Social: come perdere utenti

Twitter e Facebook equivalgono a un buco nero. In altre parole: tempo perso. Guida pratica alla perdita di utenti nei principali social network.
Twitter e Facebook equivalgono a un buco nero. In altre parole: tempo perso. Guida pratica alla perdita di utenti nei principali social network.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 14/07/2014
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Non bastava Facebook: ora anche Twitter affila le armi sulla priorità dei «tweet». Ossia: come perdere utenti in poco tempo.

Sapevamo tutti che Facebook aveva affilato le sue armi nei confronti della bacheca: non solo fa vedere per primi i post che i suoi algoritmi ritengono più rilevanti (“Notizie principali”), ma se si sceglie di visualizzare i post in ordine cronologico (“Più recenti”), periodicamente il portale ripristina l’impostazione sul valore predefinito, cioè i post “principali”. Le ragioni sono naturalmente di engagement a fini pubblicitari. Ora ci si mette (più a fondo) anche Twitter.

In tutto il weekend c’è stato, sul tema, un notevole flusso di articoli, nessuno dei quali dice chiaramente come stanno le cose, ma la verità è facile da ricavare: anche su Twitter accade più o meno lo stesso.

Certamente è impossibile, se non si trascorre l’intera giornata con gli occhi incollati sul proprio flusso di utenze “seguite”, avere la certezza di non perdere nessun messaggio di tali utenze. Allora cosa si fa? Si cerca: con l’hashtag, oppure con il termine (o i termini) del caso. E qui viene a galla la questione.

Quando è un “motore” a presentare i risultati, oggi non si può esser certi che mostri quel che si cerca senza intromettersi nell’ordine di apparizione in maniera discreta e imparziale. Dunque, anche cercando, Twitter plasma il suo motore, che farà vedere “quel che gli pare”, senza dare alcuna possibilità di ottenere una lista imparziale di risultati.

E anche dietro a questa constatazione c’è, naturalmente, il processo di “monetizzazione” che Twitter, ormai da tempo, persegue con costanza e dedizione. Altrimenti non si spiegano le lunghe disamine in cui si sono prodigati siti da lungo tempo impegnati nel settore, come Search Engine Land, Marketing Land, ma anche riviste come PC Magazine, spiegando come tale comportamento sia da tenere presente nell’analisi dell’engagement suscitato dalla propria attività di micro-blogging.

Tale analisi è stata resa disponibile da Twitter con estrema prudenza e consiste in un pannello, concettualmente simile a quello di Google Analytics, dove ogni utente può esaminare il “riscontro” ottenuto dai propri messaggi. In esso si può constatare che, nonostante si abbia, magari, qualche decina di follower, il proprio flusso abbia un “riscontro” prossimo allo zero. Dietro c’è il business, ovviamente: stilare classifiche delle utenze più “prolifiche”, alle quali rivolgere richieste di messaggi a pagamento, pubblicità e via discorrendo.

Fa, naturalmente, eccezione l’interazione basata su messaggi diretti, che in Twitter però non rientrano nel discorso dell’engagement: non sono “interazioni pubbliche” ma relazioni interpersonali, delle quali al comparto pubblicitario interessa poco.

Ecco quindi spiegata la ragione per cui, da qualche tempo a questa parte – diciamo da un paio d’anni – sui social network “mainstream” (Facebook e Twitter) ci sono sempre meno giovani: non è solo la banale questione della contemporanea presenza dei genitori, tutt’altro.

Ai ragazzi non piace che chicchessia interferisca con l’ordine di visualizzazione dei post o dei messaggi che lanciano all’interno dei loro gruppi. Vogliono che l’ordine sia quello naturale, senza alcuna intromissione.

Ed ecco perché molti ragazzi preferiscono, ad esempio, Instagram per pubblicare le proprie foto. Il flusso di Instagram è (ancora) naturale: se una persona che seguo pubblica due foto, e subito dopo un’altra persona che seguo pubblica le sue due foto, le vedrò in bacheca, tutte, nell’ordine. Se voglio metto il “Mi piace” di Instagram (doppio tap sulla foto o tap sul cuoricino), se voglio aggiungo un commento, e amen: nessuno si intrufola.

Per dialogare tra loro, i ragazzi preferiscono WhatsApp (o altri simili) anche per questo: fanno “gruppo” e dialogano, tutto ciò che qualcuno scrive nel gruppo lo vedono tutti, nell’ordine, senza che alcuno interferisca con l’ordine di visualizzazione. Usano gli strumenti di localizzazione per trovarsi (un esempio è il Glympse di BBM, in effetti in alcuni casi comodo e utile, ma a quanto mi dicono esistono funzioni simili anche in WhatsApp, che come noto non uso più), nella più confortevole circostanza della non-manipolazione dell’ordine delle cose. E il medesimo discorso vale per SnapChat, Vine e altri.

Non a caso, Mark Zuckerberg è già proprietario sia di Instagram sia di WhatsApp: essendo anche lui (da poco, tutto sommato, ha ora 30 anni), un “ex-giovane”, sa perfettamente dove si trovano le fasce d’utenza che non riesce a trattenere nel suo social network principale, per come questo viene pilotato a proposito di monetizzazione.

Quel che, forse, non hanno considerato – né lui, né i responsabili di Twitter – è che la non indifferente quota di giovani che disertano Facebook e Twitter in favore di altre realtà è una quota molto sfuggente. Più i social network mainstream affinano i loro strumenti di parzializzazione e condizionamento dei post e dei messaggi, più i giovani “scappano” e si rivolgono ad altre realtà. Che possono anche essere “acquistate”, come Instagram e WhatsApp, ma è un gioco al massacro e soprattutto è una corsa verso una prospettiva di monopolio che, dopo aver svuotato sé stessa di una quota d’utenza non più trascurabile, potrebbe implodere.

Ormai se ne parla, siamo nel 2014 e lo scorso ottobre avevo cercato di ragionare sul tema, pensando che l’anno 2014 avrebbe potuto essere quello “critico”. Sta’ a vedere che avevo ragione? Più tardi, in ogni caso, ragionerò su qualche altro dettaglio sul mio blog personale, Nibble.it.

Marco Valerio Principato

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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