AGCOM: criticità sullo schema di regolamento

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 30/07/2013
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Uno sguardo tecnico-critico allo schema di regolamento proposto da AGCOM mi lascia piuttosto perplesso: si persevera su troppi errori del passato.

Come noto, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) ha redatto uno schema di regolamento, sottoposto a consultazione pubblica, volto a disciplinare in maniera più moderna la “materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica e procedure attuative ai sensi del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70”.

La stampa, in linea generale, sembra essersi espressa in maniera sostanzialmente concorde, assumendo posizioni prevalentemente favorevoli e solo in qualche caso mantenendo un atteggiamento vagamente critico o di sapiente prudenza. Molto pregevoli – era scontato, visto il tema – sono gli interventi di alcuni giuristi, pur persistendo una fisiologica disparità di pareri tra gli stessi.

Personalmente, non avendo alcun legame e non dovendo rispondere a nessun editore (paradossalmente, se di me stesso c’è un “editore”, quello sono sempre io, visto che me la canto, me la suono e me la pago, con riferimento al servizio di hosting), vorrei invece evidenziare quelle che secondo me, sono da definire almeno “criticità”, dal punto di vista tecnico, di questa nuova (si fa per dire) idea.

Ma lo farò con estrema semplicità, punto per punto: personalmente non sono, ai sensi di quanto disposto dalle modalità di consultazione, un “soggetto legittimato”1. Ciò non toglie che posso esprimere il mio parere in piena libertà e dato che lo faccio in Rete ovviamente AGCOM è libera di recepire, se vuole e se lo ritiene opportuno. Ove ritenesse di recepire, tenga presente che i miei messaggi sono quelli di un tecnico della Rete il quale, avendo anche sostenuto un esame di Diritto dell’Informazione, si è appena sporcato di farina e cerca di sospingere verso i giuristi quelle parti che, essendo tecniche, sono per loro più ostiche.

Cominciando dall’art. 1 (definizioni), la lettera h è fuorviante, ovvero non rispecchia fedelmente la realtà. Il “gestore della pagina internet”, come ci ricordano i preliminari del codice civile, deve avere un solo significato, e ben preciso: quello tecnico, e nessun altro. Ovvero, è quel soggetto, persona fisica o giuridica, che cura il contenuto di una determinata pagina Web (non necessariamente coincidente con l’autore del contenuto) e che ha la possibilità di renderlo pubblico o meno, modificarlo, rimuoverlo. Se egli vi inserisce (o lascia che l’autore inserisca) un link ipertestuale verso una qualsiasi risorsa dalla quale si possa scaricare, sic et simpliciter, un contenuto digitale protetto da diritto d’autore, è lapalissiano che il “gestore” (o anche il frequentatore, nel caso di un forum pubblico: a questo non ci aveva pensato nessuno) abbia avuto l’intenzione di farlo: nessuno inserisce un link ipertestuale così, per gioco. Dunque, è altrettanto lapalissiano che pur non essendo il principale responsabile (che è invece chi materialmente rende scaricabile il contenuto: il link, di per sé, è solo un “rimando”), non è affatto innocente, perché sa e, sapendo, attraverso il link che inserisce di fatto concorre (“favoreggia”, direste voi giuristi) all’illecito. Pur non commettendolo, questo deve essere chiaro.

Tuttavia, non ha alcun senso trattare in modo paritetico il link ipertestuale e il tracker: sono due cose completamente diverse e un tracker semplicemente… non si può inserire in una pagina Web, perché esso è “un server che funge da assistente per permettere la comunicazione tra singoli computer attraverso il protocollo BitTorrent”2. Conseguentemente, la lettera z sembrerebbe altresì errata e andrebbe del tutto rimossa in quanto “fuori tema”.

Parimenti, anche la definizione di uploader e downloader mi sembra impropria: prima di tutto perché, nella maggior parte dei casi, utilizzando tali programmi si è contemporaneamente l’uno e l’altro; in secondo luogo perché, se ne faccio uso improprio o meno dipende dal contenuto, non dal programma per computer che scelgo di usare. Pertanto, eviterei questa coppia di “outgroup”, come si dice nel linguaggio giornalistico anglosassone, che finisce per attaccare un’etichetta spesso inappropriata. Essa potrebbe essere impiegata solo nel caso in cui l’operazione si svolge su un sito che accetta il caricamento diretto e permette lo scaricamento diretto (come avviene nei siti di file sharing, questione ben diversa dal peer-to-peer).

E passiamo all’art. 2 (Finalità e ambito di applicazione). Al comma 3, al cui proposito lo schema propone la domanda 2.3, no, non condivido del tutto la definizione. Tali programmi, di cui Bit Torrent e il suo protocollo sono i più usati, di per sé non sono strumenti specifici per quegli scopi: nascono e sono ampiamente utilizzati per operazioni più che legittime, come ad esempio la distribuzione di software Open Source. Piuttosto, correggerei in questo modo:

“Il presente regolamento non si riferisce all’uso improprio di applicazioni e programmi per elaboratore mediante i quali si procede allo scambio collaborativo di file attraverso reti di comunicazione elettronica, a fini di condivisione diretta di opere digitali tra utenti finali operata da questi ultimi. Si riferisce, invece, alla specifica attività di upload e download diretto di opere digitali e delle connesse attività di pubblicazione di link verso l’elaboratore che materialmente ospita l’opera digitale e attraverso cui ottenerne copia sul proprio terminale”.

La distinzione non è banale perché esclude del tutto qualsiasi fattispecie riconducibile, in astratto, al semplice schema della condivisione peer-to-peer laddove non vi sia scambio di opere protette ma, invece, di contenuti perfettamente legittimi. Esclude, inoltre, la possibilità di confondere ruoli e livelli di responsabilità. Peraltro, in tutto questo vedo assurgere nuove figure di responsabilità e interessi, al momento non contemplate da nessuna norma: “opera digitale”, “downloader / uploader”, “link (o collegamento ipertestuale)”, che nello schema assurgono a fattispecie precise e non mi sembra che un regolamento debba arrogarsi il diritto di crearne. Ma su questo potrei sbagliare e i giuristi sanno meglio di me come confrontarsi con queste novità.

Quanto all’art. 3, lo trovo molto aleatorio: chi ha intenzione di sostenere un interesse illegittimo lo farà comunque e non sarà certo una paginetta informativa a convincere a fare diversamente. Se tale articolo si rivolge ad una ben studiata ed approfondita campagna informativa, condotta attraverso i media di ogni genere, nonché alla sollecitazione di codici di condotta volti a livellare e adeguare i prezzi sul mercato facilitando distribuzione, scambio (legale), prestito, cessione (totale) e altre attività sulle opere digitali, ben venga ma, come ripeto, le definizioni mi sembrano troppo aleatorie per ottenere quel risultato. Bisogna solo vedere come si intende dare attuazione al successivo art. 4, che spiega meglio quali figure verrebbero coinvolte nel processo “educativo”, ma lo fa solo dal punto di vista giuridico/procedurale: la Rete, della tipica “rigidità” del linguaggio giuridico non sa cosa farsene, perché ha il proprio linguaggio e per rapportarsi con essa, è quello il linguaggio da usare, prima ancora di quello giuridico. Di qui l’indispensabilità di lavorare fianco a fianco con chi, di Cose della Rete, ne sappia: “da soli”, non andrete da nessuna parte.

Sugli artt. 5-15 non me la sento di commentare: lo hanno già fatto diversi giuristi3 e credo di non essere in grado di aggiungere nulla se non il constatare una certa atipicità di ruolo che il Garante sta avocando a sé. Intuitivamente, mi sembra alquanto anomala, ma potrei sbagliare.

Per chiudere, mi lascia perplesso l’art. 19: della serie “comunque vada la consultazione, il 3 febbraio 2014 questo regolamento entrerà in vigore”. Non sono un giurista, ma mi suona strano: cosa vuol dire? Che in ogni caso dovrà entrare in vigore a prescindere da qualsiasi posizione di chiunque? Non so, ma dato che l’articolo precedente, il 18, riserva all’Autorità il potere di rivedere il regolamento in qualsiasi momento (anche se “sulla base dell’esperienza derivante dalla sua attuazione nonché alla luce dell’innovazione tecnologica e dell’evoluzione dei mercati, sentiti i soggetti interessati, anche nell’ambito del Comitato di cui all’articolo 4”), mi sembra che si stia requisendo una quota di potere un po’ oltre i confini.

Sotto il profilo procedurale ho letto molte, moltissime perplessità, a partire da quelle di Guido Scorza, Marco Pierani, Marco Bellezza, Fulvio Sarzana di S. Ippolito e tanti altri, compreso lo stesso Dario Denni. Sul merito lascio a loro la parola, ma una cosa è certa: questa faccenda sta iniziando a ricordarmi fatti successi anni fa4, che hanno portato a proteste generalizzate e a un nulla di fatto.

Da ultimo – ma non meno importante – voglio decisamente stigmatizzare un mezzo di cui, da qualche anno a questa parte, le autorità tutte (tecnicamente parlando) abusano: l’alterazione del DNS a fini censori. Personalmente ritengo tale pratica assolutamente deplorevole per due ragioni: 1) perché non porta ad alcun risultato concreto; se un malintenzionato vuole accedere, non è una risposta alterata del DNS a scoraggiarlo né a impedirgli di “delinquere”, e 2) perché, tecnicamente, è una violazione delle raccomandazioni RFC, che le autorità fanno attuare agli ISP in maniera del tutto arbitraria, senza alcun “consenso centrale” e di totale inefficacia perché, appunto, siccome “gli altri DNS” se ne guardano bene dal farlo, è semplicemente sufficiente non usare i DNS “alterati” (o tirar su un proprio DNS). Per di più, qualora altri facciano uso dei DNS locali (cosa più che legittima, tecnicamente), riceveranno una risposta anomala, che non coincide – come dovrebbe, ai sensi delle RFC – con quella fornita dagli altri DNS.

Le autorità dovrebbero prima di tutto imparare che nessun sito, in nessun luogo del mondo, è totalmente e realmente “censurabile”: è la stessa architettura della Rete a impedirlo, perché è nata proprio per questo e l’insistere su quella strada dimostra non solo incompetenza e ottusità, ma anche (almeno) ignoranza delle origini di Internet. Ciò posto, come possono uscire – da chi non ha neppure compreso questo – delle norme efficaci, in grado di inquadrarsi bene nella realtà della Rete, senza pretendere di sovvertire un ordine di cose ben al di sopra delle misere (sul piano tecnico) penne di chi scrive certe cose?

Ragazzi, temo che, se non vogliamo fare l’ennesima figura dei peracottari, sia… tutto da rifare. O quasi.

Marco Valerio Principato

  1. vedi secondo paragrafo delle modalità di consultazione.  [Torna al testo]
  2. vedi Wikipedia in inglese: in italiano non c’è  [Torna al testo]
  3. in primis Dario Denni, con questo suo articolo  [Torna al testo]
  4. Vedi questo articolo e questo articolo, solo per citarne due, ma volendo c’è dell’altro.  [Torna al testo]

Marco Valerio Principato (2076 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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