Futuro: ogni “App” avrà il suo “data plan”. Fantasia? Be’, non proprio

Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 16/12/2010
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Da un seminario di due aziende di settore, Ars Technica sfodera una proiezione su quel che potrebbe essere il futuro della Rete. Ne sono rimasto da un lato affascinato, dall’altro molto, molto preoccupato

Nate Anderson è un collaboratore di Ars Technica. Ha scritto un articolo che secondo me vale davvero la pena di ripercorrere minuziosamente, riflettendo con attenzione su ogni suo aspetto e proiettandolo nel futuro: esso preconizza uno scenario che, tra breve, non sarà affatto irrazionale pensarlo concretizzato, realmente esistente e in pieno esercizio e cioè quello dove il costo del servizio di trasmissione dati tra device mobile e operatore di Rete sarà determinato non dal proprio contratto con l’operatore, ma dalle applicazioni che si impiegano.

Da questo futuribile scenario non è affatto da escludere il servizio base, cioè la telefonata. Anch’essa può diventare esclusivamente il servizio fornito da una App, come tutti gli altri: basta pensare a Skype e simili. Vorrà dire, trasportando lo scenario in terra tricolore, che per telefonare con TIM ci sarà la App di TIM, per telefonare con Vodafone ci sarà la App di Vodafone, e così via. Gli SMS? E a che servono più, quando c’è Twitter? Moriranno, perché anche Twitter avrà la convenzione con un operatore, e ogni tweet pardon (scusa, papà), ogni post su Twitter si pagherà per quello che è, all’operatore prescelto se se ne è prescelto uno, oppure allo stesso Twitter, che potrebbe avere una convenzione, e non all’operatore, che a quel punto potrebbe essere qualunque.

In realtà, la strada che ci si avvicina a percorrere, a ben pensarci, è semplicemente “logica”, nel senso che poggia perfettamente su come stanno evolvendo le piattaforme hardware e i servizi, e poggia altrettanto bene… anche sulle questue recentemente in animo in alcuni operatori, che viste in quest’ottica – naturalmente a condizione di non chiedere più nulla direttamente al cliente – potrebbero diventare improvvisamente molto meno insensate di quanto, con le logiche di mercato di oggi, possono apparire.

Prima di parlare di quanto ha scritto Nate Anderson, non posso non farvi notare che, in questo scenario futuribile, purtroppo bisogna anche ammettere un’altra cosa: quando Steve Jobs, CEO di Apple, aveva lanciato l’idea della SIM card unica, forse aveva ragione. Forse era anche questo che Jobs preconizzava e, se ci si riflette, in un siffatto scenario la SIM card deve essere unica: non ci deve essere alcun legame obbligatorio tra l’autorizzazione a usare le risorse di Rete e un determinato operatore perché, appunto, dipende da cosa si usa e dalle eventuali convenzioni sottoscritte dai singoli fornitori di servizi. Certo, adesso – per come sta il mercato – è improponibile e ha suscitato diniego a tappeto, ma se tutto e tutti andranno in quella direzione, gli operatori potranno fare una sola cosa: adeguarsi.

Anderson è partito da un Webinar (un seminario via Web) tenuto da Allot e Openet: la prima è un produttore di soluzioni di bandwidth management (Dice niente? Riguarda la gestione differenziata del traffico di Rete, il nemico numero uno della Neutralità della Rete, secondo alcuni) e la seconda è un produttore di soluzioni di billing management (gestione delle fatturazioni in dettaglio, in super-dettaglio). Argomento del seminario era: “Gestire l’ingestibile: monetizzare e controllare le applicazioni OTT”. OTT è l’acronimo di Over The Top, sopra il tetto, letteralmente. Si riferisce, spiega Anderson, alle applicazioni che si servono di Internet per raggiungere l’utente finale.

L’esordio dell’articolo porta nel vivo: “Immaginate un mondo in cui le App sul vostro telefono hanno ognuna il proprio fee (il proprio costo d’esercizio, non d’acquisto, ndB). Volete lanciare l’applicazione Facebook? Bene, sono 2 centesimi per ogni megabyte di dati scambiati con il sito di social networking. Invece, lanciate Skype: vi ritroverete addebitato un costo flat mensile. E alcune applicazioni preferite potrebbero non costare nulla, a prescindere da quanto traffico dati generino”.

Bene, ragazzi, l’aria è questa. Ma Andersen continua: “Per quanto riguarda il denaro, non viene pagato all’applicazione ma direttamente all’operatore cellulare che vuole partecipare alla spartizione della torta (e non limitarsi a essere un semplice e indifferenziato tassa-bit)”. Scusate la traduzione non letterale, ma altrimenti non rendeva l’idea.

E questa, spiega Anderson, è una cosa fattibile oggi, grazie alle tecniche di deep packet inspection (I tecnici sanno. Per gli altri, significa ispezione profonda dei pacchetti, ossia un modo per sapere ogni singolo pacchetto di traffico a quale servizio si riferisce, ndB) e grazie ad alcuni potenti strumenti per la creazione di politiche di traffico.

Con l’aiuto del giusto hardware e del giusto software, incalza Anderson, gli operatori possono ottenere un controllo a grana fine sulla fatturazione, che va ben oltre il modello “soldi per il totale della banda“ oggi in uso. Naturalmente, per chi è critico nei confronti di un simile modello, può suonare molto male, molto anti-neutralità: una scusa per trasformare la Rete in un qualcosa di più simile alla TV via cavo, su cui si vendono “pacchetti” di servizi (inclusa Internet, negli USA).

Le due aziende, naturalmente, hanno creato quel seminario per tirare l’acqua al proprio mulino, questo è più che scontato. Ed ecco una delle slide, con cui hanno fatto senz’altro venire l’acquolina in bocca a più di qualche dirigente (continua dopo l’immagine):

Lo schema di fatturazione ipotizzato nel Webinar

Lo schema di fatturazione ipotizzato nel Webinar

Ma non è affatto detto, come anticipavo poc’anzi, che il modello debba fondarsi sul pagare il servizio all’operatore prescelto: potrebbe accadere che gli studi di marketing, ripercorsi con questi nuovi elementi, portino a concludere che sia meglio associare un determinato modello tariffario specifico ad ogni applicazione.

Per esempio, l’applicazione Facebook potrebbe arrivare con una convenzione, per via della quale essa presenta un costo mensile fisso a prescindere dal traffico, mentre l’applicazione per YouTube porti con sé un modello prettamente a traffico. Il seminario condensa questa ipotesi in un’altra slide, questa (continua dopo):

Il modello delle tariffazioni, secondo la nuova ottica, proposto nel Webinar

Il modello delle tariffazioni, secondo la nuova ottica, proposto nel Webinar

Non è affatto da stupirsi se queste proposte susciteranno il più vivo sdegno, la più intensa disapprovazione, insomma le ire feroci di coloro che sostengono a spada tratta la Neutralità della Rete in senso assoluto: è lampante che uno scenario del genere difficilmente potrebbe mai risultare compatibile con il concetto accademico di Network Neutrality, non ci vuole una laurea per capirlo.

Però, non ditemi di no perché se mi avete seguito fin qui vuol dire che avete tentato di ragionare, come me, sulla questione, vi sembra poi così impossibile che si vada a finire esattamente qui?

A me non solo non sembra impossibile, mi chiedo addirittura come mai non l’abbiano ancora fatto. Il fatto è che il consumo di banda – questo è innegabile – sta crescendo a dismisura e da questo conto non c’è più da escludere la connettività mobile: oggi ha quote non più trascurabili e in alcune zone è addirittura l’unica, specie dove ancora non c’è ADSL.

Purtroppo, Internet com’era una volta – la Rete dei pochi, quella scientifica, dove ci si collegava al sito del CERN per osservare stupende foto (a 256 colori nella migliore delle ipotesi) degli esperimenti condotti e delle attrezzature, quella dove esistevano WAIS, Gopher e altre sigle che ai giovani non dicono nulla ma… a noi che siamo a metà del cammin di nostra vita invece sì, secondo me occorre rassegnarsi a dimenticarla.

Ora, chi se la sente può anche andare a leggere con i propri occhi l’articolo di Andersen: sta qui. Da un lato, vorrei che si sbagliasse, dall’altro vorrei che una specie di grazia divina facesse in modo che, pur realizzandosi quello scenario, non ci fossero né favoritismi, né ingiustizie, né prepotenze, né prevaricazioni.

Vorrei, ho detto. Chissà.

Marco Valerio Principato


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Sezione in lettura: Opinioni

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Commenti
  1. [...] vogliono dire due cose: voler monetizzare anche quel tipo di traffico in modo specifico (i mezzi non mancano) oppure salvaguardare un’infrastruttura sulla quale si è consapevoli di non poter contare [...]


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