App: tutti ce l’hanno, tutti le usano. Ma cosa sono davvero?

The New Blog Times
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Pubblicato il: 08/10/2012
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Le App sono ormai in quantità industriale, ce ne è una per ogni cosa immaginabile. Ma servono davvero tutte? Sono tutte innocue? Come funzionano? Cosa sono davvero?

Roma – App: quegli oggettini virtuali che affollano la home page degli smartphone, che fanno a gara a chi ha la cover (l’immagine del pulsantino) più accattivante, e “la più scaricata”, “la più usata”, e via discorrendo. Ma cosa sono, davvero? Semplice: sono APPlicazioni. Ossia, in breve, programmi per computer, dove il computer interessato è, appunto, lo smartphone (o il tablet).

“Allora non c’è niente di male: equivale ad avere un certo numero di programmi sul computer”. Be’, non proprio, tenendo presente che anche sul computer è perfettamente inutile avere una folla di programmi installati che si utilizzano si e no una volta: anche lì è bene stabilire se effettivamente un programma risolve davvero un problema dell’utente oppure no.

Come dice l’Ing. Roberto Vacca, il computer serve per “scrivere, disegnare e calcolare”. Il resto è tutto optional. Forse Vacca esagera un po’ quando sostiene che il mondo touch dà luogo a più errori rispetto alla tastiera, ma anche lì le cose si sono evolute parecchio e, in fin dei conti, è comodo e intuitivo, c’è poco da fare.

Allora cosa c’è che non va con le App? In linea di principio niente, se fossero concepite per quello che dovrebbero essere, cioè delle APPlicazioni, ossia dei programmi progettati per svolgere una ben precisa funzione che, diversamente, il computer ospite non potrebbe svolgere direttamente. Il problema è che spesso, spessissimo non è così. Le App infatti svolgono anche funzioni non del tutto desiderabili.

La prima è quella di porsi quali intermediari tra l’utente e un servizio che, in realtà, spesso potrebbe essere impiegato così com’è. Esempio? Prendiamo in considerazione una generica App per YouTube. Per quale ragione servirsi di una App attraverso cui reperire e visualizzare filmati sul Tubo dal piccolo schermo, quando essi possono essere reperiti ugualmente andando con il semplice browser sul portale mobile di YouTube?

Ecco che, per giustificare la sua presenza, la App di YouTube deve dare qualcosa in più. Ed ecco spuntare i pulsanti di integrazione con Facebook e/o con Twitter, i video suggeriti, gli inviti a usare YouTube in maniera autenticata (dunque “collegati” con la propria utenza Google) perché così si “offre un’esperienza personalizzata“, le playlist locali, i suggerimenti basati su quel che gli amici hanno visualizzato, e via discorrendo. Si, l’utente ottiene qualche magra funzione in più, ma la fetta più grossa della torta va proprio a YouTube (e allo sviluppatore dell’applicazione): essi infatti vengono a conoscenza di una vera e propria marea di informazioni in più su chi sta visitando cosa, quando, come, dove e perché.

“Ma non mi interessa: non ho niente da nascondere e che mi misurino pure. Nel frattempo mi godo il servizio”. Nulla quaestio, per carità: l’importante, però, è saperlo, anche perché su tali dati si svolge del lucro, si voglia o no. Chi non ha nulla da obiettare continui pure, chi non desidera che ciò si verifichi, ora sa qual’è il meccanismo. Che in casi come quello della App “TomTom” per Android, appena uscita, sono davvero non pochi: questo sito ne ha parlato in un articolo poco fa.

Facciamo un altro esempio, dal quale si capisce come le App possono sfilare dallo smartphone dati privatissimi, con tanto di consenso dell’utente: Viber, una sorta di alternativa a Skype, installabile sulla stragrande maggioranza degli smartphone (c’è per iOS, Android, Windows Phone, BlackBerry, Nokia – ossia Symbian – e Bada). Se ne era già parlato nel 2010 proprio su queste pagine: anch’essa si installa sotto forma di App, ovviamente, dai rispettivi store. Bisogna dare un’occhiata alla Privacy Policy prima di partire in quarta. Essa dice, al punto 1:

When you install the Viber App and register on the Site, you will be asked to provide us with your phone number and to allow us access to your mobile device’s address book (collectively, “Personal Information”). A copy of the phone numbers and names in your address book (but not emails, notes or any other personal information in your address book) will be stored on our servers and will only be used to:

(a) notify you when your contacts become active on Viber,

(b) indicate which of your contacts is already a Viber user,

(c) correctly display the name of each contact as it appears in your address book when a call is received.

Dunque: appena si installa, l’App ci chiede di rendere noto il nostro n. di cellulare e di permettergli l’accesso alla rubrica telefonica. Una copia di tali dati (nomi e numeri di telefono, ma non email, note o altri dati personali) viene caricata sui loro server e viene utilizzata per 1) notificare quando uno o più dei propri contatti è online su Viber, 2) indicare se qualcuno dei propri contatti è già un utente Viber, 3) visualizzare il nome completo e corretto così come memorizzato all’atto della ricezione di una chiamata.

Pare ragionevolissimo, come meccanismo: peccato che così facendo Viber viene a conoscenza dell’intera propria rubrica telefonica, con nomi e numeri di telefono. Viene memorizzata non si sa dove né con quali garanzie reali e concrete, e qualora dovesse esservi qualsiasi problema che da luogo a una perdita di dati, la propria rubrica potrebbe finire non si sa dove. La cosa non crea problemi né perplessità? Perfetto, l’importante è saperlo.

Ma non basta. Oltre ad altri servizi che Viber può erogare grazie alla conoscenza di questi dati, le condizioni dicono ancora:

Viber also maintains a Call Detail Record (CDR – see http://en.wikipedia.org/wiki/Call_detail_record) for each call conducted on the system. These are industry standard records used by all phone companies. We maintain this information in order to better understand network behavior and trends (numbers of calls made by users, typical destinations, call lengths, network type, etc.), detect potential outages and technical issues (this helps us notice things like a drop in call volume in a certain geography, a shift in call length, a change in typical networks, etc.) and for public safety reasons. All log analysis is done in an anonymous, aggregate, non-personally identifiable manner. We may look into a specific Call Detail Record in response to a customer support request. We maintain CDRs for a period of no more than 30 months.

Audio calls by users are transmitted either directly from user to user or, if direct transmission is not possible (due to, for example, firewalls), Viber servers are used to transmit the call. In the latter scenario, the information transmitted is stored briefly in volatile memory (RAM) solely to enable the transmission of the call to the other user. WE DO NOT RECORD ANY PART OF YOUR CALL.

In breve, Viber per 30 mesi, ossia due anni e mezzo, si conserva un registro di tutte le chiamate effettuate e ricevute, con ogni dettaglio. Al di là dell’utilità tecnica che tali dati possono avere, siamo in una nazione dove gli operatori telefonici, erogando un servizio tra l’altro pagato e non gratuito, si ostinano (per legge, sia chiaro) a oscurare gli ultimi tre numeri del proprio elenco chiamate. E a visualizzarli è il titolare stesso del contratto. Siamo sicuri che una così approfondita memorizzazione sarebbe ritenuta legale e legittima in Italia? Parrebbe ragionevole avere qualche dubbio. Comunque, anche qui: non scuce un baffo? Non fa niente, ma bisogna saperlo.

E bisogna altresì ricordare che uno smartphone, nel 90 per cento dei casi, è anche in grado di comunicare la sua posizione geografica con precisione GPS e permette, dunque, di mappare gli spostamenti del suo utente. La casa dice che non memorizza e non usa tali informazioni, ma se poi, invece, lo fa? E non sarebbe affatto la prima volta che, in questo campo, si scoprono altarini: basta scorrere le cronache e di data leach (ammesso siano tali) se ne trovano quanti se ne vuole. Senza dimenticare che, in linea di massima, il rischio che qualcosa di serio atto a controllare ci sia in tutti gli smartphone è concreto (vedi faccenda di Carrier IQ, della quale si è parlato per un po’ e poi è svanita nel nulla). Anche qui, come sopra: basta saperlo.

Dunque:

  1. Le App non sono tutte uguali. È una App quella di YouTube, come lo è quella di Viber, come lo sono quelle di Facebook e di Twitter. Ma non si può certo paragonare l’invasività a livello di privacy di quella di Viber con quella di Facebook che, in ogni caso, permette di selezionare a cosa si concede l’accesso e a cosa no. Perciò: essere superficiali ed evasivi quando si installa una App senza indagare presenta dei rischi concreti che bisogna tenere a mente.
  2. Vedere il mondo attraverso le App non è come decidere in prima persona cosa si vuol vedere: una App che fa eseguire una ricerca su Google non è detto che la faccia fare esattamente come la si farebbe sul browser. Chi scrive la App può influire, anche pesantemente, sui risultati e, se lo fa, lo fa per un ben preciso tornaconto, di solito economico. Anche questo va tenuto a mente.
  3. Ogni App, specie se interagisce con la Rete, può produrre traffico fuori controllo: oggi c’è la tendenza a sottoscrivere piani con telefonate e Internet tutto compreso e la gente non si preoccupa. Ma attenzione: nessun piano ha Internet veramente flat, sono tutti con un “tetto”, chiamato anche cap. Accumulare App su App, ciascuna delle quali traffica con qualcosa in Rete, può portare facilmente a superare quel cap. Bisogna ricordarsene, a evitare sorprese in bolletta o sul credito residuo.

Quando i grandi operatori di Rete (cellulari, di rete fissa e Internet) dichiarano che oggi “tutto è più semplice”, dicono la più grande bugia del mondo. Non è affatto vero che tutto è più semplice, anzi: è tutto, enormemente e maledettamente più complesso, praticamente impossibile da capire per l’uomo medio. Di questo gli operatori si avvalgono per plasmare e modellare abitudini, consumi e interazioni dei propri clienti al solo fine di massimizzare i profitti. Basti pensare al breve esame, fatto su queste pagine, del grande “affare” tra Apple e gli operatori cellulari, dove si è parlato di Apple ma vale, ovviamente, per tutti.

Ciò detto, ora non bisogna osservare lo smartphone come un UFO, pensando a chissà quale tecnologia marziana ci sia dentro, del tutto fuori del controllo del padrone. Ma bisogna ricordare bene che oggi – e questo è vero in modo particolarissimo per Apple, in modo particolare per tablet e smartphone, moltissimo per i computer Apple, molto per Windows, poco e niente per Linux – non si acquista più un apparecchio in tutto e per tutto, così com’è, con il diritto di utilizzarlo come si crede: si acquista, invece, una licenza d’uso, tanto per l’hardware che per il software. Sui computer, Apple ha fatto una piccola marcia indietro, tant’è che da quando usa CPU Intel ha fornito strumenti per farci funzionare anche altri sistemi operativi.

Sugli smartphone non è così, specialmente per Apple. Ammesso esista un sistema operativo diverso da iOS, capace di far funzionare un iPhone in maniera che all’utente aggrada di più, non c’è affatto la libertà di potercelo installare senza conseguenze: un iPhone su cui si riuscisse a installare Android, oppure una versione di Linux che il Mobile Linux Workgroup dovesse sfornare, comporterebbe inesorabilmente l’interruzione della garanzia. Non si comprende, infatti – a parte l’esigenza di non voler rivelare dettagli sull’hardware – per quale ragione l’utente non debba essere libero di farlo e, eventualmente, non si permetta all’utente di reinstallare iOS originale con una procedura guidata da PC.

Piaccia o no, il mondo smartphone e tablet con cui si ha a che fare è questo. E bisogna saperlo, così da affrontarlo al meglio e, possibilmente, in maniera consapevole. Chi già sapeva, non si lasci andare a esclamazioni derisorie o a sminuire l’importanza del conoscere questo scenario: spesso non si ha la più pallida idea di quanto cospicuo sia il numero di persone che ne sono del tutto all’oscuro. E che poi sono le prime a lamentarsi rumorosamente delle conseguenze.

Marco Valerio Principato

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.

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  1. tania ha detto:

    Grazie per queste informazioni




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