Facebook: ecco chi decide chi vede cosa, quando, come e dove

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
Di
Pubblicato il: 20/11/2012
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C’è una certa insoddisfazione, diffidenza e persino qualche sospetto su come Facebook decide di pubblicare determinati contenuti. Per limitare lo scontento, ecco alcune spiegazioni ufficiali.

Roma – In questi ultimi tempi Facebook è stato (ed è) al centro delle attenzioni di molti osservatori, in particolare perché alcune aziende, interessate alla comparsa dei loro post a scopo commerciale, hanno rilevato un ordinamento di presentazione dei post stessi non sempre corrispondente alle aspettative o, quanto meno, non in ordine cronologico.

Dagli uffici del social network si è dunque levata la voce di Will Cathcart, Facebook Product Manager, che ha riassunto tutto il meccanismo dandogli anche un nome: Yoda. Dietro a “Yoda”, dunque, si nasconde l’attività inferenziale che stabilisce i criteri con i quali il motore del social network tratta i post. E, neanche a dirlo, dietro a tutto questo c’è (tra l’altro) EdgeRank, l’algoritmo di ranking che Facebook ha iniziato a collaudare da qualche tempo anche per “valutare” i commenti.

Uno dei principali scopi, ha spiegato il dirigente, è quello di “tenere lontani dagli utenti i contenuti irrilevanti“. In pratica, se Yoda rileva che un determinato utente segnala di non voler visualizzare un determinato contenuto, lo comunicherà al “motore” di Facebook, il quale – a sua volta – starà ben attento a far sì che tale contenuto non ricompaia sulla bacheca di quell’utente.

Questa precisazione, stando a quanto si legge, si è resa necessaria dopo le accuse di alcuni, secondo cui il “sistema Yoda” avrebbe una certa tendenza ad alcuni… favoritismi, insomma “sospingerebbe” alcuni marchi piuttosto che altri, favorendone la visibilità.

Dunque, Cathcart ha spiegato come avviene la visualizzazione di post nel News Feed e ha chiarito che dipende da molti fattori: come reagisce l’utente a quel post, come altri hanno reagito a quello stesso post nonché al “tipo” di post (il che lascia supporre vi sia un certo impiego di linguistica computazionale, l’unica capace di attribuire un minimo di relazione digitale tra il piano del significante e quello del significato, ndB).

Se l’ecosistema in esame non è quello “fisso” – ossia quello tipicamente in essere in una postazione di lavoro da tavolo, con il tradizionale computer, monitor e tastiera – ma è invece quello mobile, Yoda prende anche in considerazione – anche se non è stato reso noto con quali criteri – se quel contenuto sia “migliore” per quello specifico device mobile. Sarebbe – a quanto spiega il dirigente – anche in grado di stabilire se, nel caso in cui l’utente stia impiegando un feature phone (ossia un cellulare capace di navigare ma con limitate capacità grafico-multimediali), sia meglio evitare troppi contenuti grafici e altri elementi mal fruibili su tali schermi.

Per di più, pochi mesi fa Facebook ha apportato una notevole modifica: ha installato un algoritmo teoricamente in grado di stabilire quanto sia probabile che un determinato utente si lamenti o reclami per un determinato post. Secondo Cathcard questo è stato uno dei principali motivi per cui si sono osservati rilevanti cambiamenti al modo (e all’ordine) in cui sono visualizzati i post, pur ammettendo che l’efficiacia è risultata maggiore per alcuni, ma minore per altri.

Tutte queste “fluttuazioni comportamentali”, per così definirle, hanno acceso molte discussioni, in modo particolare per gli effetti ricandenti su coloro i quali puntano alla visualizzazione dei propri post con motivazioni prettamente commerciali.

Certamente c’è modo di aggirare questi meccanismi servendosi della Post Promotion, ossia la promozione dei post, che senz’altro li “sospinge” in alto. Tale scenario naturalmente ha fatto scattare sospetti: le aziende (ma anche alcuni semplici utenti e compreso questo sito) hanno iniziato a pensare trattarsi di uno sporco trucco, volto a limitare algoritmicamente l’esposizione dei post per dare impulso all’impiego dei post sponsorizzati (che si pagano, ndB).

A questo specifico proposito c’è la precisazione di Matt Idema, direttore dell’ufficio monetizzazione e marketing di prodotto di Facebook, secondo cui obiettivo del social network è solo far si che un determinato marchio, in particolare quelli “piccoli”, possa pubblicare materiale di qualità che i suoi fan desiderino realmente ricevere. Ha anche precisato che il meccanismo dei post sponsorizzati è pensato per offrirsi come metodo “semplificato” per i “milioni di pagine di attività Small Business che postano su Facebook ogni giorno”  e che non dispongono di strumenti sofisticati come ne dispongono, invece, le grandi aziende.

La specifica questione dei post sponsorizzati è emersa quando la scorsa settimana Mark Cuban, il miliardario proprietario di Dallas Mavericks, ha dichiarato di voler contenere l’impiego di Facebook e di voler spostare il proprio interesse relativo ai social media su altre reti.

A tale dichiarazione il Product Manager Cathcart ha replicato spiegando che Facebook offre ai brand una moteplicità di modi per raggiungere i loro fan, compresi i feed RSS che “non sono mediati” e si presentano con nomi immediatamente chiari (come Feed della Pagina, oppure Feed dei Giochi). Ciò al fine di evitare, ancora una volta, di addossare la colpa al sistema in questione, il famoso Yoda.

A conclusione, Cathcart ha spiegato che Facebook sta studiando una serie di nuovi strumenti per tutte quelle attività interessate a tracciare quali post hanno maggiore riscontro nei propri fan, così da poter “sintonizzare” in modo fine la propria attività di pubblicazione.

In definitiva, è chiaro che dietro al familiarissimo “portale” c’è un brulichio di attività che spaziano da quella analitica, inferenziale e semantica, alimentata dagli insiemi di Big Data che Facebook utilizza ed elaborata da potenti strumenti di calcolo, a una serie di attente valutazioni e accurati studi, i cui risultati vengono da un’altrettanto accurata attività valutativa incentrata sul marketing che, di riflesso, il team di Facebook cerca di implementare sotto forma di algoritmi. A questo si accompagnano, come le cronache fanno sapere, diverse attività a sfondo prettamente commerciale, quali ad esempio il tracciamento delle vendite per gli esercizi al dettaglio, oppure l’aggiunta di partner commerciali orientati a confezionare graditi pacchi regalo con i propri articoli. Tutte iniziative che hanno peso notevole sulla creazione di valore, come dimostrano gli effetti sulla borsa.

Dunque, è a questo punto ben chiaro che in Facebook, tra domanda e offerta, ci sono molti strumenti di mediazione, valutazione e ottimizzazione. Che se, da un lato, fanno perdere al portale quel senso di “immediatezza” e “naturalezza” che un tempo lo contraddistingueva, dall’altro sono la conseguenza di una volontà di continua crescita tale che, più passa tempo, più difficilmente potrà sostenere il ritmo.

Marco Valerio Principato

Sull'autore:

Marco Valerio Principato (1856 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureando in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.



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