Web, una struttura fallimentare sotto il profilo della privacy?

The New Blog Times
La Redazione
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Pubblicato il: 18/10/2011
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Uno studio dell’Università di Stanford getta un’ombra sinistra su quasi 200 grandi siti, dai quali, con manovre apparentemente indolori come sbagliare password, partono dati personali a gogò

Roma – Una ricerca svolta dall’Università di Stanford ha rivelato alcuni aspetti della realtà della Rete alquanto sconcertanti, evidenziando come informazioni del tutto personali e apparentemente non destinate ad altri soggetti vengano in realtà travasate anche quando meno ce lo si attende.

Tra gli scenari evidenziati ve ne sono alcuni davvero stupefacenti. Per esempio, basta digitare una sola volta la password errata nel sito del Wall Street Journal e, secondo lo studio, il proprio indirizzo email viene silenziosamente inoltrato ad altri sette siti Internet senza nessun legame con il Journal stesso.

Ancora, dallo studio si evince che basta autenticarsi sul sito di NBC e, in maniera simile, altre sette aziende vengono informate del proprio indirizzo email. Oppure, basta cliccare – anche se per autentico interesse – su un qualsiasi annuncio presentato su Homedepot.com e immediatamente il proprio nome e identificativo utente sono trasmessi a ben 13 altre aziende.

I rilievi dello studio riguardano, nel loro complesso, altre dinamiche simili di “travaso” riscontrate in ben 185 grandi siti Internet. Ciò non fa che sostenere la tesi di coloro che, da sempre, hanno sottolineato come la privacy in Rete sia pressoché utopica e cioè che il proprio “viaggio online” o, come viene spesso appellato in modo più poetico, il proprio “flusso di click”, non è affatto anonimo.

Lo studio, illustrato durante un evento organizzato dal Center for Digital Democracy a Washington (USA), non fa che porre ancora una volta in evidenza come i meccanismi di navigazione sul Web, molti dei quali sono ancora analoghi a quando sono stati inventati per la prima volta, risultino fonte di informazioni che chi ha pochi scrupoli sfrutta senza remore: basti pensare alla stragrande maggioranza di persone che non previene, attraverso appositi strumenti, il trasmettere al sito seguente informazioni sul sito dal quale si proviene (il famoso Referer), un meccanismo che se, in molti casi, può essere utile per la sicurezza (si pensi al sito di una banca, che prima di fornire accesso a una pagina con dati sensibili ha tutto il diritto di sapere con certezza da quale pagina si proviene, possibilmente con doppi controlli incrociati), dall’altro rivela dettagli dei quali è fin troppo facile abusare.

“Fa parte della vita sul Web. La propria identità trapela a terze parti”, racconta al blog BITS il principale autore dello studio, Jonathan Robert Mayer, studente di legge e informatica.

Normalmente le aziende interessate replicano di analizzare i dati a macrolivelli, al fine di meglio indirizzare i risultati di ricerca e la pubblicità: qualcosa di generico come ad esempio coloro i quali si trovano in una zona contraddistinta da un determinato codice di avviamento postale, di cui sia noto l’interesse nell’acquisto di un nuovo appartamento. A questi, le aziende vogliono proporre non solo risultati personalizzati, ma pubblicità mirate e dimensionate sulla scorta degli interessi di quel preciso momento.

Se solo si pensa a quanto è possibile ottenere dalla Rete con l’ausilio del Text Mining, al punto da divenire un centro d’attenzione per l’Intelligence a stelle e strisce, si può iniziare a comprendere quanto importante sia, sotto il profilo del business, acquisire ogni possibile informazione “preziosa”. Lo dimostrano anche realtà come Facebook, che da un lato dichiarano di non “seguire” l’utente al di fuori del proprio dominio, dall’altro brevettano metodi per fare esattamente questo.

Non è certamente questa la sola ricerca sul campo. Specialisti dei laboratori di ricerca della AT&T, assieme all’Università Politecnica di Worcester – racconta il New York Times – hanno studiato 120 siti Web diversi (nessuno dei quali era un social network) e hanno rilevato che oltre la metà di quelli esaminati condivideva silenziosamente ciò che i ricercatori hanno chiamato “informazioni sensibili e identificabili ad aggregatori di terze parti”.

Anche Alessandro Acquisti, informatico della Carnegie Mellon University, ha ritratto foto casuali di stranieri in visita al campus universitario e ha poi impiegato software di riconoscimento facciale – peraltro oggi a livelli molto avanzati se unita ad altre risorse – che ha ricostruito le identità degli ignari visitatori servendosi solo di un massiccio archivio di fotografie presenti su Facebook (e munite di tag, ndR).

Dunque, se da un lato tutto ciò può essere affascinante sotto il profilo puramente e meramente informatico, dall’altro solleva notevoli preoccupazioni per il futuro del Web, che si sta gradualmente trasformando in una “zona”, per così dire, da frequentare con sempre maggiore attenzione.


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