Mozilla e Apple, è guerra sui cookie

The New Blog Times
La Redazione
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Pubblicato il: 25/02/2013
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Firefox segue l’onda di Safari e dalla versione 22 bloccherà per default i cookie di terze parti. Ne beneficia la privacy degli internauti, ma i grandi advertiser annunciano: «è guerra».

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Elementi traccianti sul sito The Verge.
Elementi traccianti sul sito The Verge.
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Elementi traccianti su PCWorld.
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Impostazione predefinita di Safari sui cookie di terze parti.
Impostazione predefinita di Safari sui cookie di terze parti.
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Il rifiuto di onorare il Do Not Track da parte della statunitense ITIF.
Il rifiuto di onorare il Do Not Track da parte della statunitense ITIF.
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Roma – Safari, il browser di Apple, nella sua versione per PC (Windows e Mac OS X) lo ha già fatto: per default, i cookie di terze parti – ossia quelli non provenienti dal sito in corso di visita – vengono rifiutati. Ora a questa decisione si è appoggiata anche Mozilla: venerdì scorso ha annunciato che a partire dalla release 22 sceglierà la medesima politica, consegnando il pacchetto con l’opzione di disabilitazione già attiva.

Molte fonti statunitensi ne parlano quasi con orgoglio, anche se l’esame dei loro siti risulta alquanto contraddittorio con l’annuncio. Per esempio, ne parla The Verge, sul cui sito Ghostery (sistema di difesa dal tracciamento di cui si è accennato su queste pagine nel proporre una configurazione di Firefox atta a navigare con maggiore tranquillità) rileva ben 11 diversi traccianti, come si nota dalle immagini in colonna.

Non meno invasivo è il sito di PCWorld, pure estensore di un articolo sul tema, da cui però l’internauta disattento o non attrezzato ricava la bellezza di 18diciotto – diversi funzioni traccianti. Al contrario, thepolicy.org – il sito dove è riportato l’annuncio, ha solo Google Analytics.

Premesso che tutti i browser, da tempo, possono essere manualmente impostati per non accettare cookie di terze parti, ci si domanda: cosa accadrà? Qualcosa non funzionerà più? Ci saranno difficoltà nel navigare? Ci sarà un miglioramento del livello di privacy?

Quanto all’ultima perplessità, la risposta è affermativa. Il browser così impostato non permetterà, infatti, al sito attualmente in visita di accedere ad alcun cookie che non sia stato depositato nel browser da esso stesso. Ciò di fatto limita molto le possibilità di tracciamento e la cosa non è mai piaciuta (e continua a non piacere) a coloro che vi hanno interesse.

Lo scorso settembre la Information Technology and Innovation Foundation, ente la cui mission è “formulare e proporre politiche pubbliche per l’avanzamento dell’innovazione tecnologica e la produttività internazionale, locale in Washington e degli Stati Uniti –  Riconoscendo il ruolo centrale della tecnologia nell’assicurare prosperità, l’ITIF si concentra sull’innovazione, la produttività e le questioni connesse con l’economia digitale”, ha dichiarato apertamente di non concordare con l’architettura Do Not Track e la contesta sul suo sito, pagina per pagina, con uno stancante pop-up che compare ogni volta che si clicca un link (vedi immagine in colonna), in cui dichiara di non rispettarla e spiega i suoi motivi.

“Il Do Not Track è una politica dannosa che minaccia il fondamento economico di Internet”, ha scritto Daniel Castro, analista senior di ITIF. “Il ricavo della pubblicità supporta la maggior parte dei contenuti, servizi e applicazioni disponibili su Internet”. Una considerazione che, da un lato, trova appoggio in ciò che il magnate Barry Diller aveva previsto in tempi non sospetti, dall’altro fa comprendere le ragioni di tante pressioni che le lobby statunitensi esercitano sull’Europa, ora che si sta concretizzando la riforma delle normative sulla privacy.

Fortunatamente, il gruppo dietro all’iniziativa Do Not Track (un protocollo d’intesa, lo ricordiamo, volto a facilitare il non-tracciamento con politiche condivise) sembra abbia ripreso ad alimentare il progetto.

Quanto alle difficoltà nel navigare, non ce ne dovrebbero essere. Se mai, il presentarsi di problemi alla normale navigazione in presenza di blocco ai cookie di terze parti e/o di opzione Do Not Track attiva deve, invece, costituire un segnale d’allarme: che il sito visitato pretenda di poter tracciare è alquanto sospetto e, se da un lato il sito ha la libertà di pretenderlo, dall’altro l’internauta deve avere la libertà di rifiutarsi di frequentarlo.

Anche l’eventuale (improbabile, ma possibile) rifiuto al funzionamento di qualche meccanismo da parte di un sito, da esso attribuito alla mancata possibilità di tracciare, deve essere ritenuto estremamente sospetto: non è accettabile, secondo le politiche sulla privacy europee, un simile genere di costrizione, perfettamente assimilabile a un ricatto e, come tale, meritevole della totale astensione dalla frequenza del sito interessato e di qualunque prodotto o servizio esso distribuisca.

La novità non piacerà assolutamente, questo deve essere chiaro. L’Interactive Advertising Bureau (IAB) ha già abbondatemente preso posizione, come si evince dal tweet (riprodotto qui di lato) di Mike Zaneis, che ne è Senior Vice President e Consigliere Generale: “Firefox che blocca i cookie di terze parti? (segue link)… Questo come impostazione predefinita significherà un primo attacco nucleare all’industria della pubblicità”.

Secondo il Wall Street Journal, tra l’altro (qui l’articolo integrale, che riportiamo perché contiene dichiarazioni piuttosto gravi), l’interesse ad eludere qualsiasi forma di difesa sarebbe talmente forte da aver prodotto tecnologie in grado di “scandire in tempo reale cosa la gente sta facendo su una pagina Web, quindi accedere istantaneamente alla posizione geografica, agli introiti, agli interessi di acquisto e persino alle condizioni clinico-mediche. Alcuni strumenti – continua il Journal – surrettiziamente si auto-riinstallano anche dopo che un utente ha tentato di cancellarli”.

Insomma, gli Stati Uniti sembrano pervasi da una sorta di rassegnazione a un meccanismo contro il quale è piuttosto arduo confrontarsi: una battaglia dove per restare almeno a galla occorre rinunciare alla naturalezza e alla distensione di un impiego disattento e poco vigile del proprio browser, del proprio computer o – peggio – del proprio smartphone.

In attesa della versione 22 di Firefox, oltre a procedere già in proprio all’impostazione del rifiuto di cookie di terze parti, non resta che sperare in un agguerrito contrasto da parte delle autorità europee, che proprio in questi giorni sono al centro dell’attenzione su questo tema, tanto da parte dei cittadini che delle potentissime lobby statunitensi. Una speranza che sarebbe bello – anche per i cittadini americani, non si creda – veder concretizzare in una risposta forte, motivata e determinata in grado di costringere, per una volta, la “terra delle opportunità” a non pensare di essere il capo assoluto del mondo.

Sull'autore:

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Nucleo redazionale del sito a cui lavorano i responsabili, ossia Marco V. Principato e Dario Bonacina, su articoli scritti da altri collaboratori o da essi stessi. Vedere le rispettive bio.



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