Cloud computing, pro e contro

Cloud, pro e contro: molti siti ne parlano (l'immagine è infatti tratta da ZDNet, non certo il solo)
Cloud, pro e contro: molti siti ne parlano (l'immagine è infatti tratta da ZDNet, non certo il solo)
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 27/06/2014
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Non passa giorno che nelle cronache tecniche non si legga «cloud». Ma quanto ne sappiamo per usarlo senza rischi?

Cloud computing, ma anche cloud storage e altri “cloud”, sono termini che ormai ricorrono quotidianamente nelle cronache e nella letteratura tecnica di tutti i giorni. Ma è davvero il caso di farne uso “a occhi chiusi” oppure no? Tutti li usano, ma sappiamo davvero di cosa si tratta?

Lungi da me l’idea di voler idealizzare o demonizzare il cloud, ma è bene chiarirsi le idee, mantenendosi all’insegna della semplicità estrema per non spaventare i non-tecnici: a dar definizioni accademiche sono capaci tutti, ma così la maggior parte dei “comuni mortali” non capirebbe.

Prima di tutto un cenno per chi non sapesse. Per “servizi cloud” si intende semplicemente questo: una versione online e a distanza di una risorsa che, normalmente, invece è dislocata localmente.

Per esempio: quando si dice “cloud storage” (cioè spazio-disco “nella nuvola”) si intende un sistema capace di fornire una determinata quantità di spazio di memoria di massa (quello che normalmente abbiamo sul disco dei nostri computer) che invece di risiedere fisicamente nel disco viene resa disponibile mediante un sistema distribuito e “sparsa” su server lontani da noi, ai quali arriviamo attraverso Internet.

Quando si dice “cloud computing” (cioè elaborazione dati “nella nuvola”), tramite quello stesso sistema di usufrutto a distanza di risorse, sfruttiamo la potenza di calcolo di computer distanti per svolgere attività di calcolo a noi utili in tempi più brevi, molto più brevi, di quanto impiegherebbe da solo il nostro computer.

Allo stesso modo si può parlare di “cloud print” (stampa “sulla nuvola”) o di qualsiasi altra attività dove la risorsa più cospicua necessaria è, anziché locale, remota e generalmente molto più potente della nostra.

Naturalmente vi sono delle infrastrutture dedicate per svolgere questa attività. Quando sfruttiamo un “disco remoto” in cloud, come per esempio DropBox o lo stesso OneDrive di Microsoft, o iCloud di Apple, ci rivolgiamo a un sistema che “sa”, che tiene traccia di quanto chiediamo di scrivere o di leggere ed è in grado di recuperare quei dati (o scriverli) rendendo per noi il procedimento del tutto trasparente.

A questo punto è spontaneo farsi alcune domande: quali criteri impiegano questi sistemi per memorizzare fisicamente i dati? Dove li memorizzano? In quale forma? Sono tutelati da intrusioni? Sono sempre raggiungibili? Di domande ve ne sarebbero molte altre, ma limitiamoci a queste per semplificare. (Prosegue a pag. 2)

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Marco Valerio Principato (2079 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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