Ma che cos’è questo Cloud Computing?

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 04/10/2008
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Secondo Richard Stallman il cloud computing è un’idiozia. Che dovrebbe finire al più presto perché fa perdere il controllo. Per alcuni aspetti è vero, ma senza esagerare

Prendo in prestito un modo di vellicare i cervelli non mio, ma di Paolo De Andreis, il direttore responsabile di Punto Informatico: il suo blog, infatti, si intitola «Ma che cos’è questa Internet?». Allo stesso modo mi domando “Ma che cos’è questo cloud computing?” quando leggo di alcune posizioni forse un tantino «talebane», che con tutto il rispetto per il personaggio vanno – almeno in certi concetti – un po’ oltre la ragionevolezza. Non sono nessuno per confrontarmi con simili personalità, ma il bello del Web 2.0, anche se alcuni sono convinti sia una frase priva di significato, è anche questo: ognuno può dire la sua.

Sto parlando di Richard M. Stallman: conosciuto come “attivista americano del movimento del software libero, hacker e programmatore”, dice WikiPedia. Questo è il suo sito personale. The Guardian, però, mi sembra lo abbia messo su un piedistallo, un po’ come fosse un guru indiano. “Il cloud computing è una trappola, avverte il fondatore di GNU Richard Stallman”, titola il prestigioso quotidiano britannico. Se Bobbie Johnson, il technology correspondent del quotidiano che ha scritto l’articolo, voleva attirare l’attenzione del mondo, c’è riuscito. E meno male, perché ho lo spunto per qualche riflessione, che farò «ad alta voce».

Sembra che il buon Stallman ritenga “l’uso di programmi web-based come Gmail «peggio della stupidità»”. Secondo lui è una trappola creata per obbligare l’utenza ad utilizzare sistemi proprietari chiusi, che nel tempo chi li eroga si sentirà in dovere di farli pagare molti e molti soldi. E non è il solo. Per quanto mi riguarda, Google Mail a me non sta costando nulla. La impiego sapendo di cosa si tratta, tutto qui. E se Google vorrà soldi, farò una cosa semplice: chiuderò l’account. Non c’è proprio niente di nebuloso e neanche di nuvoloso in tutto questo.

Stallman dice, a mio avviso, una cosa giusta: gli utenti debbono capire che determinate informazioni debbono restare nelle loro mani e non passare in quelle di terze parti. Passare, nota bene, non significa collocarvene copia. Ma Stallman insiste e generalizza: “Può darsi io sia un idiota, ma non ho idea (quando parlano di cloud computing, ndB) di cosa parla la gente. Cos’è? Si tratta di un’assoluta bestialità, una pazzia. Quando finirà quest’idiozia?”, si chiede il barbuto hacker. Ma non dice che il cloud computing è davvero rischioso se diventa l’unico strumento di cui ci si avvale, questo è il vero rischio.

Potrei dargli molte risposte, ma mi limito ad alcune. C’è una ricerca che è sempre stata, è tuttora e sempre sarà in testa alle classifiche di tutti i motori di ricerca: questa. Si tratta della pulsione più antica del mondo. Il Web 2.0, l’unica realtà in cui vive e prospera il Social Networking, ce l’ha “dentro”, innato: sta poi a chi frequenta i relativi siti farne l’uso più appropriato e idoneo. Ma, a differenza del Web 1.0, il Web 2.0 consente di scegliere, senza cambiare le carte in tavola, perché al contrario del Web 1.0, è un Web Read-Write, piuttosto che un Web Read-Only.

Su Facebook c’è chi ritrova semplicemente vecchi amici o amiche, qualche messaggio, un po’ di foto e là finisce, come c’è chi cerca (e trova) ben altro. E Facebook è sempre lo stesso: al contrario, nel Web 1.0, occorre decidere prima se orientarsi da quella parte o meno. Dunque, già solo per questo occorrerà conviverci: inutile dire che è un’idiozia. Per alcuni aspetti lo è, ma fa numero di utenze: non a caso Facebook è tra i siti più frequentati e questo significa business, mio caro Stallman. Non poteva che finire così: i tempi della cara, vecchia Internet “scientifica” sono finiti. Bisogna prenderne atto, punto.

Se poi parliamo di privacy, da un lato – a mio avviso – Stallman ha ragione quando dice che “Una delle ragioni per cui non si dovrebbero usare applicazioni sul Web per fare le proprie elaborazioni è che se ne perde il controllo”. Ma attenzione: se devo scrivere “al volo” una lettera di nessun peso, con nessuna informazione riservata e stamparla, il Word Processor online di Google va benissimo. Perché non dovrei usarlo? Lo farò, tenendo presente che è come se scrivessi su una lavagna appesa in strada, dove il primo che passa può leggere quel che scrivo.

Ovvio che se dovrò stilare un accordo commerciale e un piano di marketing, me ne guarderò bene. Per il resto, invece, mi fa comodo: non mi porto al seguito nulla (perché ho tutto a casa, in originale) e ho tutto a disposizione (in copia). In rete. Il problema di fondo è che in questo caso posso non aver bisogno di avere il controllo sui miei dati. L’impasse sta altrove: spesso, la gente non lo sa che deve fare attenzione. Perché l’alfabetizzazione telematica è lacunosa, superficiale e svogliata. E la colpa è dei vari Stallman che non alfabetizzano abbastanza, del sistema universitario che – almeno in Italia – fa acqua da tutte le parti, delle grandi aziende che, accecate dal miraggio del profitto, “tirano di lobby” per fare in modo che la gente non sia troppo alfabetizzata. Se lo fosse, farebbe del cloud computing e del Web 2.0 quel che è giusto farne. Il che equivale a dire profitti ridottissimi, frequentazioni moderate e ponderate, attività online ragionevole.

Se spostiamo l’attenzione sul cloud computing a pagamento (diverso, quindi, dai vari Google Mail, Google Docs e simili), la cosa cambia aspetto, ma solo in parte. Si tratta di un servizio, bello e buono: non è diverso dall’Hosting, del quale ormai si avvale tutto il mondo per tenere in vita un sito, pochissimi lo fanno “in proprio”. Chi è quell’idiota che, avendo il proprio sito aziendale in Hosting, non ha copie in casa aggiornatissime di tutto il sito, il database e quant’altro? Se non ce l’ha, appunto, è idiota. E se l’Hosting – che può essere ritenuto una forma primordiale di cloud computing – diventa troppo costoso, una bella disdetta e si passa ad altro. Dov’è il problema? Stallman dice: “Se usate … il web server di qualcun altro, siete senza difesa”. Per caso, secondo Stallman, ciascuno dovrebbe avere il proprio web server “in casa”, con i propri mezzi? In fondo, molto in fondo, potrebbe essere anche vero (e bello): ma è uno scenario tipico della Internet di vent’anni fa, quando era quasi solo “scientifica”. Oggi quella Internet è morta, mor-ta. Purtroppo, per alcuni aspetti. Per fortuna, per altri. Comunque, è così.

Oggi le nuove sfide portate dai nuovi paradigmi dell’elaborazione dei dati imporranno anche al mondo Open Source (quindi anche a Stallman) di evolversi ed adattarsi, e non di cacciare la testa nella sabbia. E, per fortuna, non sono solo io a pensarla così, pur essendo da sempre un sostenitore e utilizzatore reale dell’Open Source, al punto che questo stesso blornale fa affidamento per intero su di esso. Eppure è qui, per la gioia (= con tanto “scorno”) per chi fa scelte diverse.

Dunque, non esageriamo. Il cloud computing non è un’idiozia. Alla lontana, ricorda un cluster di server, concetto molto amico di Linux e a Stallman tanto caro. Il cloud computing è una grande idea, che bisogna saper usare e insegnare a usare bene. È responsabilità di tutti noi meno giovani. Stallman compreso.

Marco Valerio Principato

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.

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