Google dota le rubriche mobili di foto. Ha già tutto
Con la nuova politica privacy, per la foto da Google Plus alla rubrica il passo è breve.
Qualcosa sta già cambiando per effetto delle nuove politiche sulla privacy adottate da Google: chi usa Gmail su un device mobile ha già visto (o vedrà) la foto dei propri contatti in rubrica. I dettagli
Roma – Chi impiega Google Mail su uno smartphone BlackBerry relativamente recente potrebbe aver notato che alcuni dei contatti della propria rubrica sono stati improvvisamente dotati di foto accanto ai nomi. Molti sono rimasti stupiti della novità: non sono foto ritratte con il proprio device e non risulta vi siano accordi tra Research In Motion, casa costruttrice di quegli smartphone, e Google, tali da giustificare tale novità. Come ci sono arrivate?
Esse compaiono, racconta(1) il quotidiano Financial Times, perché Google dispone di foto degli utenti da essi stessi caricate sui rispettivi profili Google Plus, il social network di Google. Fanno dunque già parte delle informazioni che gli utenti stessi hanno deciso di condividere e, grazie alle nuove politiche sulla privacy in vigore dal 1 marzo 2012, Google può propagarle a tutti i propri servizi ovunque ritiene che ciò abbia un senso.
Questo è solo un esempio – incalza il celebre quotidiano finanziario – di come Google possa ora combinare tra loro le dozzine e dozzine di informazioni di cui dispone, sparse tra i propri servizi. D’altro canto, insiste Ft.com, la nuova politica sulla privacy lo spiega con estrema chiarezza: “se altri utenti già conoscono il vostro indirizzo email o altre informazioni che vi identificano, possiamo mostrare loro tali informazioni rese visibili sul Profilo Google, come ad esempio il nome e la foto”.
Sin dai primi momenti in cui si sono prospettate queste novità, fanatici ed esperti – come Jim Killock, executive director dell’Open Rights Group – hanno tuonato contro: “Google non ci ha chiesto se noi, i loro clienti, fossimo d’accordo su tale fusione di dati e sul nuovo impiego di tale fusione”, ha detto Killock. “Molti non avranno altra scelta che subire il cambiamento. Ciò è sbagliato”.
Uno dei (pochi) vantaggi che il quotidiano evidenzia è senz’altro quello di aver riunito in un unico documento una serie di indicazioni, regole e linee guida che in precedenza erano formalizzate in oltre sessanta esemplari diversi, uno per servizio.
Tuttavia, è molto probabile – argomenta il quotidiano – che i vantaggi più consistenti siano per Google, non certo per l’utenza, proprio in direzione di un aumento del valore nel servizio pubblicitario del gigante, sempre più capace di commisurare l’offerta al target con una precisione da cronografo svizzero di beata memoria.
Il gigante del Web, fa notare ancora il quotidiano, ha presentato per settimane dei messaggi su tutti i propri portali, avvertendo dell’approssimarsi del cambiamento. Tuttavia, la maggior parte degli utenti ha ignorato del tutto l’avviso, ritenendo – molto ingenuamente e semplicisticamente – di dover comunque accettare il cambiamento “perché il Web è così”, esattamente come l’individuo medio si comporta di fronte a un guasto di un’autovettura, che nella maggior parte dei casi è del tutto incapace di affrontare con mezzi propri.
Dal punto di vista finanziario il quotidiano sottolinea un aspetto abbastanza importante: gli inserzionisti e le relative agenzie sono uno dei moventi principali di novità come questa. Essi desiderano una sintonia fine particolarmente accurata sui target offerti loro, e una delle ragioni consiste proprio nel proliferare pressoché incontrollato di nuovi siti e nuovi blog, i cui estensori si improvvisano capaci di stare al passo con un’informazione di qualità e che, invece, non essendo in grado, sotto il profilo del profitto, spesso si dimostrano essere canali di somministrazione pressoché inefficaci.
Basti pensare alla moltitudine di realtà Web, che chiunque può verificare collegandosi con i principali aggregatori – come lo stesso Google News Italia – e leggere, circa una determinata notizia, le molteplici fonti: tolti i quotidiani, le riviste affermate e serie, le agenzie più professionali e i pochi blog o siti i cui redattori siano non solo in grado di scrivere senza commettere errori grossolani, ma anche di non adottare un semplice atteggiamento di rincorsa a chi riesce a capeggiare la lista degli articoli, quanti siti davvero leggibili restano? Molto pochi. E questo sovraccarico cognitivo(2), come lo conoscono bene i sociologi, lo conoscono perfettamente anche gli inserzionisti. E Google, naturalmente.
Note, link, fonti:
- Financial Times, Google privacy policy gets public airing
- Wikipedia, Sovraccarico cognitivo (italiano), Information Overload (inglese, più completo)




































Bene. E allora? Google le informazioni (che gli utenti VOLONTARIAMENTE danno) ce le ha già, ora sono semplicemente unite in un unico luogo. “Ma Google legge le mail e fa comparire la pubblicità in base a cosa scrivo nelle mail”. E allora? È un programma che lo fa in maniera del tutto automatica, non c’è nessun essere pensante che vi spia. Anche perché non gliene frega a nessuno! Volete la privacy? Chiudetevi in casa e non uscite, potrebbe esserci la telecamera di una banca che vi filma.