provato di tutto. Qui si parla di telefonia, non di marketing e commercio. Dal symbian di cambiamenti ce ne sono stati molti, ma io non credo si possa fare questa classificazione, penso invece che ogni persona abbia diritto a scegliere il prodotto che più la attira. Io ho avuto, nei miei pochi ma buoni 22 anni, circa 100 cellulari e smatphone. Ho testato con mano, e anche “smanettandoci” parecchio, tutti i tipi di sistemi operativi, tutte le marche e molti modelli nella loro evoluzione (esempio ne è il Samsung Corby normale, quello pro e quello wifi) e credo di avere la giusta consapevolezza nel dire che la cosa migliore che io abbia mai provato fino ad ora è il mitico robot verde di Android!!! Ho modificato qualsiasi tipo di dispositivo, sia graficamente, sia nell’hardwere sia nel softwere e ho sempre “testato” in ogni ambito le mie opere modificate con quelle “originarie”. Credo che Apple sia una marca ottina, offre un unico tipo di prodotti con una unica fascia di prezzi, ma credo anche che per chi come me, da persona semplice sente la crisi economica, sia una pretesa “ininseguibile” stare al passo con i tempi con lo stile di mercato del nostro amico Jobs. Con Android mi trovo benissimo e pur non avendo grandi disponibilità economica posso tranquillamente permettermi di cambiare più spesso cellulare variando anche marca e stle. Con Apple, visto il minimo di 500 euro, questo non mi sarebbe possibile. Credo che questo pregio dei dispositivi Android sia molto sottovalutato, ma per me è forse il più importante. Credo, inolte, che la possibilità di inviare file a chiunque senza dover apportare modifiche al dispositivo e, soprattutto, poterlo fare gratuitamente, non sia una cosa da poco. Il mio parere è che un dispositivo non si può definire completo se non si ha questa basilare possibilità che Apple non offre. La sveglia, per esempio, che non funziona su iPhone se è spento è, secondo me, una mancanza gravissima e una graqnde incompletezza. Il fatto che, sul più recente iphone4 la videochiamata sia possibile solo con rete wifi è allucinante, ad una riunione di lavoro improvvisata o per un occasione in cui non si è in presenza di tale rete? Inolte: la batteria di un dispositivo spesso non dura più di 3 anni, soprattutto se usato molto e caricato spesso. Aplle non ti da la possibilità di cambiare la batteria e cosi anche altri componenti del dispositivo che, se danneggiati, devono passare quasi obbligatoriamente dall’assistenza e con prezzi esorbitanti. Io ho un LG optimus one e se voglio il display e la batteria li cambio da sola a poco più di 30 euro!!! Inltre, parliano della mancanza del flash: io dovrei rinunciare a vedere certi siti perchè il signor Jobs non gradiste l’amicizia di Adobe??? Non credo proprio, non dovrebbe essere un problema dei consumatori che dovrebbero riuscire a vedere qualsisi cosa essi vogliano su internet, visto che hanno pagato il dispositivo e la connessione per farlo. Parlo di cose semplici e non di modifiche avanzate, fatte da hacker o chissà che, parlo di cose che tutte le persone, tutti i giorni, posso avere necessità di fare!!! Se poi vogliao entrare nello specifico, io ho fatto il jailbreak ad un iPhone e fidatevi, non ne vale la pena. E’ più il tempo dedicato e volendo anche “perso” nella manutenzione e nel trasferimento dati con iTunes che quello in cui realmente si usa il dispositivo. Dopo un po di mesi, oltretutto, inizia a rallentare, la batteria dura ancora meno di quel che già poco durava prima e si deve ripristinare il dispositivo. Ogni aggioramento che aplle ha mandato fuori, sinceramente, in mia opinione, ha avuto dei problemi che inutilente si sono provati a correggere con la versione successiva. Per concludere posso dire che Un nokia N8 va bene quanto un HTC, quanto un Samsung, un NGM o un SonyEricsson. Un iPhone può piacere o non piacere, ma vale quanto un Android dal momento in cui il cliente, valutandone bene tutte le caratteristiche decide di comprarlo. Ora, molto spesso, i cellulari si comprano e si cambiano per moda, per sentito dire o in base al solo aspetto estetico che piace e colpisce. Quasi nessuno prima di fare un acquisto si informa ed interessa in modo completo sulle varie opzioni che il mercato propone. Nessuno quasi più inserisce nelle scatole il libretto di istruzioni perchè si sa già che le persone, provabilmente, non lo leggeranno mai. Ogni marca e ogni compagnia fa quello che più desidera, che più conviene o che più lo aggrada perchè purtroppo, adesso come adesso, si parte dal presupposto che gran parte della gente compri “a caso” o comunque per motivazioni futili e di Fashion e non assolutamente per reale interesse nel prodotto e nel suo sviluppo. Le persone dovrebbero ricominciare ad informarsi, interessarsi al mondo empre più in evoluzione della telefonia e non essere spaventati dalla continua crescita e sviluppo di questo settore. ogniuno può, deve o dovrebbe, provare, sperimentare, cercare e valutare con la propria testa quello che vuole comprare, non basta sfogliare un “cellular magazine”, senza nulla togliere alla rivista che comunque è bella e completa, per decidere in base al colore che è più in voga al momento, quale dispositivo acquistare. In questo articolo ho esposto il mio umile e semplice punto di vista da persona che è sempre stata dietro alla tecnologia e alla telefonia in modo quasi maniacale a volte, ma sempre con un occhio cretico e mai di parte, almeno non in partenza. Ora io voto per Android, per la sua completezza reale, non come quella dettata da Apple ma finta, e per la sua semplicità.

  4. Andrea scrive:

    Ottima analisi. Sono totalmente allineato con l’interpretazione della figura di Jobs, interpretazione quanto mai realistica se si notano le fluttuazioni dei titoli Apple con lo stato di salute del CEO. I prodotti Apple hanno l’enorme vantaggio di funzionare come una lavastoviglie: ti servono i piatti puliti, li infili dentro, premi start e aspetti. L’integrazione con l’hw è sicuramente la carta vincente, e non si può non apprezzare l’architettura a “pulsantoni”. Io devo fare delle cose nella mia giornata e non voglio perdere tempo ad affilare gli strumenti per farle. Punto.
    Da lì iniziano, però, le esigenze contestuali. iPhone ha le sue caratteristiche, e se le tue esigenze non rientrano tra queste hai bisogno di altri supporti per soddisfarle. Era il caso di “carta e penna” quando non supportava il copia&incolla. Così anche l’utente Apple effettua il jailbreak, e il dispositivo torna a calzargli alla perfezione. Ma così si sta riportando la filosofia, il concept e il razionale del prodotto Apple a quella dell’open source di Android.
    Il risultato è che dopo anni di iPhone pensavo di non poterne fare a meno, tra lavoro e attività personali; poi mi è stato sostituito con un Android di 1/7 del valore, scoprendo che potevo fare tutto e di più, e ora mi ritrovo con un iPhone4 impacchettato sulla scrivania senza sapere la sua sorte.




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